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TERRA MADRE

LA NATURA COME ELEMENTO PRIMORDIALE, L’ORIGINE DEL TUTTO,
SEGNI NELLA TERRA COME GRAFIE CHE RACCONTANO DALLA NOTTE DEI TEMPI, NEVE, GHIACCIO A SEGNARE, A INCIDERE COME LAME SOTTILI.
I GELSI CREANO ARCHI NATURALI DOVE PROTEGGERSI, DOVE ESSERE RACCOLTI E ABBRACCIATI COME IN UN NIDO PROTETTIVO.
D’INTORNO IL PAESAGGIO RAREFATTO, ONIRICO, SURREALE.
OGNI TRONCO RACCONTA LA SUA STORIA, FATTA DI MILLENNI, DI SFERZATE DEL TEMPO, DEL SOLE, DELLA LUCE E DELLE OMBRE.
LA TRAMATURA, LA TEXTURE DELLA CORTECCIA COME TAVOLE DEL TEMPO DOVE E’ SCRITTO PASSATO E PRESENTE.
TRONCHI CHE ASSUMONO FORME DI ANIMALI, ESSERE VIVENTI, ANIMATI DA UNA FORZA PROROMPENTE , SI STAGLIANO NEL CIELO BIANCO, RESO INCOLORE PRIVO DI CONSISTENZA.
POI LA NATURA SI RIBELLA , PRENDE VITA , LE FRONDE RINASCONO, ONDEGGIANO NELL’ARIA BAGNATE DALLA NUOVA STAGIONE CHE PROROMPE.
E’ LA STORIA DI SEMPRE.
(Ivano Mercanzin)
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Madre terra: di Salvatore Fittipaldi
(inedito e in esclusiva,per questo progetto)

1
se l'uomo giudica la terra , la terra non lo giudica,
non chiarisce i suoi errori: la terra non dice niente,
come se, obbedendo alle leggi della pazienza,
guardando la sua bellezza, la terra non facesse altro
che obbedire all'esigenza profonda della natura,
come se, per un impulso ispirato, rapisse alla mano
dell'uomo l'ombra e il chiarore e, a sua insaputa,
riportasse la sua grandezza al grande splendore
del giorno:

2
quella terra di alberi e di foglie, che si mette in vista,
che ci lascia qui, dove non si è mai lontano
dal qui che ci regala: quella terra dove esistono
le condizioni per un vero soggiorno, dove si vorrebbe
vivere in un abbraccio imperdibile, in una esclusione
dalla quale non si è mai esclusi: in quella terra dove
tutto comincia e non ha fine, dove sussiste il tempo,
la possibilità di errare o rimanere, d'andare oltre
il mondo e avvicinarsi alla madre natura:
camminare con una sola meta, nella certezza
d'arrivare senza un verificabile cammino:

3
e se ci distogliamo dall'esteriore e scendiamo giù nei solchi,
verso quello spazio profondo, immaginario che è l'intimità
della terra, l'incoscienza cerca la coscienza, come via d'uscita,
nelle viscere, nelle venature, nei cunicoli scavati dalla pazienza
del tempo, dalla pioggia, fino a trovare la purezza che usano
gli animali nella tana, negli anfratti, nella fedeltà alla vita:

4
sollevare la pietra: ecco la missione: inginocchiarsi, genuflettersi
e sollevare la pietra al cielo, renderla trasparente come il sole,
dissolverla con la penetrazione dello sguardo che la passa,
la trasforma in luce, in mille punti vertiginosi:
sollevare la pietra della vita, della tomba
di Lazzaro e scoprire che ancora non è morto:

5
il paesaggio non è l'unità inerte che riposa:
è intimità e violenza di movimenti simili e contrari,
che non si conciliano, che si placano, si cercano:
intimità e movimento in cui si confrontano antagonismi,
a volte inconciliabili, che trovano pienezza in ciò che
li oppone, in ciò che schiudono e che nascondono,
lasciano chiuso:
il paesaggio è luce che splende sul buio, che vive dell'oscurità,
che avvolge il chiaro e lo scuro del primo e l'ultimo chiarore:
lo schiudersi e il richiudersi di quello che rivela, che inghiotte
dentro l'unione dei contrari:

6
dicono che il paesaggio è solitario:
questo non significa che la vista, la visuale gli vengono
a mancare: chi guarda, entra nell'affermazione della
solitudine del paesaggio e al paesaggio stesso appartiene
il rischio di sembrare solo:

7
la terra non parla, non ha parole, non parla il linguaggio
che gli uomini parlano ma si rivolge a chi la guarda:
lo interpella, lo chiama, lo meraviglia: il linguaggio
mancante la fa parlare con il silenzio abituale:
la terra parla solo in presenza di chi la scruta:

8
le parole degli alberi sono di legno massiccio,
sono quelle che nominano e il nascosto e l'estraneo,
che non sono solo parole ma uso corretto della parola,
che descrivono la MADRE TERRA come rifugio,
come presenza dell'universo chiuso nei rami,
sotto la scorza, nel lavoro segreto delle radici:
le parole degli alberi racchiudono il mondo
che le fa parlare, che le lascia in disparte,
racchiuse nel cerchio contorto del tronco,
dentro gli incavi, le riserve interne,
negli spazi privi di aria e di luce,
e in ogni più piccolo intreccio :

9
la verità degli alberi è racchiusa dentro un'impressione
di solitudine, dentro l'evidenza incomprensibile
di essere liberi d'affermarsi senza la verità dell'uomo:

10
la metamorfosi degli alberi
appartiene all'autenticità della natura:

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TERRA MADRE di Franco Gobbetti

TERRA MADRE, forse madre ancora per poco purtroppo, in una mia riflessione personale ammirando le significative foto di Ivano Mercanzin... ...........................
Nella magnifica essenzialità e purezza espressiva del bianco e nero, in tutte le sue basilari e strutturali sfumature grafiche e visive, si materializza questo foto racconto di Ivano Mercanzin; Terra Madre.
Ne emergono una serie di visioni che ritraggono ancora una volta la terra, la natura e l'ambiente o meglio ciò che ne rimane attualmente, in certi luoghi. Gli elementi appaiono però in tutta la loro delusione di un paesaggio tradito, asservito, fin troppo condizionato dall'uomo che come spesso succede in questi casi, rischia di diventare purtroppo solo un predatore.
Qui la terra smette di essere naturale, qui il paesaggio non appartiene più solo alla natura ma soprattutto all'intervento e al dominio continuo dell'uomo. Le belle foto di Ivano ci mostrano il pesante segno che, come una ferita continua, come una cicatrice, l'umanità agricola incide nella terra, sulla terra e sui suoi elementi che in questo modo smettono di essere naturali.
Il territorio appare piegato, modellato, plasmato e artefatto dall'intervento contadino e agricolo. Gli alberi, in questo caso i gelsi, che un tempo servivano in modo pur sempre utilitaristico per alimentare il baco da seta, ora vengono usati per sottolineare percorsi, viottoli, per accompagnare stradine di campagna, per perimetrare confini e proprietà.
Sembra che i contadini un tempo e gli agricoltori oggi abbiano avuto e conservino tuttora il terrore degli alberi. Gli alberi tolgono spazio alla campagna coltivabile, quindi, almeno chè non abbiano altre funzioni specifiche e sempre utilitaristiche, vengono considerati presenze d'impiccio, presenze inutili. Il territorio prende perciò sempre più una forma forzata e schiavizzata alle esigenze della produzione agricola industriale.
L'erba viene diserbata, i fiori di campo sono diventati solo un ricordo, gli alberi vengono sradicati o abbattuti e la loro presenza è suscettibile di continui cambiamenti e modifiche. La terra viene arata e seminata, viene incisa e continuamente segnata in solchi, si raccoglie il prezioso frutto del suolo quindi si riara e si risemina. La terra viene continuamente depredata e impoverita. Per arricchirla e per ammaestrarla si usa la chimica industriale e di sintesi, il danno che si produce continuamente è sotto gli occhi di tutti.
Gli animali selvatici sono ormai spariti da tempo e ciò che rimane sono solo questi residui arborei che come spettri rappresentano ormai soltanto in una povera sintesi, la ricchezza, la bellezza naturale e selvatica di un tempo. In queste foto emerge in modo evidente tutta l'azione degradante e pesantemente condizionante dell'uomo.
Il paesaggio non conserva più i suoi tratti primigeni ma mostra invece ad ogni passo, ad ogni metro l'opera contaminante e degradante dell'uomo. Indubbiamente Ivano ha colto tutta l'estetica simbolica e rappresentativa di questo ambiente che talvolta sembra piangere nella rugosità dei tronchi, nelle screpolature delle cortecce, sembra intristirsi nelle profonde incisioni e pieghe del terreno, dei campi.
Talvolta sembra invece che il territorio e l'ultima natura rimasta vogliano ancora sorridere ed esprimersi, quasi parlare in tardivi lampi di sopravvissuta e disperata bellezza. Sì, Ivano ha colto l'estetica, ha colto la grafica, ha colto la poesia dolente e simbolica di questi elementi ma ne ha anche colto la sofferenza, la decadenza e l'azione peccaminosa, irrispettosa e colpevole dell'uomo ormai padrone e despota di questa ultima terra ancora viva e vitale nonostante tutto.
Sì, il peccato è stato commesso e si continua a commettere, l'azione peccaminosa è evidente infatti è divenuta, come purtroppo spesso ormai succede, merce di scambio e di baratto per la ricchezza, per il cosiddetto progresso, per il benessere umano, per la fame dei ricchi e dei poveri ma soprattutto temo per la fame dei ricchi.
(12 agosto 2016)

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4 febbraio 1957 di Giuseppe Iovio

posso finalmente addentrarmi
nella campagna aperta

porto con me
la spada di legno
e l'elmo di carta

novello cavaliere
avanzo nella galleria di gelsi neri
tentacoli protesi al cielo grigio
mi immelmo in una coperta acquea
di terre e canali

trapasso architetture di merletti
ghiacci di brina
occhi di gemma mi scrutano

e corro veloce per sorprendere
la strega e il drago volante

un battito d'ali e subito mi volto :
tutto è nebbioso, tutti spariti.

è il 4 febbraio del 1957
ho 7 anni.

(Vicenza, dal 4 al 17 febbraio 2015)
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Perchè gli alberi affascinano l'uomo di ogni tempo e luogo? di Paola Palmaroli

Perché gli alberi affascinano l'uomo di ogni tempo e luogo?
Per quale motivo sentiamo il bisogno di raccontarli, di visualizzarli attraverso dipinti e fotografie?
Ivano Mercanzin ha colto in questi scatti l'epica delle radici e delle origini della vita cogliendo nei rami e nei tronchi di questi straordinari alberi l'essenza dell'esistenza stessa, nella quale la vita affonda le sue radici e accentua ogni suo moto interiore e fisico attraverso il ricordo e la memoria. Gli alberi custodiscono nei loro tronchi anelli di memoria di un tempo attraversato da luci e ombre, ecco perché leggende e fiabe li rendono umani e donano loro caratteristiche simili a quelle psicologiche che ci caratterizzano come esseri viventi! Ivano ha colto la magia della terra e di quelle braccia che s’intrecciano in corridoi del tempo attraversati da tutti coloro che hanno speso giorni, mesi, anni a trarre sostentamento da zolle e campi, piegando la schiena come rami contorti ed avvinghiati l'uno all'altro. Le cicatrici sui tronchi paiono simili a quelle che dimorano sulla pelle di uomini e donne che hanno vissuto a lungo il tempo e ogni sua manifestazione naturale, con le stagioni che si succedevano l'una all'altra simili ad un viale alberato dove ogni coppia di alberi respira insieme a chi ci passa accanto. Il profumo della vita è in quei germogli che a primavera rinnovano una promessa apparentemente eterna, foglie che spuntano all'improvviso e risuonano smosse dal vento, voci che d'estate sembrano risate e in autunno sospiri.
Il ricamo degli alberi immortalati da Ivano sono abbracci che vorremmo far nostri, sublimiamo questi giganti rassicuranti e secolari che la natura ci dona camminando accanto ad essi, lavorando e cercando ristoro sotto le loro fronde, soffermandoci ad ammirarli e ad ascoltarne il respiro, consapevoli che da essi dipenda la nostra vita così come la conosciamo. Quale stagione migliore dell'anno per comunicare la loro magia se non l'inverno, dove scabri i rami appaiono dita e braccia che cercano aiuto nella luce fioca e gelida che il solo invia dall'alba al tramonto. Scopriamo in inverno la colonna vertebrale che li sostiene, rami come ossa contorte e scolpite dalla tensione di raggiungere la luce del sole. Forse è questo il motivo per cui alcuni abbracciano un albero,altri lo adottano e lo seguono nella sua crescita, altri ancora lo fanno rinascere trapiantando un suo ramo nella nuda terra alla nascita di un figlio perché testimoni la crescita e l'evoluzione di quella vita tanto amata raggiungendo il cielo e seguendo le correnti dei venti, catturando con le foglie echi lontani che hanno bisogno di essere sia ascoltati che narrati. Gli alberi sono testimoni di un ciclo naturale della vita e del succedersi dei secoli e della storia umana in essi inscritti. In quei tronchi è narrata la siccità o l'abbondanza, il gelo di lunghi inverni e la grazia di estati feconde e prolungate come nei volti umani è raccontata la vita giorno dopo giorno attraverso rughe d'espressione ed intensità di sguardi profondi come la notte e sinceri come l'immediatezza e la malinconia di un'alba che si fa conquistare dalla luce. Alberi che nelle fotografie che stiamo ammirando sono la scrittura di un tempo e di una storia antica come l'uomo stesso, fotografati per rendere onore alla loro bellezza spettacolare, all'alleanza profonda che si è instaurata tra la loro natura e quella umana da non spezzare mai, memori che nella loro fine è insita la nostra.


Progetto presentato il 03.10.15 a Marc De Tollenaere,Leica Ambassador, per la "lettura portfolio".

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