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THE FACE (S) OF NYC

Faces of New York City.
Volti di New York.
Di Franco Gobbetti

FACES.
Un ulteriore tassello, epilogo o forse solo un altro significativo e ricco capitolo che va ad aggiungersi e a completare gli 8 foto-racconti già esistenti riguardanti: “the big Apple”, la grande mela: New York City.

Apple 5th Avenue.
Solomon R. Guggenheim Museum.
Brooklyn Bridge.
Skyline Foggy.
Skyline & other.
Subway.
Street.
Coney Island.
Faces of New York City 2015.

FACES.
Nerofumo americano graffiante ed espressivo. Bianco scenico impuro e contaminato, mai casto. Una teoria di grigi in sfumature di grafite tra luci, penombre e ombre fino a lambire tratti incisi e solcati di quasi buio.
Si è subito immersi in un bianconero fotografico lucido e brillante che sembra aver rubato i toni più scuri ed espressivi alle incrostazioni di sporco grafitato depositato sui palazzi o essersi ispirato ai grigi intensi e grevi dei bituminosi asfalti cittadini. Un bianconero al carbonio sfumato della volatile polvere urbana. In questo clima estetico e sostanziale passeggio assieme a Ivano Mercanzin in uno dei suoi viaggi fotografici cogliendo ulteriori aspetti e caratteri di questa incredibile città, di questo “city box” stupefacente che da sempre è chiamata: the big Apple.

FACES.
Faces of NYC 2015.
Da Manhattan al Queens, andata e ritorno in metrò nella scia dei pendolari giornalieri che si recano e tornano dal lavoro.
Uno spunto, un titolo per un programma scenico esistenziale colto dal vero. Faces, facce intese come riprese ottiche narrative e testimonianze fotografiche di facce, volti, visi, sguardi, corpi, figure, espressioni, aspetti e caratteri colti nelle loro storie estemporanee in racconti di quotidiana occasionalità. Ma anche facce intese come espressione di personalità, caratteri e umori di genti, etnie, personaggi, facce di popolo nelle loro tradizioni e culture diverse. Un “face to face” un interscambio emotivo alternato ma continuo tra uomini e ambiente.

FACES.
Facce in vetrina, faces on show. Facce e visi. Volti d’uomini e vedute di superfici, perimetri e aree, zone, confini, frontiere dell’umano. Fronti caldi del vivere e dell’abitare per raccontare visioni e vicende vissute e ancora vive di luoghi e ambienti dell’uomo. Quadri urbani dinamici, ritratti nell’impasto vitale del loro abituale territorio sempre in movimento. Le foto di Ivano leggono, raccolgono e compongono, fondendoli con attenzione sensibile e calda, i famosi due lati della medaglia. Due lati fotografici che scavano e indagano il confine della percezione spirituale e visiva, “Human book e Urban book”, due capitoli, un solo volume d’immagini vibranti per testimoniare questa civiltà chiamata city. Facciate di edifici che ricordano copertine di giornali e libri. Muri vissuti tra vintage e contemporaneità tanto da sembrare quadri vivi di pop art. Nella fotocamera di Ivano entrano le geografie e le geometrie dell’antropologia culturale e territoriale.

FACES.
L’uso grafico sapiente del bianconero, quasi doveroso quanto strategico in questi scatti, disegna le vie, le strade, i momenti, le insegne, i negozi, i bar, gli aspetti, le situazioni e le occasioni della città in un modo tale da rimandare l’attenzione e il ricordo alle indimenticate atmosfere di innumerevoli film di successo e ad altrettanti libri famosi. Alfabeti narranti lo spirito, la sostanza e l’esistenza in questo fitto mondo d’arredo urbano made in United States of America. Aspetti strutturali che diventano poi simboli visivi nonché parte viva, rappresentativa e motrice della città stessa. In effetti Ivano silenziosamente analizza e indaga entrando via via sempre più nel tessuto vivente della materia. Compone e ricompone l’anatomia di questi momenti, osservandoli e studiandoli, inseguendoli, talvolta scoprendoli, smontandoli e rimontandoli, ritracciandone una storia, forse una storia che già si conosce, forse no, forse un’altra storia, la sua, quella di Ivano che s’incanta scoprendo la grande mela.
In effetti tra Vicenza, Venezia e New York, lo stupore che ne esce tra differenze e qualche similitudine non può che creare un nuovo stimolante ponte sul percorso dell’immaginazione e della fantasia proprio esplorandone la diversa o similare realtà.

FACES.
Ritratti estemporanei, occasionali, veri, di situazioni rubate ai palazzi, alla strada e a tutte le loro storie. Edifici e facciate qui vengono da sempre usati, in modo pionieristico, nella comunicazione visiva, pubblicitaria e sociale come un grande, vasto manifesto murale, come un enorme catalogo a pagine sempre aperte. Un “city marketing” spontaneo, diretto, astuto ed efficace che coinvolge continuamente l’occhio e la percezione divenendo poi anche folklore locale.
Quasi pagine di un giornale o di una rivista pubblicitaria umanizzati a ciclo continuo da offerenti e fruitori, pagine murali illustrate usate come un “urban market” sempre attivo, dinamico e pressoché ininterrotto”. In una foto del servizio si può notare addirittura un’insegna urlante che personalmente mi ha colpito molto, un’immagine ben in vista sopra l’ingresso del locale, costituita dall’illustrazione di un volto maschile che vuole comunicare qualcosa inerente al negozio stesso. Un bell’impatto con un immediato effetto d’attrazione pubblicitaria. Noi europei abbiamo capito e imparato dopo la lezione della pubblicità diretta, infatti in America era già in atto fin dai tempi della fondazione delle prime città coloniche e post coloniche. (ammesso e non concesso che in tutto ciò ci sia da imparare qualcosa di buono, mi sia concesso il dubbio)

FACES.
Esterni e interni. Viavai, traffico auto e umano che qui, in questi quartieri un po’ meno centrali, comunque appaiono ancora misurati e non debordanti, s’incrociano e convivono.
Traffico umano e motorizzato sopra, in superficie ma immancabilmente anche sotto, nel sottosuolo, sotto il manto stradale.
Paesaggio urbano moderno e vintage si fondono, si impastano, si contaminano continuamente con l’ambiente umano.

FACES.
Territorio contemporaneo ad alta densità e pulsione.
Case, negozi, bar, insegne, scritte d’ogni tipo, pubblicità vie, strade, traffico, auto, treni, metrò, persone e merci. Gente, uomini, donne, ragazzi, anziani ritratti in vari quadri e contesti. La loro pelle esprime tutti i colori e tutte le loro diverse culture, religioni, usi, costumi e tradizioni. Questa città è uno dei centri del mondo se non il centro principale. L’obiettivo fotografico di Ivano ruba attentamente situazioni e momenti confezionando riprese, quadri e ritratti per un ulteriore reportage di vita proveniente dal nuovo mondo, nella terra d’oltre oceano. Gruppetti di persone onnipresenti attendono alla fermata dei treni, del metrò, dei bus. Spesso, senza differenza d’età, gli individui della city appaiono, anche qui, come nel resto del mondo, molto impegnati coi cellulari. Impegnati un po’ per solitudine, un po’ per abitudine, un po’ per noia e anche per moda, forse anche per rassegnazione e arrendevolezza davanti all’evidente.

FACES.
Solitudine e moltitudine aleggiano in coppia mostrandosi parecchio. Moltitudine spesso in solitudine. Anche qui, nella nuova frontiera, nella terra del grande sogno americano, s’incontrano le coordinate fisse o quasi dell’umanità e dell’esistenza contemporanea: moltitudine sola, abitudine, noia, rassegnazione con annessi e connessi di emergente tristezza nonché depressione.
Cellulari, panchine, marciapiedi, tavolini all’aperto, interni di bar, aree d’attesa, treni, arrivi e partenze per mille direzioni e destini, storie. Tante possibili e probabili storie da intuire, scoprire, ascoltare, interpretare, fotografare, da scrivere e da raccontare.

FACES.
Atmosfera generale in macro e particolare in micro. Persone che concretizzano momenti esistenziali danno vita immediatamente ad altrettante vicende e racconti. Passanti solitari e alla spicciolata percorrono i marciapiedi in direzioni che solo loro sanno e conoscono. Giocatori di dama o di scacchi con relativo pubblico di contorno, occupano strategici quanto inaspettati tavolini da gioco sistemati all’aperto. Si intravedono anziani silenziosi ed assorti nei loro pensieri, o forse solo distratti o annoiati, oppure malinconici e tristi, chissà, occupare i tavoli all’interno di quello che sembrerebbe un bar. Altre persone attendono l’arrivo di un treno. Altre ancora sono ritratte all’interno di vagoni e carrozze ferroviarie, balzano agli occhi le superfici faccia a vista dei metalli inox, dell’acciaio satinato o lucente e dell’alluminio che fanno da cornice alle sagome dei passeggeri. Giovani e anziani si mescolano, quasi tutti hanno un cellulare tra le mani, molti sfoggiano pure auricolari e cuffie, chissà cosa ascolteranno.

FACES.
Ci sono pure dei cagnolini, ansiosi e tesi, forse anche preoccupati, che sembrano solo apparentemente abbandonati, costretti invece a sostare fuori dai pubblici locali, in attesa che il padrone sbrighi le proprie commissioni e torni a riprenderli, speriamo di si. C’è un po’ di tutto.
Il tempo orario trascorre un po’ nevrotico e un po’ no, dipende. Il tempo meteo appare schierato al grigio nuvoloso ed il cielo sembra aver vissuto colori e tempi migliori mentre l’esistenza della città scorre tra passaggi di tinte il cui colore qui in questi scatti poi vira al bianco e nero digitale.

FACES.
Facce di una città che qui ha mille corpi, caratteri, cuori, vene e arterie, facce di una vita dai mille volti ed esistenze. Facce ritratte con lo sguardo sensibile e poetico che l’occhio, la mente e l’animo di Ivano Mercanzin hanno saputo osservare, cogliere, raccontare e valorizzare nella loro contemporaneità urbana, talvolta fredda e disumanizzante, talvolta rassegnata, ma senza mai schiacciarne l’atmosfera complessa e probabilmente forse anche estraniante, senza neutralizzarne la particolare poesia. C’è poesia dappertutto e Ivano ancora una volta l’ha scovata e fotografata. Se posso azzardare una definizione mi piacerebbe dire che la fotografia di Ivano Mercanzin è poetica ma anche etica e questo non mi pare un difetto. Etica in quanto vi trovo molta umanità, sincerità e onestà d’intenti, obiettività e correttezza, senza manipolazioni né faziosità, né trasformismi. Un modo, quindi, di fare fotografia d’alto profilo sia stilistico che contenutistico, che premia la realtà narrandone, creativamente, la sostanza, l’emozione e la poesia.

Faces of New York City 2015.
Realizzazione, narrazione visiva e fotografica di Ivano Mercanzin.
Prefazione e commento critico di Franco Gobbetti.
Settembre 2016.


Ivano e New York rappresentano quel connubio perfetto tra fotografo e geografia umana che tanta parte ha nel creare racconti fotografici affascinanti e di grande interesse.
La fotografia instaurai rapporti di influenza tra gli autori ed i luoghi in cui vivono, che visitano per motivi di lavoro od imparano a conoscere perchè ci trascorrono una buona parte della loro vita, oppure semplicemente perchè ci sono nati.
Un'avventura, quella tra il fotografo ed un luogo da lui scelto che finisce per costituire un tema specifico che gli sta a cuore, che tanta parte avrà nella geografia del suo sguardo, un'esigenza nata da quel bisogno di raccontare un luogo, situazioni, vissuti che hanno reso i suoi scatti una storia in cui immergersi.
New York per Ivano Mercanzin è quel luogo meraviglioso che non si finisce mai di scoprire e di capire, di conoscere e di sentire. Una città in cui si procede per districarsi in un labirinto di identità e di culture differenti fra loro, dove ogni spazio può fornire un'immagine familiare e forse anche un'identità che ci calzi a pennello. Sulla New York di questo fotografo non calerà mai la notte. Troverete sempre nei suoi scatti in bianco e nero la luce livida del giorno. L'aspetto più affascinante di ogni fotografia che ammirerete è che tutto quello che appare chiaro alla luce del sole è composto da ombre che in questa città sono particolarmente lunghe. Chi giunse a New York agli inizi del Novecento non aveva ancora tali spazi d'ombra con cui misurarsi mentre oggigiorno la geografia dell'architettura di questa metropoli è un continuo confronto tra le varie altezze dei palazzi pronti a confluire in un gioco di luci che negli scatti di Ivano è fuso con le lunghissime, vibranti ombre della città.
Un'alba livida e perenne abitata dalle mille anime, da coloro che attraversano questa città in lungo ed in largo, che si soffermano a giocare a scacchi, o scendono nella metropolitana come a calarsi in una notte senza ritorno.
Ho scoperto grazie a questo fotografo cosa volesse dire Baudelaire con: " Il me semble que je serais toujours bien là où je ne suis pas! ovvero "Mi pare che sarò sempre felice dove non sono".Ovunque non mi trovo, là è il luogo dove sono me stesso. Se vogliamo sintetizzare ulteriormente il concetto: "Dovunque fuori dal mondo".
New York ci fa sentire fuori dal mondo, poi svolti un angolo e ti riconosci negli odori che percepisci, nei gesti o nel modo di camminare della gente, per poi finire in un altro quartiere e provare un senso totale di spaesamento. Tutto questo è inquietante ed affascinante allo stesso tempo perchè se c’è una cosa di cui sono sicura è che New York esiste, tutto sta nel decidere che cosa s’intende con “esistere”. Ivano Mercanzin lo ha capito e ce lo mostra in ogni suo scatto.
Una New York dello smarrimento universale che non resta mai sullo sfondo, un'immensa Torre di Babele a portata di mano, di cuore, di anima. di obiettivo fotografico, di ogni nostro sguardo. Una New York dove lingue e diversità coesistono, tracciando l’origine e la fine di molte vite. Questa metropoli è una sagoma adagiata sul continente e sulla foce del fiume Hudson, una striscia di terra che riesce a sostenere grattacieli che svettano come denti e che, paiono formare una serie di scalinate che si protendono verso il cielo grazie ai suoi grattacieli.
La città in superficie è molto diversa da quello che è nel profondo ed infatti i grattacieli li troverete solo alla loro base in questi scatti, il fotografo osserva chi cammina per le strade e chi si inoltra nelle viscere della città, persone che camminano per quartieri dove le cime dei grattacieli paiono lontanissime.
Una New York a misura d'uomo? Meglio, una metropoli che in ogni suo spazio diventa un crogiolo di diverse città già visitate e vissute, un insieme di realtà che appaiono umanamente ricche di spunti e di colore laddove al colore si è apparentemente rinunciato perchè questa metropoli ha nel bianco e nero la sua essenza, una sublimazione che incanta ed avvince. Non è vero che questa città ignori le esigenze della vita umana, sa essere a tratti familiare ed allo stesso tempo estranea da risultare alla fine la città più disperatamente desolata ed affascinante al mondo.
Questa solitudine non accade di percepirla nelle immagini proposte da Ivano, perchè in esse la natura umana prende possesso di ogni spazio per esistere e continuare ad essere quello che è: presente, viva, vibrante e disarmante nel suo incedere.
New York appena raggiunta ti sballotta in un continuo groviglio di strade e di palazzi, in un caleidoscopio di genti e di lingue, apparentemente negandoti un qualsiasi contatto umano. Anche se non sei solo in questa città devi batterti fino all’ultimo per non morire di solitudine eppure negli scatti di Ivano Mercanzin tutto questo sembra impossibile, quasi una paura priva di fondamento. La lotta tra i contatti umani e la profonda solitudine che è alienazione ed estraniazione con tutte le sue infinite manifestazioni crea uno strano clima in questa metropoli, un mito da confermare o da mandare in frantumi.
Osservando gli scatti contenuti in questo album, anche il singolo individuo fa la differenza e nulla appare per quello che sembra ma per quello che è. Per esempio, ci si inoltra per un reticolo infinito di marciapiedi, di gallerie sotterranee, si sta in mezzo alla gente o si cammina da soli con la medesima, tangibile sensazione: di essere parte di un corpo, di un'umanità, pronta a respingerti come ad accoglierti, in continuo movimento oppure ferma agli incroci in attesa, rallentata nell'incedere ma sempre in movimento anche quando si ferma e si concentra in un gioco da tavolo, seduti in mezzo ad una corrente visibilissima di bisogni, desideri, sogni, rabbia, sconcerto, dolore.
Conosci il fascino di New York ma spesso non riesci a dargli corpo e voce. In queste immagini il corpo e la voce di questa città ti corrono incontro ed a noi viene voglia di camminare in quei quartieri, in quelle strade, pronti a sfidare le sue mille. contraddizioni.
Il fotografo pur di affermare la sua identità in quella geografia visiva che la fotografia rende tangibile ed a portata della sua vista, delle emozioni che fanno parte del suo modo di esistere, sceglie di riprendere dei punti precisi, di farceli guardare insieme a lui per comprendere e scoprire dove quel grumo di sangue così palpitante e pronto a trasformarsi in emorragia che è la vita sia alla fin fine ciò che la società umana ha costruito durante la sua evoluzione .
Un grazie all'autore per questo suo splendido lavoro.
Si impara a conoscere meglio un percorso fotografico grazie ad un tema specifico che sta a cuore ad un autore ed ogni tuo scatto Ivano, racchiuso in questo album, porta con sé quello che sei e che ti caratterizza come sensibilità e come umanità.
(Paola Palmaroli)

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