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LA FUCINA DELL'ARTE

"Michelangelo era fermamente convinto che lo scultore fosse uno strumento di Dio, il cui compito era quello di liberare le figure già contenute nella pietra, sbozzando la materia con vigore per liberare il soggetto in tutta la sua energia."

Ho avuto la fortuna di trascorrere del tempo presso "la fucina dell'arte" di Peotta Bruno & geom. Luigi di Montecchio Maggiore (VI) e di vedere nascere delle opere d'arte dalle mani di talentuosi artisti.
Ho scattato la pietra, prima informe e poi piano piano mentre prendeva vita , la luce, le ombre, le forme , gli oggetti e molto altro.
Ho cercato di fissare gli attimi del momento.
Qui alcune delle mie immagini e delle mie emozioni.
Buona visione ...


Il fotografo nella fucina dell’arte
di Tania Piazza.

E’ come un vento, l’occhio del fotografo. Con ali grandi, che gli permettono di passare in silenzio, non visto, sopra alle cose.
Me lo immagino, Ivano, quel giorno, prima di iniziare gli scatti, mentre si prepara con cura, guidato dall’istinto; indossa un lungo mantello invisibile, toglie le scarpe, si tappa la bocca con del nastro adesivo e, con lo stesso, fissa gli occhi, perché rimangano ben spalancati: deve sembrare un’ombra, mentre si muove e i suoi passi non devono lasciar traccia. Lo stupore che ancora non conosce non deve fargli emettere suono, e la sua vista non deve perdersi nemmeno un piccolo fotogramma. Si controlla per bene dall’alto in basso affinché tutto sia a posto, e poi va: è pronto.
Ma pronti non lo si è mai, quando ci si immerge nella meraviglia. La vita ci insegna a registrare gli eventi e i paesaggi che ci circondano: ce li facciamo amici, perché questo ci tranquillizza; sappiamo già a cosa andiamo incontro, a ogni nuova alba - la stessa strada per andare al lavoro, gli stessi orari, le stesse facce, le stesse azioni. Alla fine, diventa un film. Visto e rivisto, un luogo sicuro e senza variazioni, dove abitare quasi senza attenzione. La vita, spesso, ci addormenta.
Ma che bello, a volte, risvegliarsi d’un tratto. Annusare l’aria della creazione, veder delinearsi le forme. Ivano inspira a fondo, quel giorno, appena mette piede nella fucina dell’arte. L’aria profuma di nuovo. I rumori non sono attutiti, anzi: sono spigoli che tagliano lo spazio e prorompono fieri, forieri di ciò che sta nascendo tra le pareti di quel luogo senza tempo. Chiude gli occhi per un attimo e si lascia trasportare: i suoi piedi iniziano la danza muta che lo condurrà, con riverenza, tra i maestri della pietra. Quando li riapre, una lieve nebbia gli aleggia davanti, impalpabile farina del nuovo mondo. Polvere bianca: ciò che rimane di forme appena sbozzate, che vola nell’aria e si deposita dappertutto, come una benedizione.
Si ferma, stupito, in religiosa attesa, prendendosi il tempo necessario - quello spesso dimenticato, che non conosce fretta - per osservare tutto e fondersi con esso. Le mani sapienti e vissute che disegnano la pietra ancora incontaminata - vanno da sole, guidate da antiche reminiscenze, seguendo linee impercettibili e riportando alla luce incanti che sembrano sepolti dal tempo. Le gocce di sudore che camminano lente sulle fronti degli scultori – volti concentrati, attenti, in silenziosa comunione con la materia che hanno davanti. Le statue che prendono vita – uscite da epoche storiche lontane, e portate lì dalla forza dell’ineluttabile, cariche della loro forte memoria. La dolcezza dei visi scolpiti, l’immortalità che aleggia nell’aria e che lo fa sentire parte di qualcosa di più grande. Il vento che vola alle vesti delle sinuose figure e ne muove le stoffe creando curiosi drappeggi, pietrificati ma aerei – ed è una meraviglia la sensazione di sentirlo soffiare al suo orecchio, leggero; gli viene quasi la tentazione di ascoltare le voci che porta con sé. E poi la grazia, la magia della scintilla d’arte che esce dalla pietra immacolata, la devozione dei maestri al servizio della bellezza. La loro umiltà nello sfiorare quel materiale così candido, la loro gratitudine. La fatica, anche. I disegni e i modelli, le prove pazienti fatte di carta sottile, come nell’atelier di un grande sarto. L’incedere della luce nel laboratorio, infine. Il suo modo delicato di cadere sulle forme, colorandole. Un ambiente quasi sacro.
Non era pronto, Ivano, a tutto questo, prima di entrare. Pronti non lo si è mai, davanti alle meraviglie. L’antidoto, forse, sarebbe quello di abituarcisi, come per il resto. Vedere, sempre, con gli occhi di chi ha già visto. Quei massi squadrati e bianchi, imponenti e leggeri al tempo stesso, pregni di un segreto che arriva da chissà dove. Guardarli, allora, e ignorare che sono pagine da scrivere, libri da leggere, storie da raccontare; passarci davanti e fingere che siano morti, rimanendo sordi alle loro voci. Sarebbe questa, forse, la soluzione per non innamorarsi a ogni sguardo, dentro alla fucina dell’arte. Per non perdere battiti di un cuore sorpreso, che vorrebbe fermarsi lì.
Io ci ho provato, ma non ci sono ancora riuscita. Il mio cuore preferisce la meraviglia.


Il mestiere dello scultore
di Paola Palmaroli

Trovo che il mestiere di uno scultore sia straordinario e che tocchi accenti altissimi di ciò che costituisce l'astrazione del pensiero stesso tradotto in manufatto artistico. Si coglie un aspetto della vita, una forma che ne rappresenti sia la bellezza che lo stile stesso dello scultore il quale si riconosce in tale fusione di movimenti e di materia. Può essere un corpo umano, può essere un concetto astratto che in un corpo riesce a sublimare, un oggetto, un simbolo che in tale oggetto trova la sua collocazione migliore, può essere tutto ciò che è visibile ed all'improvviso due mani sanno scolpire come se non fosse mai esistito prima di quel preciso momento, come se fosse stato partorito dalla mente di chi ha deciso di dargli forma e corpo nella pietra, nel marmo, nel legno......Nella pietra tutto questo ha un significato che supera il concetto di opera e di arte, nel tuo lavoro hai testimoniato come tale materia sia plasmabile colpo dopo colpo, malleabile come se fosse carne viva, pronta a ricevere tutta l'energia immessa da quelle mani abili e sapienti. Noi umani abbiamo a che fare con la memoria ogni giorno, non riusciamo a concepire che dopo la nostra morte si disperda tutto il patrimonio acquisito di emozioni, esperienze, vissuti. Vogliamo che qualcuno li ricordi per noi, quindi usiamo tutti i mezzi a nostra disposizione per scolpire gli eventi, le forme che prendono tali eventi, nella nostra memoria. Tentiamo di fissare un istante, un concetto, un'idea, un sentimento, nella pietra, quel materiale che supponiamo sopravviva a generazioni di esseri umani, al tempo, allo spazio, alle vicende umane, perfino alle guerre, alle pestilenze, all'oblio. Ci rincuora perfino sapere che il nostro nome venga dimenticato ma non le emozioni che abbiamo provato, quel che abbiamo amato e ci ha indotto a provare passione, fede, sentimenti intensi. Il senso della bellezza stessa è ascrivibile alla nostra lotta inesausta contro la mortalità che ci caratterizza. Ho visitato tante chiese, cimiteri, luoghi pubblici o privati dove facevano bella mostra di sé opere scultoree che emozionavano, commuovevano tanto erano impressi i colpi e la tensione di una memoria pronta a farsi coagulare nella roccia viva, nel marmo più splendente, pur di non perdersi nella polvere. Statue corrose dal tempo, altre meglio conservate, tutte con la stessa tensione che le abitava e le rendeva speciali. Quando ho incontrato per la prima volta una scultura di Michelangelo mi sono commossa non per la storia che la composizione narrava ma per come immaginavo quell'uomo chino su quel pezzo di marmo pronto a dargli una vita che io a distanza di secoli ancora percepivo fin nel midollo. Non penso alla Pietà o al Mosè ma a sculture minori ancora più belle di quanto si possa immaginare. Un ragazzo inginocchiato che sembrava pronto ad alzarsi, le sue mani, il capo chino, la grazia di quei gesti che trasformavano il marmo in qualcosa di vivo, di eterno. Il volto giovanissimo della Madonna nella Pietà, colpisce più del corpo del Figlio che giace tra le sue braccia disarmate da tale morte, da tale fine così dolorosa. Un volto giovanissimo che è impregnato del dolore e della pietà di una madre che ha perso un figlio, non solo un profeta o un dio, soprattutto un figlio! Ogni madre di questa terra di fronte al suo volto non pensa a Maria ma a se stessa e prova dei brividi di paura al pensiero di trovarsi al suo posto. La scultura fa sopravvivere sentimenti universali, li scolpisce per sempre nel nostro immaginario, non tramandiamo soltanto delle abilità ai nostri figli, anche i sentimenti fanno parte di questo patrimonio di esperienze e la scultura ne ricerca l'essenza usando la materia per fissare movimenti impercettibili dell'animo umano, per dare corpo alle emozioni, una sfida ancora oggi aperta a tutti i linguaggi artistici. Una statua è muta, non parla, lo scultore che riesce a farla comunicare con chi la fruisce ha capito la forza del suo linguaggio, ne conosce i simboli più preziosi, sa come farci ammutolire emozionandoci fin nelle viscere, conosce l'animo umano fino a riuscire a scolpirlo nel marmo ed a renderlo eterno nelle intenzioni. Ho avuto a pochi centimetri dai miei occhi certe statuine di argilla prive di testa e di braccia che sono giunte a noi dalla notte dei tempi, quando gli umani scoprirono per la prima volta il senso del lutto e sentirono il bisogno di creare delle piccole statuine che ricordassero loro le persone amate sepolte, che si sarebbero sbriciolate, polverizzate sotto terra. Piccole da poter stare nel palmo di una mano eppure così vibranti di amore, di dolore, di disperazione e di venerazione verso il significato che quella vita aveva assunto per loro. I primi segni della nostra evoluzione interiore, da animali ad esseri umani. Non abbiamo smesso di essere animali, solo affinato l'arte di fondere l'umanità con le tensioni tipiche della specie cui apparteniamo. Abbiamo provato in tutti i modi a separarci da quell'oblio che l'istinto di sopravvivenza comprende per essere vincenti e sopravvivere a noi stessi nell'immediato e la scultura è uno di questi.

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