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PADOVA 2017

16-07-2017 21:23

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Il pensiero umano organizza concetti, emozioni, esperienze, dimensioni spaziali e temporali, sa come mutuare dalla realtà il necessario per soddisfare i suoi bisogni contingenti e per realizzare desideri e sogni che prendono forma come una casa,un progetto che sembra non aver mai fine. In questo scatto di Ivano Mercanzin lo spazio è perfettamente armonizzato con il pensiero di chi lo ha ideato e strutturato architettonicamente. La luce riesce a dipingere gli spazi donando una tridimensionalità accattivante. Le ombre non permettono di nascondere le geometrie della pavimentazione, sono morbide ed aiutano a vivere gli spazi illuminati come una conquista, un premo ambito. Il cervello umano abita e desidera abitare spazi sempre più vasti ma trova pure il modo di concentrare in architetture meravigliose confini rassicuranti, archi e colonne che fungono da spartiacque per raggiungere punti diversi da cui osservare lo stesso concetto, qui abitativo, nel pensiero più esteso a campi della conoscenza che necessitano di spazi mentali adatti per crescere. Bellissimi i connotati di questo luogo, li hai saputi valorizzare come non mai Ivano Mercanzin! Ammiro!
(Paola Palmaroli)

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SIRMIONE 2017 N.3

16-07-2017 21:21

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Guardare verso la stessa direzione, essere vicini e toccarsi fin nell'anima, poter ascoltare i propri silenzi che sono la voce più sincera che si possa emettere, una pausa che prelude ad accordi strazianti di emozioni e di passioni sopite. Seduti l'uno accanto all'altra ed aver davanti a sé il tentativo struggente dell'infinito di raccogliere la loro corrente insieme a quelle di milioni di coppie che si sono succedute nel divenire del tempo e dello spazio. Un istante raccolto e prezioso che Ivano Mercanzin non ha edulcorato o reso altro da sé, non era necessario, quel tocco con le loro spalle, quello stare seduti vicini dice tutto quello che noi sappiamo ed a chi non conosce tale simbiosi evoca una felicità composta di poco, proprio per questo un tutto che deflagra in ogni angolo dell'universo! Stupendo istante.
(Paola Palmaroli)

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SIRMIONE 2017 N.2

16-07-2017 21:13

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Cosa colpisce di un paesaggio? La bellezza del luogo, la bravura del fotografo nel riprodurne un angolo particolarmente affascinante e ricco di pathos? Ci sono tante variabili dipendenti dal nostro senso estetico e dall'umore di quel preciso istante in cui abbiamo incrociato un angolo di mondo che appare ai nostri occhi come il paradiso in terra. In questo scatto non c'è solo ciò su cui ho appena riflettuto, c'è molto di più. Abbiamo di fronte a noi l'anima di un giorno, di un giorno qualunque reso unico, indimenticabile dall'autore dello scatto. Abbiamo un lago che d'estate si è ritirato lasciando emergere delle isole di pietra, come delle carezze date dalla terra all'acqua, dal cielo che si riflette su quella superficie alla pelle di chi come i due esseri umani, si è proteso verso un infinito composto di poco o nulla, ovvero un tutto che prende forma sotto i nostri sguardi, che ha il profumo delle sensazione provate mentre ogni elemento entra in simbiosi con la nostra essenza. Siamo consapevoli grazie al fotografo che facciamo parte di quell'angolo di universo, che siamo intimamente connessi con la parte migliore del creato e con quella di noi stessi cui non vorremmo mai rinunciare. Bellissimo paesaggio dell'anima Ivano Mercanzin, ammiro!
(Paola Palmaroli)

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Sirmione 2017

02-07-2017 08:32

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Il colore dona un'aura di magia e di leggenda a questo luogo. le pietre paiono scolpite non dall'acqua ma del respiro stesso del cielo, delle sue correnti, di quel vago sentore di infinito che si insinua in ogni anfratto! Bellissima la luce tenue, quel rosa polvere che si stempera nelll'avio e nel celeste. tutto dona calma, una sicurezza che avvince ed incanta! Bravissimo nel cogliere questa pace e la bellezza del luogo! Talvolta pensiamo che i luoghi meravigliosi siano lontani ed invece spesso sono più vicini di quanto ci si aspetti, tu Ivano ce lo hai dimostrato con questo tuo scatto!
(Paola Palmaroli)

Non finirei mai di osservare questo tuo scatto Ivano Mercanzin! Sei riuscito a rendere calde e morbide sfumature di colore che spesso accompagnano l'inverno e non l'estate. Ci sono sentimenti che sono perfettamente ascrivibili a determinati colori, quel che non si coglie facilmente è il contrappunto ideale tra natura e ciò che smuove l'animo umano senza aver bisogno di urlarlo o di esprimerlo con veemenza. Questo si prova ad immergersi in tale atmosfera, i toni di colore e le forme che vengono scolpite da una simile tavolozza di sfumature e di colori ghiacciati, metallici, finiscono per smuovere emozioni profonde ma non esplosive come certe eruzioni vulcaniche. Tutto rimane composto, lieve e quasi immobile. Ci sono volti che con un leggero battito di ciglia, di una ruga d'espressione presso le labbra o sulla fronte riescono a raccontarti tutto ciò che sentono senza aprire bocca, ecco, nel tuo paesaggio si osserva la stessa magica capacità di dire tutto con poco, di fermare il tempo senza strattonarlo, semplicemente cogliendo quel momento preciso del giorno dove tutto appare calmo ed invece annuncia sommovimenti profondi sia in cielo che in terra, che sulla superficie del lago. Basta che la luce maturi, che il sole fenda quella foschia morbida all'orizzonte e quei toni di avio, di rosa, di grigio-celeste lasceranno il campo a colori più accesi e veementi. L'alba di un nuovo giorno ha questa grande dote: sussurra e non grida mai, eppure come si percepisce e come ti cambia il modo di sentire e di vedere, ti lascia senza fiato senza volerlo, come nel tuo scatto che adoro! Complimenti Ivano, spesso tornare su una fotografia te la apprezzare ancora di più, sempre che ce ne fosse il bisogno! :) Come rileggere a distanza un buon libro.
(Paola Palmaroli)

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Blue Note

11-06-2017 19:30

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Come tornare indietro nel tempo grazie ai tuoi superbi bianco e neri, in una New York degli anni Trenta del secolo scorso, pur essendo ai giorni nostri, calati nell'atmosfera di una strada, di una quotidianità faticosa cui andare incontro, su un marciapiede consumato da mille e mille vite che lì si sono date appuntamento senza saperlo, incrociandosi. Come il tuo sguardo delicatissimo su quell'anziana che incede appoggiandosi al carrello. Bellissimo squarcio di una metropoli che è impregnata di un'umanità così varia che ogni suo angolo diventa un paesaggio umano prezioso come non mai.
(Paola Palmaroli)

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INFINITA'

05-03-2017 09:36

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di Tania Piazza
Stare appiccicati a qualcuno, si può. Io l'ho fatto per anni, fino alla settimana scorsa: esattamente sei anni e ventidue giorni. Senza farmi vedere, senza che lei lo sapesse, almeno non più. All'inizio, gliel'avevo detto ben chiaro: "Non ti abbandonerò mai, non ti lascerò andare nell'oblio. Sarò sempre con te, anche se non mi vuoi più." Che poi, non è stata lei a decidere che dovevamo dividerci; è stata la vita stessa a farlo. O meglio, la mia vita ha portato lei a dirmi addio. Ci siamo conosciuti che io ero già sposato, con due figli. Perchè non potevamo incontrarci prima? Dopotutto, era con una come lei che avrei voluto costruire una famiglia. Era con una come lei, che avrei voluto camminare giorno per giorno. Alla fine, quello che mi ha fregato è stato quel "come lei". L'ho compreso dopo, che esiste solo una Lei, e qualcuna, forse, come lei. Con la quale si può stare bene, ci si può sposare e ci si può anche fare dei figli; ma quando poi la vita ti mette di fronte a Lei, allora capisci tutto. E vorresti poter tornare indietro, per compiere di nuovo le tue scelte, ma sai che non è possibile.
Quando ci siamo incontrati, ho provato a far finta di niente. Ho proseguito senza cambiare nulla. C'era solo Lei, in più, ma non credevo che questo sarebbe bastato per smontare il mio equilibrio. All'inizio, ho chiuso gli occhi, semplicemente: Lei mi cercava, ma io fingevo di non vederla. Credo sia stata la vita stessa a ingiungermi di aprirli, quegli occhi, quella stessa vita che oggi mi spinge a chiuderli di nuovo. Resisti, per un po', ma poi non ne hai più, nulla può contrastare ciò che porta in sè un vago sapore di infinito. E allora lo accogli in te, e ti accorgi che quello che prima chiamavi vita, altro non era che una brutta copia, una prova scritta in fretta, d'istinto, da riportare prima o poi in bella. Pensi ai tuoi figli, pensi a tua moglie. Alla casa. Alle vacanze. Alla cena da preparare. Agli acquisti da fare. All'erba del giardino da tagliare. In mezzo a tutto quello che è vita, vorresti metterci Lei. Come se nulla fosse, tra una lista della spesa e i bambini da portare a scuola.
Ma Lei non ci sta, e allora glielo spieghi che non puoi cancellare anni di vita vissuta in nome di una promessa di anni di vita da vivere. Glielo dici che non puoi immaginare di ritornare a casa la sera, dopo il lavoro, e non sentire più i rumori dei tuoi figli che giocano tra di loro e rinunciare a vedere la scintilla che, in mezzo alla stanchezza di tutto il giorno, anima comunque di gioia gli occhi di tua moglie. Lei, dove potrebbe stare in tutto ciò?
Non ci sta, punto. Ecco perchè decidi che le rimarrai appiccicato per sempre, a distanza, addosso come fosse vero, ospite nel tuo stesso cuore. L'ho portata da allora, dentro di me, e me la sono tenuta stretta ogni giorno. Per sei anni e ventidue giorni, in ogni momento della mia vita. E' come se l'avessimo vissuta in due. Lei forse nel frattempo se l'è dimenticato, ma il mio cuore ha sempre battuto doppio, a ogni battito: uno per me, e uno per Lei. Gliel'avevo giurato, che non l'avrei lasciata andare mai, ed è questo che ho fatto. Anche quando ho saputo che si era fidanzata. Anche quando mi hanno detto che cercava casa, per starci con lui. Non ho mai visto una fine, in questo, solo un naturale proseguio delle nostre vite. Svegliarmi alla mattina sentendola dentro di me; sognarla, a volte, la notte, per vivere degli sprazzi di irrinunciabile felicità. Non ho mai visto una fine, mai.
La scorsa settimana, però, ero in coda per un hamburger, come al solito: la mia pausa pranzo veloce, qui sul lungomare. I gabbiani hanno la voce acuta, e a volte ho l'impressione che possano scheggiare il cielo; mi piace starmene qui ad ascoltarli, mentre mangio, prima di tornare in ufficio. E' come se ogni giorno la perfezione cristallina del paesaggio venisse messa in pericolo dalle loro urla, e amo vedere come questo non succeda mai. Mi metto in un angolo, a osservare le persone che passano, veloci nelle loro vite diverse. D'estate, poi, l'allegro brulichio di gente fa sembrare impossibile essere triste, anche per un solo, isolato attimo. Amo questo luogo, in ogni stagione. Mi riporta alla gioia dell'infinito. Mi riporta a Lei.
Ma la scorsa settimana, appunto, mentre ero in coda per il mio hamburger, ho sentito casualmente due donne che, chiacchierando, parlavano di Lei. Credo fossero colleghe, perchè la conversazione verteva sui turni da coprire e sul lavoro che sarebbe rimasto arretrato. Ci ho messo un po' a unire le parole che stavo ascoltando con l'adorata coinquilina del mio cuore. Poi, ho capito: Lei è incinta. Aspetta un bambino. Avrà presto un figlio. Condividerà la felicità così definitiva di diventare mamma con un lui che non sono io. I suoi occhi parleranno a un altro uomo, raccontandogli cose che ho sempre immaginato avrebbero un giorno raccontato a me. E' strano come certe cose si capiscano in un lampo, all'improvviso: il mio cuore l'ho sentito uscire dal petto, e credo ce l'abbia messa tutta per parlarmi, per rubare un po' della mia attenzione, per farmi finalmente ragionare. L'ho visto prendermi in disparte e mettermi un braccio attorno al collo, abbassare il tono di voce e sussurrarmi nell'orecchio ciò che il mio cervello non aveva mai voluto ammettere: da sei anni e ventidue giorni ero solamente in attesa. Avevo parcheggiato Lei nel mio cuore con la speranza di fermare il tempo, vivere tutto quello che mi restava di questa vita con mia moglie e i miei figli fino alla vecchiaia, fino alla morte, e poi ritornare indietro, riprendere Lei da dove eravamo rimasti e ricominciare a vivere di nuovo, la vera vita che stavamo aspettando. Attendevo di vederla io, quella luce di felice incredulità, quando mi avrebbe annunciato di essere incinta. Attendevo di vedere nascere quel figlio del nostro amore. Di vederlo crescere, di tornare a casa la sera dopo il lavoro e ascoltare la sua voce allegra, e cogliere la scintilla di gioia che, nonostante la stanchezza della giornata, avrebbe abbellito gli occhi di Lei, al mio rientro. Attendevo di programmare le vacanze, gli acquisti, il dentista e la partita di calcio della domenica. Attendevo di vivere l'infinito.
Quel giorno, sono uscito dalla coda senza hamburger, e ho iniziato a camminare sul lungomare. Lo faccio tutti i giorni, da allora. Tengo la testa bassa, per non perdermi nessuno dei granelli di sabbia che riempiono la spiaggia. Osservarli, mi riappacifica col mondo. Provo a contarli, ma spesso mi perdo e torno indietro e questo mi dà serenità: ce ne sono miliardi, e ovunque volga lo sguardo la loro presenza mi calma, mi ridà fiducia in qualcosa che non conosce fine. Immagino di camminare per chilometri e chilometri e di ritrovare sempre la stessa sabbia sotto ai miei piedi, ascoltando il suono del mare, che continua a portarmene di nuova. Ciò che fino alla scorsa settimana dimorava dentro di me, rintanato in un angolo del mio cuore, si è spezzato, d'un tratto: sei anni e ventidue giorni interrotti senza un preavviso. Credevo bastasse stare appiccicati a qualcuno dentro al cuore, per mantenere infinita la promessa di vita. Credevo che, anche se Lei non ne era consapevole, avrebbe aspettato per sempre, con me, quello che sarebbe venuto. Camminavo dentro a questa vita con questa promessa di infinità. Ora, il mio cuore ha bisogno di un nuovo infinito; conto i granelli di sabbia, e mi pare di poterlo riempire così.
Qualcuno, ogni tanto, accenna un saluto incrociandomi. Vede un uomo solo - solo come non sono mai stato - con la testa bassa e lo sguardo rivolto al suolo. Mi sente mormorare con un filo di voce, perchè cammino contando i granelli, e ogni giorno proseguo dal numero a cui ero arrivato il giorno prima. Penserà che io sia malato, come sono malate quelle persone che non hanno nessuno a cui raccontare di sé. Ma io mi sto curando, già, e il giorno in cui non verrò più qui sul lungomare a contare, sarà forse il giorno in cui inizierò davvero a vivere la vita che sto vivendo ora. Mi sveglierò la mattina senza sentire il vuoto in un angolo del mio cuore, e farò colazione mangiando solo per uno. Andrò al lavoro senza accumulare nella testa le cose da raccontare poi a casa e rientrerò la sera, senza cercare più la scintilla negli occhi di mia moglie, perchè non avrò più nessuno a cui paragonarla. Andrò a dormire sperando di non sognare, perchè sarò sicuro che nei sogni non sarò mai più felice.
Ma finchè i granelli di sabbia non si esauriranno, io tornerò qui, in cerca dell'infinito. Quello che mi ha portato avanti in questi anni, quello che tenevo appiccicato al cuore. Perchè l'infinito, se anche la vita, a volte, fa di tutto per farlo vacillare, non dovrebbe finire mai.


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Mescolo i colori

20-12-2016 23:21

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di Tania Piazza

Mescolo i colori. E lo faccio di notte, quando sono solo, al buio, senza possibilità di vederli. Mi concentro a occhi chiusi, perchè tenerli aperti e non riuscire a percepire altro che il vuoto del nero mi deprime. Però lo faccio appositamente, sarebbe troppo facile di giorno, con la luce, troppo scontato. La luce è una guida, ma ti porta dove vuole lei. Io, invece, voglio sovvertire gli ordini. Quando cala il silenzio, dopo le ultime fatiche, spengo tutti gli interruttori e mi chiudo in casa. C'è un angolino, qui, che pare ricavato da uno scrigno con pareti di velluto. Ci si sente a posto, abbracciati dalle tenebre, che ammansiscono la frenesia del vivere; le mie polveri sono tutte ad attendermi, ordinate in un armadietto, e io le riconosco dall'odore. Nel mio mondo, ogni colore ne ha uno ben preciso. Stanotte, ho bisogno di levare vita all'ocra, che parla della gioia che ho annusato oggi per le strade della città. Indisponente, nella sua felicità. Odora di un'attesa che senti porterà a qualcosa di magico. So che tra i suoi frammenti rilucono raggi di sole, ma io li voglio spegnere. Annusando, il fiato mi si fa grosso, come se faticassi a respirare. Non controllo mai l'effetto che mi fanno i colori; è proprio questo che mi riporta qui: la possibilità di lasciarmi entrare nel naso, a fondo e senza filtri, i loro odori, spogliati dalla luce che emanano quand'è giorno, solo la loro essenza, al buio, per comprenderla più a fondo. Questo giallo mi altera, mi predispone a una nuova attesa, e non mi va: spegnere i toni a volte può essere salvifico, permette di non trascinarsi giorno dopo giorno cercando di arrivare a un qualcosa che ancora non si è nemmeno immaginato, senza respirare il presente. Sono stanco, stanco di tutto questo aspettare. Afferro il grigio, è sempre l'olfatto a guidarmi; il suo odore sa di inerzia e con rabbia lo getto sul giallo. E' come buttare acqua su un fuoco, come togliere ossigeno a una creatura vivente. Bloccare per un breve lasso di tempo ogni iniziativa, levando l'energia in eccesso. Ora, il mio respiro scende di tono, approda lentamente alla parte più in profondità che mi sta nel cuore: cammina piano, guardingo, andando sempre più in basso. In quel luogo dell'anima dove c'è spazio per assaporare, senza fremere.
L'odore di questo nuovo composto mi riempie. "Giallo più grigio", sarà il suo nome tecnico, con il quale lo catalogherò nella mia agenda. Ma è molto di più.

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Memoria

20-12-2016 07:23

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Ci sono odori, sapori, luci ed ombre che appaiono così scontate da risultare ogni volta un deja vu di incommensurabile fascino ed invece sono la forma più antica di un riflesso cui noi umani doniamo le fattezze della nostra storia, piccoli rimandi che costituiscono la differenza ed il valore aggiunto tra passato e presente, irrinunciabili. Ci sembra di scorgere quel preciso angolo da cui sbucherà una persona nota, oppure un amico, viene evocata perfino nella tua visione il profumo di una giornata che è rimasta per sempre incastonata nella memoria da costituire la trama di un tessuto di desideri mai sopiti. Desideri semplici, articolati in modo naturale come solo la vita all'aria aperta, in una cascina, seguendo i ritmi del giorno e delle faccende domestiche possono realizzare. L'odore per esempio di legna che arde in un camino, quello della polvere, della terra impregnata delle correnti dei venti e degli esseri viventi che fanno parte di quell'angolo di mondo così speciale per la sua diretta e schietta semplicità. Nessun rumore strano, nessun gesto nervoso o di stizza, esclusivamente rituali che appaiono consueti ed irrinunciabili se li si vive direttamente, se si osservano con rispetto e dignità. Una vita dura ma regolata da ritmi rassicuranti, da comunicazioni essenziali e sincere, da uno stile di vita che appare a noi spartano ed invece è fondamentale per non perdere mai quel che conta veramente per ogni singolo individuo: esistere! Qui tra queste mura e sotto quel cielo non si sopravvive a se stessi ma ci si impara a conoscere fin nelle fibre più profonde del nostro essere. Tu ci hai regalato con la tua visione un pezzo di mondo che ancora esiste e con tutti i cambiamenti affrontati non è più lo stesso ma ha inscritto nel suo DNA la parte migliore degli esseri umani, priva di maschere e di inutili orpelli, un susseguirsi interminabile di giorni, di azioni, di abitudini, che conservano la nostra forza ed energia primigenia. Ammiro come riesci sempre a farci entrare in spazi e vissuti di imprescindibile valore sia umano che culturale, sai raccontare la storia di un luogo come pochi altri, ne raccogli sempre l'essenza senza indulgere nella tentazione di essere stereotipato o scontato. La poesia di un luogo o del suo vissuto sta proprio nel tuo sguardo severo e rigoroso ma di un'umanità che fa tremare anche la carne sulle ossa di chi ha l'animo disposto a sentire il battito del cuore della società in cui è nato e vissuto.
di Paola Palmaroli

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Da che parte

17-12-2016 17:01

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Da che parte di Tania Piazza

Sono entrata nel bosco che il sole vi aveva appena preso casa, ma se ne stava solo al piano superiore. Ci sono entrata in punta di piedi per non disturbarlo, come se fossi l'unica invitata, ancora. Era molto presto e l'aria, salendo, faceva la crosta alle piante e ai sassi, dando una voce anche alla mia pelle tesa. E all'erba secca. Il ghiaccio a terra pareva neve e i miei passi fiduciosi lo facevano cantare. Un uccello, poi, di cui mi voglio ricordare la melodia, per fischiettarla la sera, quando ti devi addormentare sereno, nel tuo lettino caldo, senza pensieri. Tutto mi spingeva verso l'alto, dove ad attendermi, finalmente, c'era il cielo sconfinato, al centro del quale viveva una luce. Dentro, i castelli, immoti e lontani, sospesi sulla leggerezza della nebbia. Ho visto e fotografato per te questo spiraglio di vita, rubandolo per sempre all'oblio. Me lo sono portato a casa, stretto tra l'anima e il cuore, perché quando sarai pronto sapremo dove trovarlo. E quando sarai abbastanza grande, potrò spiegarti l'abisso che separa il buio dalla luce. Così, saprai scegliere da che parte stare.

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Ho scelto la via dei colori

14-12-2016 23:37

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di Tania Piazza

Eccolo che arriva, il primo raggio. Mi affretto ad alzarmi dal mio angolino, è proprio questo momento quello che da' il la a ogni cosa. Raccolgo il vaso colorato da terra e lo sposto dall'altra parte, davanti alla finestra. Ho creato dei piccoli altari per lui, sono semplici cassette di legno vecchio, niente di che, ma mi pare che ci sia una connessione, tra di loro. Il legno è accogliente, mi ricorda il nonno, quando da bambina mi faceva entrare in casa e mi sistemava sulle sue ginocchia senza parlarmi. Io poi restavo lì, calma e tranquilla. Sentivo il suo respiro che poco per volta diventava regolare e sottile e mi sembrava strano, lui così grande e vecchio con un'aria così leggera dentro. Però forse era proprio quel particolare a calmarmi in quel modo. La mia energia usciva rallentando, per una volta, e incontrava il suo respiro quieto. Il legno di queste cassettine mi riporta lì, e mi sembra che anche il mio vaso di vetro possa stare meglio.
E' l'alba e dormono tutti, ognuno a modo suo. La notte per alcuni è ancora un inferno, un tratto attraverso il quale non sai se riesci a passare. Lo è stato anche per me, a lungo, e non sento nessuna mancanza di quelle sensazioni. Il buio ha una forza tutta sua, è lo stregone che annienta le anime e svuota i cervelli, riempiendoli del male. Tutte le volte che sono tornata a cercare la bottiglia è stato sempre di notte. Chissà perchè, la luce del giorno fa vedere le cose più facili, ti senti forte e ti pare di poter battere qualunque demone maledetto. Poi invece, di notte, il maledetto torni a essere tu e la forza svanisce.
Comincia a prendere vita la parte bianca. Pura e bella. Ormai, ho imparato l'esatta angolazione con cui devo porlo alla luce, per far sì che i colori arrivino nell'ordine che voglio io. All'inizio non mi era concesso venire qui così presto. Le regole, dicevano. Io mi arrabbiavo, le regole mi fanno arrabbiare. Non c'è mai stato nulla di regolare, nella mia vita, ed è proprio questa la causa di tutto. Sarebbe stato tutto molto più semplice se avessi sempre avuto il respiro del nonno a fianco, mi avrebbe di sicuro fatto vedere la via da percorrere. Invece, ti ritrovi solo d'un tratto e ciò che ti è sempre parso facile diviene all'improvviso difficile. Il mondo mi ha fatto paura, non sono tutt'ora convinta che sia un mondo buono, questo. Lo fosse per davvero, non sarei sola, ancora. Sarei con lei, e magari sentendo il suo respiro calmo come quello del nonno mi calmerei anch'io. La calma, ora, invece, arriva con le medicine che ci danno. Alla fine, sono diventate quelle le nostre regole, e non i loro stupidi orari. Ho insistito tanto, e alla fine l'hanno capito: dopotutto, non do fastidio a nessuno, messa qui in questo angolo. Non accendo nemmeno le luci, e forse è anche per quello che mi lasciano star qui, adesso.
Seguire il percorso dei raggi del sole mi permette di darmi una regolata. Ma stanotte ho voluto andare oltre e, come ieri notte e quella prima ancora, sono stata qui. E' il primo mese che lo faccio, ma ora che ho scoperto che anche la luna piena dà vita al mio vaso, nessuno mi smuoverà più da qui. Avevo paura, all'inizio, sempre per colpa di quel maledetto buio. Poi, mi son detta che tanto bottiglie non ce ne sono e che al massimo avrei potuto mettermi a bere dell'acqua. E poi, non c'è silenzio, qui, la notte. Ognuno credo faccia rivivere i suoi pensieri e quello che si può ascoltare è un suono basso e diffuso, fatto di lamenti e risa, di sogni che tornano e sogni che cadono a terra, e fanno rumore. Quando le infermiere passano a controllare, non si accorgono di nulla. Ognuno di noi ha imparato a tener ben nascosto ciò che lo divora, ma le mie orecchie, che sono orecchie che han vissuto il male, lo riconoscono.
Per stare qui di notte ho dovuto invertire le mie abitudini. La stanza ha due grandi finestre, una opposta all'altra. L'angolo in cui mi sono sistemata è quello più stretto; mi piace lì, proprio perchè mi abbraccia, in qualche modo, non ho spazio per perdermi e mi tornano in mente ancora le gambe del nonno. Ho un piccolo materasso che piego a elle se voglio stare seduta appoggiata al muro, e distendo a terra se voglio stare buttata. La coperta è verde scuro come il fondo del mare e ha tante sottili frangette alle due estremità. La finestra vicino al mio angolo è quella che vede la luna; quella di fronte vede il sole. Quindi, tre sere fa, per la prima volta ho spostato il mio vaso per metterlo ad aspettare la luna. Me lo son tenuta vicino, una mano a sentire il freddo del vetro e gli occhi rivolti al cielo. Mi è piaciuta questa sensazione, era come se il freddo del vetro fosse il freddo della notte, penetrata dentro qui. E' stato intenso. Vero, come poche cose qui sembrano essere. La luna si è fatta aspettare un bel po'; in quelle prime ore ho avuto paura di essermi sbagliata, e mi è venuta più volte la tentazione di tornare in camera mia. L'infermiera è passata spesso a chiedermi se stavo bene, se magari non avessi cambiato idea, che mi avrebbe riaccompagnata lei a letto. Ma non ho voluto dargliela vinta. Loro fanno sembrare che le cose che diciamo noi siano assurde, come se i nostri pensieri nascessero da luoghi della mente diversi rispetto ai loro, più sbagliati. Ma non è sempre così. Le persone come me a volte sono più vicine alla verità di chiunque altro.
Quando la luna alla fine è arrivata, è stato come quando mi danno il sonnifero e io non voglio lasciarmi andare all'effetto della medicina: le mie braccia e le mie gambe erano stanche per tutte le ore passate in questa scomoda posizione, ma il mio cervello era vivo! Il modo in cui la luce ha illuminato il vaso mi ha riempito di una gioia che solo da quando lei è nata conosco. Il primo colore a prenderla è stato come al solito il bianco, mi piace ogni volta iniziare da lì. Mi ha ricordato il suo viso innocente e piccino, la pelle nuova, sulla quale nessun male ha ancora lasciato il segno. Poi, è arrivata al verde, ed è il colore che avranno i suoi occhi, quando sarà calma e nessuno la farà arrabbiare, quando la vita sarà buona con lei e niente le impedirà di viverla. Alla fine, ecco il rosso. A differenza della sfumatura che gli dà di solito il sole, la luna lo ha riempito di ombre. Il sangue sarà dunque meno acceso, e questo vuol dire che soffrirà meno.
Mi alzo a spostarlo più avanti, scrivendo mi son persa e il primo raggio è già diventato grande - la luce cammina veloce, a volte, e questo mi stupisce. Eccolo, che abbraccia il verde, lo attraversa e lo fa divenire un gioiello. Brilla di mille sorrisi, e son quelli che lei avrà quando sarà felice, quando non ci sarà nessuno tra lei e i suoi pensieri. Non come qui, dove sono sempre osservata quando scrivo. E' come succedeva a scuola, come se loro volessero intrufolarsi tra i miei pensieri, quando nascono nella testa, e le pagine del mio diario, quando diventano parole. Ecco perchè me ne sto sempre qui a scrivere, perchè sono sola e nessuno me le può rubare, quelle parole, prima che si depositino sulla carta, dove potranno stare al sicuro. Un giorno, magari, le farò leggere a lei, e questa è l'unica forza che mi spinge in avanti. Le racconterò di come stavo bene, sulle gambe del nonno, di come il suo respiro lento mi faceva vivere e di come quel respiro mi è poi mancato. Di come mi son sentita soffocata, senza di esso, perduta e fragile. Le dirò che l'alcol ha preso il posto di quel respiro con una violenza che mi ha strappato l'anima, senza pietà. Sono stati proprio anni di non respiro, tristi, in cui la mia vita consisteva nel non vivere, nel cercare di distruggere ogni pensiero ancora prima che nascesse, buttandoci sopra alcol, tanto alcol, centinaia di bottiglie bevute senza sentire un sapore, se non quello dell'inferno.
E ora eccolo, il rosso, che come ogni giorno, inesorabile, prende colore. Anche se mi dimentico di spostare il vaso, anche se mi rifiuto di farlo, eccolo che arriva, implacabile. Il sole è crudele, come la vita, non ti dà scampo nemmeno se lo implori. Potrei fare a meno di venire qui, potrei starmene in camera a letto, con le finestre oscurate fino a che non si fa sera. Ma non vedrei il mio vaso che prende vita, non vedrei il bianco che mi parla della sua pelle pura e il verde che mi dice che i suoi occhi son felici. Potrei fuggire via con il vaso stretto tra le mie braccia prima che il sole arrivi alla striscia di rosso, prima che quel colore di sangue mi ricordi che sono una dannata. Ma non servirebbe, so che questo non cambierebbe le cose.
E' stato fantastico, crearlo. L'artista che ci ha insegnato a lavorare il vetro ce l'aveva detto, quel giorno che è venuto a farci visita. Ci ha spiegato che ognuno di noi avrebbe trovato un mondo nuovo, lì dentro e che la scelta dei colori e della forma parlava proprio della nostra vita, senza lasciare nulla al caso. Chissà perchè, il primo colore che mi è venuto in mente non è stato il rosso, ma il bianco. Ero stupita di questo e gliel'ho detto: mi sarei aspettata che prima di tutto volesse uscire il male, dalla mia testa, ma lui mi ha guardata per qualche secondo e poi mi ha sorriso. E' stato lì, che mi è venuto in mente il verde. Perchè ho capito che negli occhi di qualcuno ci può stare un sorriso, anzi anche più di uno. Dieci, cento, mille sorrisi diversi, perchè la vita a volte fa sorridere. Queste cose non me le ha dette lui, ma ho capito che era quello che voleva comunicarmi. Poi, con una voce molto calma, mi ha risposto. "Lascia che i colori ti facciano star bene. Loro sanno come fare".
E allora ho capito. Ho capito che dovevo lasciare andare i pensieri, finalmente anche in quegli angoli che avevo blindato nella mia testa. Ho capito che fino a che non avessi vomitato fuori tutta lo schifo e l'amarezza, non sarebbe nato nulla di bello. Ho pensato al rosso, il terzo colore che ho messo nel mio vaso, una macchia informe che ho creato per ricordarmi per sempre del periodo in cui la mia mente non viveva, soffriva solo, in silenzio, annegata dall'alcol e dall'inutilità. E' stato proprio lì che ho toccato ogni fondo possibile, mi sono fatta male e il sangue non è mancato, ho vissuto con persone senza un'anima, completamente svuotate di ogni ragione di vita, ragazzi come me, giovani e dannati, imploranti forse solo una salvezza o una fine veloce. Ho conosciuto Marco e con lui la discesa agli inferi è arrivata in un lampo, ci siamo alimentati di un amore che non aveva all'interno nessuna ragione concreta se non quella di danneggiarci a vicenda, rendendo sempre più vivo quel rosso che non voglio più dimenticare. Poi, è nata lei e poco per volta sto iniziando a comprendere il significato di tutto il mio percorso.
Oggi sono sola, ancora, senza lui e senza lei. Nei miei diciassette anni non ho conosciuto altra condizione, o quasi. Sono volata all'inferno per cercare una compagnia, qualcosa o qualcuno che potesse stare attaccato alla mia anima, senza riuscirci mai. Ho implorato chiunque mi ritrovassi a fianco di farmi del bene, di farmi sentire meno inquieta, di far passare le cose sopra di me senza distruggermi. Non ho avuto fortuna, credo, ma non ho perso la speranza. Anzi. Mi sono ricordata proprio l'altra notte di una cosa che mi ha sussurrato il nonno, un giorno, all'orecchio, finchè me ne stavo sulle sue ginocchia. "Ricordati di cercare la via", mi ha detto, "perchè a volte non avrai gli occhi abbastanza spalancati per vederla bene". Ora, qui in questo posto, so che dentro ai miei occhi ci sono anche quelli di mia figlia, anche se lei non sta con me. Sono diventati più grandi, e, spero, più capaci. Non è ancora finita, lo so, il mio inferno mi attende ancora, da qualche parte, osservandomi. Ma qui non sto poi così male e ogni giorno mi perdo nel cammino della luce che fa vivere il mio vaso, e mi fa tenere per mano, vicini, i colori della mia vita.

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C'era una volta oggi

10-12-2016 17:13

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Con John Ernst Steinbeck Ivano Mercanzin tu ha in comune la forza narrativa dello sguardo, ogni volta che incontro un tuo scatto rivedo le immagini descritte attraverso le parole di questo scrittore americano in uno spazio tempo dilatato e sovrapponibile grazie a linguaggi diversi e complementari come pochi altri. Come se quel che è accaduto ed è stato vissuto quasi un secolo fa si fosse ripresentato ai tuoi occhi e tradotto in fotografia risultasse speculare, un complemento di moto da luogo che distribuisce la storia ed i suoi ritorni con estrema accuratezza, chiedendo solo la stessa lucidità con cui ognuno di noi si appresta a viverla per essere trasformata in memoria. Tu non sei Steinbeck ma possiedi la stessa forza e poesia, la stessa semplicità e sincerità, quel tipo di immediatezza che ci allena a guardare quel che abbiamo davanti a noi senza chiedere ad un paesaggio di trasformarsi nell'umore che di volta in volta lo veste a seconda di chi lo fruisce. Il luogo che hai ripreso, ogni dettaglio da te fissato nello scatto non sono parte di un incantamento ma una composizione. che si fa portatrice sana di un "vedere" per guardare all'interno ed all'esterno di vissuti, ritrovando se stessi e scoprendo quel che conta veramente nella propria esistenza. Guardando con i tuoi occhi si impara a scremare tutto ciò che non è necessario, dando alle ombre il significato che possiedono senza accorciarle od allungarle come se fossero l'orlo dei nostri sensi, un abito troppo lungo o troppo corto da modificare continuamente. La lucidità con cui tu posi il tuo sguardo su un luogo o l'umanità che lo vive è pari alla bellezza della descrizione di quel che provi osservando la realtà circostante. Gli occhi e l'atto del guardare fanno parte del volto umano, meno li trucchi e li abbellisci e più ti ripagano con la loro sorprendente espressività ricca di un vissuto che fa suo il valore aggiunto di ogni ruga, di ogni umore sedimentato tra le pieghe della pelle, di ogni luce ed ombra che hanno trovato il loro punto di forza in una contrazione muscolare. Più sei sincero, anche nel guardare e più sei consapevole degli infiniti universi che si svelano e si compiacciono di farsi guardare da te. L'atto del guardare traduce diverse grammatiche e sintassi cercando di mettere a nudo l'animo di chi usa la vista, riuscendo a mostrarci cosa conta o vale per questo individuo come pure le forme ed il contenuto di quel che raggiunge il nostro cervello, mettendo in luce vissuti, piani temporali e spaziali, trasformazioni, un divenire che cerca un proprio spazio per dilatarsi o contrarsi, per ospitare al meglio chi lo abita. La potenza espressiva della fotografia sta proprio in questo, negli occhi di chi la elegge a scrittura di luce per mostrare e non dimostrare la dinamica che coinvolge sensi e natura, corpo e mente, visibile ed invisibile, ago e filo con cui viene cucito il rapporto tra entità diverse. Ci sono spazi e tempi lontani gli uni dagli altri, con cui tu hai fissato per sempre questo angolo d'universo che comunicano fra loro grazie alla fotografia, dandoci la certezza che sono esistiti, che esistono e fanno parte delle percezioni di chi li attraversa.,Tutto scorre, il tuo sguardo mentre è in continuo divenire riesce a fissarsi per un istante su un luogo e decide di sostarvi per raccontare la sua storia, per non perdere mai il coraggio di esistere accanto al fiume invisibile dell'esistenza stessa che a tratti dona squarci di visibilità, intuizioni deflagranti per comprendere le forme o la materia di cui è costituita la realtà e la sua storia in cui viviamo e che ci viene tramandata di generazione in generazione. Tutto questo per dirti semplicemente "bella foto" :)
(Paola Palmaroli)

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Luce

29-11-2016 23:51

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di Tania Piazza

Quande cade, la luce non fa rumore.
Si stende lieve, e ti chiedi meravigliato da che parte sia giunta.
La mia idea è che si riposi, perchè la sua strada è lunga e senza fine. Il più delle volte, la vedi passare in volo, veloce e silenziosa, come se la fretta le ingiungesse di correre. Sono innumerevoli, gli anfratti che chiedono di lei, e ogni giorno non sa come fare a coprirli tutti; immagino il suo fiatone, da cui probabilmente nasce il luccicore magico che capita di cogliere, a tratti.
E' proprio dal suo affanno quotidiano che succede, raramente, di osservarla cadere, come ora. Senza suoni, con voce leggera, a rifiatare quel tanto che basta per poi ricominciare.
Ecco, allora, il miracolo che mi sta davanti: come un telo di prezioso tessuto adagiato sulle cose, ne muta i contorni, ridisegnando i volti e gli spigoli, curando e colmando da dentro le crepe dei mattoni. Una nuova energia, un nuovo spazio comunicativo, una nuova pagina. Fino a quando, carica, riparte.
E' bello non sentire il suo rumore.
La luce arriva all'improvviso, e riempie il cuore.
Dopo questi incontri con lei mi ritrovo sempre un po' più ubriaco di vita, e rimango inebetito, in attesa della nuova sbornia. So che ci sarà, mi basterà porre attenzione ai segnali: il mondo si fermerà per un attimo, e subito dopo lei, nuovamente, cadrà.

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Paola Palmaroli mi racconta...

03-11-2016 23:18

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Ivano Mercanzin riesce a rendere un luogo straordinario nella sua semplice ed ordinaria espressione spaziale e temporale, lo fa con una naturalezza che incute rispetto e fascinazione, è la sua cifra stilistica, una caratteristica in continua evoluzione che trasforma le sue immagini in narrazioni impareggiabili.
In questo suo scatto la prospettiva ha reso le finestre antiche con le inferriate simili a degli occhi che stanno per chiudersi per la stanchezza ma ancora mantengono viva la loro curiosità di scorgere chi sta camminando oltre quel fossato.
Finestre come occhi appesantiti dal tempo ma non dal desiderio di appartenere sia alla costruzione dove sono incastonate che allo sguardo delle persone che vi passano accanto riconoscendo in un buio invitante il mistero della notte che li sta vestendo ed abbracciando con infinita dolcezza.
In questo scatto accade che il giorno pur avendo rinunciato alla luce del sole abbia chiesto alla la sera di farsi rinchiudere negli occhi della notte per scoprirne la magia indissolubile. Il muretto invita i passanti e chi osserva dall'esterno la scena a seguire una direzione ben precisa ed ha raggiungere le luci accanto alle case che per tutta la notte riusciranno a trasformare quel luogo in un incantamento rotto solo dal suono dei passi di chi vuole rinunciare al sonno pur di rimanere vivo e percepire il pulsare del buio più assoluto. Una città ed il suo desiderio di rimanere sveglia come il cuore di chi la abita, le luci questo raccontano ed Ivano Mercanzin le ha fatte sue in questo delicato scenario dove tutti noi vorremmo passeggiare prima di coricarci. L'autore riesce a farci percepire le voci morbide di chi si sta attardando, il profumo dell'aria quando ancora non fa freddo e la notte indossa tutti gli umori di chi la respira e la impregna di sè. Il buio non appare come incombente ma come un fluire pacato di un tempo a portata di mano di chiunque voglia farlo suo con quella calma che le figure umane lasciano trasparire dal loro incedere. Qualcuno li potrebbe definire sarcasticamente dei nottambuli perditempo, invece insieme alle luci ed al tempo loro si rivestono di quell'incantamento assoluto che ci incute timore e curiosità.

La notte è una seconda pelle, gli esseri viventi si godono una scena delicatissima e sognante dove regna armonia, comprese le finestre delle case, palpebre abbassate per riposare dopo una giornata di luce e di lavoro. Le chiacchiere serali, prima che tutto taccia si fondono con una prospettiva che l'autore dello scatto ha abilmente scelto ed evidenziato per comunicarci una serenità composta apparentemente di poco ma al contrario ricolma di un tutto che giunge fino alla nostra anima.
Come non evocare certe voci che sorridono mentre si fanno udire allontanandosi piano piano dalle case insieme ai passi che le sostengono? Indimenticabile atmosfera e gioco di luci ed ombre, il buio si veste di un cuore rassicurante che Ivano Mercanzin ha continuato a far battere nel suo scatto attraverso una miriadi di dettagli preziosi.

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Due lune

01-11-2016 17:53

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“Due lune" di Tania Piazza
Foto di Ivano Mercanzin, "Le vite degli altri".

"MARZO 1984

Dalla finestra passa solo grigio, oggi. La stanza è abbastanza grande, e confortevole, per quanto lo possa essere una stanza d’ospedale. Almeno è colorata, e l’azzurro è il mio colore preferito. Ho anche un bagno con doccia, un lusso. E un grande armadio tutto per me. Certo, è di alluminio, come quello degli spogliatoi delle fabbriche, ognuno col suo numerino e la sua chiave, ognuno uguale all’altro. Però è spazioso, molto più di quello della settimana scorsa, altro ospedale, altra stanza, ben più scarna di questa.
Chiudo per un attimo anche il mio occhio sano – l’altro lo è già, costretto sotto una benda, da circa quindici giorni ormai – e provo a rivestire quell’armadio, il mio armadio, di legno. Caldo, vivo, venato, con la vita che gli scorre dentro. Lo tocco, accarezzo quella superficie che mi parla di luoghi lontani, lo vorrei in teak e che arrivasse dall’epoca coloniale inglese, in India. Riscalda la stanza, la sua luce e la sua grazia contaminano tutto il resto. Ci metto anche un tappeto ai piedi del letto, i miei piedi scalzi lo accarezzano, la trama grossa e grezza, fatica e ore di lavoro. E di fantasia.
Una voce mi distoglie dal mio viaggio, riapro di scatto l’occhio, una violenza rientrare così all’improvviso nella realtà. Un’infermiera mi lascia delle pastiglie, mi ricorda come e quando le dovrò prendere. Pastiglie. Ancora pastiglie. Io, che da sempre odio l’idea di intossicarmi con quella porcheria. Mamma e papà, invece. Mi chiedo sempre come i loro corpi possano ancora riconoscere nuove medicine giorno dopo giorno, ora dopo ora. Ho come il senso che alla fine qualcosa si annebbi, come se una patina scendesse viscida e appiccicosa su tutto il loro essere, cambiando la loro essenza che soccombe. Rimango io, ad ascoltare le loro liti appannate.
Mi avvicino alla finestra, faccio così fatica a muovere i passi, sono ancora senza forze. Queste settimane di ospedali mi hanno segnato. Giorni lunghi e lenti, trascorsi contando i minuti e le ore. Giorni carichi, giorni singoli che sembrano la somma di giorni diversi. Accumulo di stanchezza fisica, tanta. Impassibilità e sforzo continuo al riso, all’allegria, alla positività con me stesso. Accumulo di stanchezza interiore, l’anima ormai satura di discorsi legati all’ospedale. Luoghi dove tutto viene attutito, anche la voglia di vita, che già era poca.
In cielo sta passando uno stormo di uccelli, chissà se loro riescono a orientarsi lassù, oggi pare che ci sia una grande telo grigio tirato a coprire il cielo. Non mi piace. Chiudo il mio occhio, voglio che lo spettacolo ricominci per me. E rieccoli, i miei uccellini, si stagliano nitidi e scuri sull’azzurro dello sfondo. La luce è così violenta che ferisce gli occhi, i colori sembrano tirati a lucido per una festa. Così puliti da vederci attraverso. Lo stormo è eccitato, ogni elemento ingranaggio fondamentale e insostituibile e al tempo stesso libero e anarchico nel suo modo di muoversi. Disegni perfetti davanti ai miei occhi spalancati, opere geometriche, ordine assoluto. Ci fossero uomini al posto di quegli uccelli sembrerebbe tutto triste. Rassegnato. Uno uguale all’altro, in una catena di montaggio. Invece l’effetto è fantastico. Libertà e comunione come solo gli animali possono.
Rumori in corridoio, riapro l’occhio. Sono stanco, torno a letto. Proverò a dormire un po’.

SETTEMBRE 1986

La sveglia, anche stamattina. Non mi piace il suono che fa. Mi riprometto sempre di andare al negozio all’angolo per comprarne una nuova. La tipa che serve mi guarda con quel suo modo strano, come se fossi un animale malformato. Ogni volta è sempre quel suo modo di abbassare gli occhi all’ultimo momento, quando scorge la mia mano sulla maniglia della porta e in un lampo leggo commiserazione, su quella faccia. E’ sempre questo, a fermarmi. E’ colpa sua se ho ancora questa dannata sveglia che fa ti ti ti.
Mi alzo di malavoglia, iniziare col suono sbagliato dà un canto negativo alla giornata. Afferro la felpa e me l’infilo, i jeans sulla poltrona e le calze di ieri. E vado di filato in bagno. Mi guardo allo specchio, ancor prima di avvicinarmi al water, è così larga la mia faccia quando sono aperti tutti e due. Uno la mamma dell’altro, uno forte l’altro cucciolo, con le crostine come i bambini. Poi, mi avvicino al lavello, apro l’acqua fredda e aspetto che si faccia gelida. Via, a due mani , dentro a entrambi, il mio rito quotidiano. L’acqua , la stessa acqua, si sdoppia: per l’occhio esterno è una forma di rinforzo, una preparazione a quello che vedrà durante la giornata; per quello che rimane nascosto è una sorta di calmante, un sonnifero per tenerlo buono, scalpita ancora per uscire ma io non l’ho più fatto affacciare al mondo, dall’ultima operazione.
Denti, faccia, scarpe. Mi avvicino all’armadietto in ingresso, spalanco le ante e, come ogni volta mi accade, mi lascio portar lontano dalla scia di colore all’interno: un arcobaleno ordinato. Dopo un attimo di esitazione, la mano va a prendere la fascia verde, e chiudo le ante. Infilo la benda e me la lego sulla nuca. Ormai non ho più bisogno di guardarmi allo specchio, è un’operazione dettata dall’anima – e si sa che l’anima è dogmatica quando ci si mette – e ha trovato la sua meccanicità nel corso degli ultimi due anni.
Apro la porta ed esco, sbattendomela alle spalle.

OGGI

Oggi è domenica e c’è un sacco di movimento, qui. C’è anche la messa, e le suore sono in subbuglio per l’arrivo del parroco. Qualche anno fa avrei girato la testa anch’io, al suo passaggio. E’ un uomo interessante, sempre in jeans, occhiali dalla montatura di tartaruga e barba lunga, rossa. Come i capelli. Uno così doveva fare l‘attore, non il prete. Chissà cosa l’ha spinto. Poi, ci son le visite, e quindi oggi tutti puliscono un po’. La cosa assurda è che fan di tutto per rendere le cose splendenti e finte, oggi che i parenti che li han chiusi qui dentro vengono a compiere il loro dovere. Dovrebbero far vedere come vivono di solito, non quando “è festa”. Questo è quello che penso io. Ma io son qui perché son matto, secondo loro, e quindi il mio pensiero non conta.
Quando mi sento ferito da questa verità – mi capita ancora qualche volta, soprattutto se fuori piove e io porto la seggiola vicino alla finestra e me ne sto a guardare le goccioline che scendono – allora con la mano vado in cerca della stoffa della benda, e un po’ di forza ritorna in me. E’ come se mi scaldasse. Qualcuno fa ancora caso al mio occhio bendato, e commenta sempre in quel modo villano e inopportuno. C’è gente che non sa nemmeno l’italiano, qui, e il dialetto colpisce come una lancia. Ma la maggior parte degli ospiti della casa di riposo ormai non ci bada più. Qualche volta ancora mi tocca rispondere alla domanda, e le parole escono ormai vecchie anche loro, come me, adagio adagio come se camminassero appoggiandosi a un bastone, loro al bastone e io alla mia benda. Il fatto è che il mondo mi fa paura. E’ troppo grande e cattivo. Guardarlo tutto intero, con due occhi, è troppo per me, da una vita. Dopo l’ultima operazione, il periodo di convalescenza mi ha cullato. Mi ha insegnato a ridimensionare le cose guardandole meno, semplicemente con un occhio solo invece che due. Era tutto così diverso, visto con un angolo chiuso. Dover spostare il capo di lato per inquadrare un oggetto voleva dire escludere un’altra parte della visuale. Niente di più semplice, quindi. Ho imparato così bene che non son più riuscito a farne a meno. Quando mi han detto che il mio occhio malato non lo era più e potevo togliere la benda, mi sono arrabbiato. Ricordo di aver urlato, le mani del medico sulla mia faccia era come essere violentato da lui. Non ne voglio sapere!, ho continuato a ripetere.
Da lì, è iniziata la vita. Nessuno mi ha seguito. Sono diventato solo, e matto. Il mondo si è fatto più cattivo. E più cattivo diventava, più mi veniva di chiudere l’occhio. Da sotto la benda lo strizzavo con tutte le forze, per tenerlo al sicuro, al caldo e coccolato. E per vedere il meno possibile.
Ora, pare che a furia di tenere un occhio aperto e uno chiuso per così tanti anni che ho perso il conto, la mia vista si sia spenta, un poco alla volta. Poco male. Non ho chiesto io di venire al mondo, in questo mondo. E chi l’ha deciso per me se ne è lavato le mani. Ho cercato di rimpicciolirlo per gran parte della mia vita. Adesso che è diventato piccolo abbastanza, si smarrisce giorno dopo giorno,in una nebbia costante e delicata, che mi è amica.
I giornali che non so più leggere, lo sdegno di chi giudica, la cattiveria di uno sguardo. La dolcezza che non c’è, la solitudine dei diversi. Io non li conosco più. Sono salvo, finalmente."

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Sirmione 2016

01-11-2016 09:53

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Sirmione
2016I©vano Mercanzin
Riuscire a rendere un luogo straordinario nella sua semplice ed ordinaria espressione spaziale e temporale non è cosa da poco, tu ci riesci sempre, è una tua dote costante a livello fotografico. Qui la prospettiva ha reso le finestre antiche con le inferriate come degli occhi che stanno per chiudersi ma sono ancora curiosi di vedere chi sta camminando oltre quel fossato, occhi appesantiti dal tempo ma non dal desiderio di appartenere sia alla costruzione dove dimorano che alla gente che ci passa accanto e scorge un buio invitante e foriero di armonia, come accade solo quando il giorno rinuncia alla luce del sole e la sera ci prepara alle ombre della notte. Il muretto ci invita a seguire una direzione ben precisa ed ha raggiungere le luci accanto alle case che per tutta la notte riusciranno a trasformare quel luogo in un incantamento rotto solo dal suono dei passi di chi non vuole rinunciare alla vita solo perchè il sole è tramontato. Una città ed il suo bisogno di essere pulsante come il cuore di chi la abita, le luci questo raccontano e tu le hai fatte tue in questo delicato scenario dove tutti noi vorremmo passeggiare prima di coricarci. Riesci a farci percepire le voci morbide di chi si sta attardando ed il profumo dell'aria quando ancora non fa freddo ed indossa tutti gli umori di chi la respira e la impregna di sè. La notte non appare come incombente ma come un fluire pacato di un tempo a portata di mano di chiunque voglia farlo proprio con quella calma che le figure umane lasciano trasparire dal loro incedere. Qualcuno li potrebbe definire acidamente perditempo notturni, invece insieme alle luci il tempo loro lo vestono, è come una seconda pelle, si godono una scena delicatissima, dove tutto è armonia, comprese le finestre delle case come palpebre abbassate per riposare dopo una giornata di luce e di lavoro. Le chiacchiere serali, prima che tutto taccia, qui è una prospettiva che tu hai abilmente scelto e fatto tua per comunicarci una serenità composta apparentemente di poco ma al contrario ricolma di un tutto che giunge fino a noi come certe voci che sorridono mentre si fanno udire allontanandosi piano piano dalle case insieme ai passi che le accompagnano.
(Paola Palmaroli)

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