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Kintsugi

Forte Marghera (VE) giugno 2018

Rivelare, custodire, proteggere e valorizzare l’anima degli oggetti. Contro ogni mitologia dell’usa e getta, nel segno di una tradizione filosofica intrisa di spiritualità e orientata verso un’idea del tempo come flusso spontaneo, indistinto e impermanente. È su questo nucleo di impianto buddhista che si è edificata la concezione estetica giapponese, di cui si permeano dimensione sacra, vita quotidiana, produzione artistica, artigianale, letteraria e architettonica.
Tra gli elementi ricorrenti il Ma, che è il vuoto tra le cose o gli eventi, l’intervallo, la zona neutra densa di possibilità; il wabi-sabi, che fonde la patina e l’usura degli anni (sabi) con l’eleganza austera (wabi); lo shibusa, misto intangibile di raffinatezza e ruvidità; kire, il taglio, metafora del passaggio e dell’assenza di attaccamento alla materia; mono no aware, il pathos delle cose, connesso alla loro transitorietà e insieme alla loro “densità”; yugen, l’ineffabile grazia segreta dei luoghi, dei corpi, delle cose.

Di tutto questo si nutre anche l’antichissima arte del Kintsugi, nata intorno al XVI secolo e tramandata di generazione in generazione, coltivata oggi da moltissimi designer e artigiani, anziani o giovanissimi. è una tecnica con cui si riparano stoviglie di ceramica rotte, esaltandone le crepe e le fratture. I cocci, fissati tra loro con un impasto di cera e colla di riso, evidenziano naturalmente le linee di sutura (keshiki), che diventano, insieme alle piccole scheggiature, delle decorazioni spontanee. Qui, lungo le sottili ferite, i maestri di Kintsugi distendono della polvere d’oro, così da riempire e impreziosire le “cicatrici”. Ed ecco che la sostanza malandata di un piatto o una scodella, i segni della loro fragilità e impermanenza, diventano una storia da raccontare, un insegnamento da conservare, una scrittura aurea in cui trovare il senso delle cose.

La pratica del rattoppo è allora un modo per produrre bellezza nuova a partire dal vecchio, dall’unicità degli oggetti e dal loro insistere nel solco di un tempo sacro, circolare, non cronologico. E sono come paesaggi, gli intrecci luminosi e malinconici dei keshiki. Linee irregolari, ruvide, imperfette, consunte, in cui si disegnano la grazia, l’eleganza e la nobile pienezza del vuoto. Scartando l’idea consumistica della distruzione e della sostituzione, in favore del concetto di rigenerazione, di infinita narrazione, di cura.

(Artribune)

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