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FINESTRE

21-02-2018 19:48

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Il mondo in una, mille finestre con la luce accesa o spenta. Quando si incontra con la sguardo la quotidianità resa intima dalla notte e da quei rettangoli di luce dove è concentrata la vita di ognuno di noi ecco che scatta la curiosità ed il pudore nel raccontare quel che si scorge e si vive di riflesso. Stupendo il gioco delle sorgenti di luce esterne alle abitazioni, donano profondità di campo mentre quelle alle finestre, di diversa intensità ci trasmettono il calore filtrato delicatamente dalle tendine oppure esposto con intensità dalla finestra sulla destra. L'unica a rimanere completamente chiusa sembra vivere anch'essa della luce riflessa delle altre. Interessante visione Ivano, hai reso magnificamente una scena in notturno apparentemente comune, che tutti noi abbiamo almeno una volta soppesato con lo sguardo, rendendo la scena intima e soffusa di quell'anima che rende l'uomo un animale sociale pronto ad accogliere l'altro attraverso voci, suoni, presenze costanti nella propria esistenza anche attraverso il filtro di finestre proiettate nella notte come fari sul mare per attirare la struggente nostalgia di casa propria.
(Paola Palmaroli)

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SERATA TRA AMICI

21-02-2018 19:43

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Quante volte leggendo Simenon," Maigret", mi sono imbattuta in scene come questa da te fotografata. Non sarà la provincia francese ma l'atmosfera è davvero sorprendente per affinità e per quel senso inquietante che sprigiona nelle descrizioni di Simenon. Solo la figura umana rassicura, il suo incedere lento, la luce del lampione, la strada risuona dei suoi passi, di quelle vibrazioni che il tuo superbo bianco e nero Ivano Mercanzin ha reso così reali da restare a guardare se è possible scorgere qualcuno giungere o seguire fino a quando scomparirà la figura da te ritratta. La casa con le finestre nere come pece, abbandonata si presume e quell'entrata che incute un sacro timore, tutto nella tua visione ha una potenza narrativa senza pari. Bellissimo il taglio da te scelto che ci porta a vedere quell'angolo a sinistra dove la strada ha una curvatura, ogni dettaglio non è lasciato al caso e si beve con gli occhi l'atmosfera che hai saputo fondere in questa fotografia incantati ed ipnotizzati.
(Paola Paola Palmaroli)

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MASTERCLASS PRO-PHOTOGRAPHER

Ho completato ieri 14.01.18 la MASTERCLASS PRO-PHOTOGRAPHER di Paolo Marchetti, pluripremiato fotografo internazionale che mi onoro di avere conosciuto.

Questi gli argomenti che insieme allo straordinario gruppo di amici, abbiamo appreso con la costante, precisa e infaticabile guida di Paolo Marchetti:

“Conoscenza della professione di photoreporter, acquisizione della Progettualità, studio del settore Editoriale e delle sue regole, approccio strutturato e responsabile nei confronti del Mercato, Pianificazione teorica, logistica e commerciale di un progetto, Questione etica e Comunicazione, cifra stilistica e narrativa del racconto fotografico, approccio ai Grant e agli Awards, conoscerli, interpretarli e usarli come strumento promozionale e trasformarli in fonte di finanziamento. Conoscenza dei Photoeditor, dei Redattori e delle figure chiave all’interno di una redazione.

I Festival, quali bisogna conoscere, frequentare e perché.

Studio approfondito dell’essenza dell’Editing con metodologie riferite alla letteratura, e alle strutture melodiche musicali, il tutto affrontato con esercizi personalizzati e discussi successivamente. Editing come stato mentale, come Identità del fotografo e presupposto allo storytelling, Confezionamento dei progetti e Vendita, stesura del testo e molto altro.

Lo studio di ogni punto nel programma sarà effettuato proprio sugli strumenti di lavoro che il docente ha personalmente costruito e coltivato nel suo percorso da professionista.

Marchetti infatti condividerà moltissimi dei suoi file personali, dagli elenchi selezionati negli anni degli Award e i Grant a quelli riguardanti centinaia di contatti nei magazine di tutto il mondo.”

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date: 15-01-2018 15:28

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Presenze-Assenze

Una panchina, la possibilità di trovarvi presenze-assenze capaci di suggestionare la memoria o di blandirla con una carezza di luce che è amore, le ombre degli alberi, un giardino pubblico ed i suoi elementi costitutivi architettonici, lo sguardo dell'autore. Tutto questo è declinato in una visione di incomparabile bellezza, tenerezza allo stato puro dove perfino le fronde degli alberi si protendono in un abbraccio ideale di ombre e di luci che l'animo umano sa cesellare con lo sguardo in uno scatto di pura poesia. Cosa accadrà a quella panchina, ascolterà ancora le mille storie di chi si siederà accolto dalla sua luce, da un amorevole senso dei pace che ogni giorno sarà declinato dalla stagione in corso e dai suoi elementi? Si, vien voglia di rispondere in modo affermativo e di entrare nella scena per sedersi e recuperare tutte quelle presenze, assenza giustificate od ingiustificate, che fanno parte della nostra esistenza e spesso releghiamo in angoli oscuri della nostra anima per non farci avvilire dai rimpianti. In questa immagine nessun rimpianto, solo la carezza della memoria e la presenza gentile di una panchina, di un momento del giorno in cui tutti o nessuno possono scegliere di ricordare abbracciando se stessi e chi ci ha amati! Fermarsi ad ascoltare la voce del vento, sentire ogni cellula del nostro corpo assorbire quella luce morbida qui una carezza data alla memoria ed alle sue infinite connessioni spazio-temporali.
(Paola Palmaroli)

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date: 05-10-2017 07:27

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INTERVISTA DI WITNESS JOURNAL - settembre 2017

Raccontare il silenzio: intervista a Ivano Mercanzin
settembre 27, 2017
di Cristiano Capuano

Ciao Ivano. Cominciamo con qualche battuta su “Coney Island”, affascinante progetto che ha indubbiamente segnato gli ultimi due anni della tua carriera. Ciò che risalta maggiormente dalle foto di questa serie è la ricerca di una sorta di “segno opposto”, un capovolgimento dei motivi tradizionali che hanno costruito l’iconografia di uno dei luoghi simbolo di New York. Siamo a Brooklyn, dunque al cospetto di una geografia sociale assolutamente pop, in quanto trasversalmente e ampiamente rappresentata dall’arte, dal cinema e dalla letteratura. Da dove nasce l’impulso alla sovversione di quest’ordine semantico che risulta in un ritratto più intimo, nebbioso e malinconico di Coney Island?

E’ stato un caso, come sempre finora accade ai progetti che ho realizzato: parto con nulla in mente e poi m’immergo nella realtà del luogo dove sono, cerco di sentirne i profumi, gli odori, i colori, i silenzi, i suoni; cerco di fiutare l’aria, lasciando libere le mie emozioni. Il corpo e la mente si predispongono ad assorbire, fino a sentire a volte una scarica di adrenalina che mi fa prendere in mano la macchina fotografica. Allora inizio a scattare, a fissare, a fermare gli attimi, a congelarli, o meglio a riscaldarli, diventando tutt’uno con l’apparecchio, quasi fosse un naturale prolungamento della mia anima, del mio cuore, delle mie emozioni.
Ero per caso a Coney Island senza alcuna programmazione o preparazione e mi sono ritrovato in un mondo surreale, come all’interno di una favola o in un quadro di Chagall in bianco e nero con mille sfumature di grigio. Sono proprio le sfumature, a volte, a raccontare di più dei troppo pieni, quei delicati sbuffi di non colore che sembrano poesia. E’ per questo che amo narrare del poco, del quasi nulla, quello che non si coglie a prima vista, ciò che non è urlato ma impercettibilmente sottotono; quello che solo se si ha il tempo e la lentezza di aspettare si riesce a cogliere e quando lo si vede diventa un tutt’uno con noi stessi, osservatori sconosciuti, e per un attimo senza tempo si sta insieme, provando la stessa emozione, entrando in empatia. E’ lì che il mio racconto si compie, la mia storia assume un senso, e la gioia non ha limiti .

Parlando di questa serie, hai espresso il desiderio di “raccontare il silenzio”. Trovo sia un’espressione abbastanza calzante dal momento che le tue foto trattano con delicatezza la complessità dei vuoti e delle assenze. Non si tratta, però di una vacuità orrorifica, bensì di una catarsi invernale che libera dei luoghi ricreativi dall’asfissia dell’elemento umano. Quale ruolo giocano i soggetti anonimi ritratti in lontananza su spiagge e pontili, caffè luna park della tua Coney Island?

Raccontare il silenzio, è una definizione di un sensibile osservatore a una mia mostra; ascoltandola allora mi ha fatto pensare e mi ha spinto a osservare con più attenzione le mie foto. Era proprio vero. Le prospettive che allontanano lo sguardo, le strutture metalliche verticali che si perdono nella nebbia, le figure solitarie che passeggiano nella battigia con lo sguardo a terra, mentre il mare e la sabbia le incorniciano: tutto ciò richiama il silenzio, quell’assenza di rumore se non quello del mare che sciaborda, naturale suono che culla la mente e accompagna i pensieri , lasciandoli fluire senza interruzione, finalmente liberi di ondivagare liberamente. Ecco quindi che i vuoti o le assenze non sono dolorose, ma benefiche: è cercare di ritrovarsi e parlarsi e soprattutto ascoltarsi, entrando in perfetta sintonia con se stessi. Le figure solitarie sono elementi indispensabili nel mio racconto: perse nei loro pensieri, perfettamente amalgamate con l’ambiente intorno, in pace con loro stessi, attori ignari delle mie storie; persone che si allontanano, e che non voglio avvicinare, per rispetto, per discrezione, per riservatezza, per non disturbarli nel loro pensare. Divengo spettatore della loro esistenza, e siamo accomunati dall’attimo, dal breve spazio-tempo. Quello è l’istante che viene fissato dallo scatto, divenendo eterno, e da lì inizia la storia.

Se la memoria non mi inganna, questo progetto è nato nel dicembre del 2015 mentre ti trovavi a New York per esporre alcuni tuoi precedenti lavori aventi la città di Venezia come soggetto principale. I tuoi notturni veneziani sono parimenti evocativi di un’atmosfera metafisica e spettrale, e nascono in un contesto segnato – proprio come Coney Island – da una forte presenza umana (in questo caso di natura turistica), disinnescata, però, dalla solitudine della notte. Credi che esista una corrispondenza diretta tra le due serie?

Su invito di un amico ho esposto nel suo negozio che si trova in Madison Avenue vicino al Central Park. Provavo una strana sensazione nel vedere le mie foto in bianco e nero di Venezia che contrastavano con il caos della Grande Mela. Le foto erano affreschi notturni scattati in alcune notti invernali. La città era magica, con i lampioni tenui, il vapore del mare, l’odore di salmastro, i campi, le calli, i ponti e le persone che sembravano perdersi nella notte, assorbite dal buio come in un’atmosfera metafisica e spettrale, il ticchettio delle scarpe a fare da colonna sonora. Pensavo alla frenesia del giorno, così contrastante con il silenzio della notte e l’assenza pressoché totale di persone se non qualche coraggioso abitante notturno. Così come Coney Island, nell’estate un turbinio di colori che si trasforma in inverno in un villaggio solitario, come a reimpossessarsi del suo stato primigenio in cui la natura sembra prendere il sopravvento sull’intervento dell’uomo.

Nell’esporre le foto di Coney Island, hai idealmente separato quelle più “frontali” dei boardwalk (che ritraggono il luna park e gli esercizi commerciali) da quelle in cui a dominare è una profondità di campo che proietta lo spettatore nelle nebbie che avvolgono gli sfondi e guardano all’oceano. Credi che questo discrimine prettamente formale nasca dalla tua formazione pittorica, o il tuo modo di concepire gli spazi ha una diversa origine?

Mi sono posto molte volte questa domanda e ritengo sia effettivamente così. Infatti una frase famosa di Ansel Adams dice: “Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato”. Ecco, racchiusa in questa frase, l’essenza anche del mio pensiero, e quindi è inevitabile che quando inquadri e decidi di fissare proprio quella parte di mondo che in quel momento ti ha colpito e senti tuo, tutto ciò vada ad attingere dal tuo mondo inconscio e conscio che negli anni ha accumulato le tue visioni. Ritengo poi che la composizione sia l’elemento principe nella fotografia, quello che ti permette di creare in un piccolo frammento del tuo sguardo un mondo intero, un racconto, una storia. Per me, la fotografia non deve rappresentare ogni cosa, anzi: si deve togliere il più possibile, lasciando solo pochi elementi sparsi che possano essere carpiti e interpretati dall’osservatore, in modo che egli possa costruire il “suo” racconto e completarlo con il proprio vissuto, filtrandolo con le sue emozioni e con il suo sguardo interiore.

Tu hai studiato disegno e pittura, ti sei interessato molto alla poesia, hai montato delle clip dei tuoi lavori sulle note di Chet Baker e altri standard jazz, e le tue foto di Coney Island sono edite accompagnate dai racconti della scrittrice Tania Piazza. Contaminazione e ibridazione tra le forme d’arte rappresentano motivi imprescindibili della tua ricerca?

Assolutamente sì: ritengo che questa miscellanea di generi sia indispensabile. Non amo gli steccati, gli orticelli, come non apprezzo questo ormai imperante obbligo di definire per forza il genere fotografico a cui si appartiene. Ecco quindi che la musica, l’arte, la poesia e la letteratura sono componenti imprescindibili al mio modo di operare: è da lì che io traggo le mie ispirazioni per le fotografie, è in quell’insieme di stimoli che arrivano poi i miei progetti, naturalmente contaminati dall’ambiente in cui mi trovo in quel momento e dalla persone che vi abitano. La mia ispirazione si alimenta grazie a queste arti, senza le quali ritengo saremmo tutti più aridi e infelici. Il jazz accompagna spesso i miei racconti fotografici, credo sia il genere che meglio li sposi; tuttavia, non disdegno tutti gli altri, compreso il rap, che mi piace molto in questo momento, in particolare quello italiano e di bravissimi rapper soprattutto immigrati (Ghali, Maruego, Amir, Kuti, per esempio). Mi piace ascoltare la musicalità e in particolare analizzare la semantica del loro linguaggio di stranieri italiani, che racconta storie e, attraverso le parole, ci permette di conoscere i loro pensieri. Ho in mente un progetto fotografico molto ambizioso a riguardo e spero di realizzarlo.
Inoltre, inizierò a breve il Masterclass Pro-Photographer di Paolo Marchetti, pluripremiato fotografo internazionale, per apprendere i metodi del reportage e applicarli anche in progetti fotografici con alcune O.N.G. Internazionali con le quali sto già programmando alcune iniziative.
Con Tania invece è nata per caso una collaborazione e un’amicizia, a lei sono piaciute le mie foto e a me la sua scrittura; senza alcuna programmazione, quando vedeva qualche mio scatto che le raccontava una storia, iniziava a scriverla: ecco quindi “Just smile”, ispirato ad alcune foto di The Face o “Infinità” ispirata a una foto di Coney Island, e molte altre fino ad arrivare a un libro con 28 racconti e altrettante scatti in corso di pubblicazione (con una casa editrice di Bergamo); il titolo sarà “L’anima fotografata” e a breve inizieremo a presentarlo.

Soffermiamoci su un’altra nota stilistica della tua opera. Tu hai lavorato molto in bianco e nero, ma in “Coney Island” non sono ragioni prettamente cromatiche a determinare il senso di sospensione delle tue atmosfere; basti pensare alla Coney Island di Bruce Gilden degli anni ’70/’80, interamente rappresentata in bianco e nero, ma ben più estiva, caotica e antropocentrica. Nella tua personale idea di fotografia, il bianco e nero è causa o conseguenza?

Bruce Gilden ha fotografato in bianco e nero e negli anni 70 quello che di fatto sta ancor facendo oggi a colori: visi grotteschi in primo piano, corpi sformati, scene di vita esasperate dal suo taglio personalissimo e unico. Il suo bianco nero non aggiunge né toglie nulla alle sue immagini già “cariche” e “piene”.
Il mio racconto è del tutto diverso: non ci sono primi piani, ma panoramiche, visioni che si allontanano rispetto a inquadrature “strette”. Il mio è un racconto lieve, leggero, quasi impalpabile: il bianco e nero è il naturale “colore” a descrivere tutto ciò, con delicatezza, in maniera poetica e, in questo caso, quasi privo di contrasti. Mi piace l’idea che la sensazione, osservando i miei scatti, sia quella di foto d’antan, un raccontare la contemporaneità con uno stile retrò. Riprendendo una raccolta di poesie di Ferlinghetti, mi piace definire la “mia” Coney Island “il luna park dell’anima”.

“Il bianco e nero racconta il mio mondo interiore, le emozioni e i sentimenti più profondi […] ricco di contrasti, aspro, riflette a pieno il mio carattere solitario”. So che queste parole di Daidō Moriyama ti hanno molto colpito e ispirato, e credo che quest’idea di solitudine sia un’assoluta protagonista di un’altra tua serie newyorkese: “The Face(s) of NYC”. Qui ti sei direttamente misurato con la street photography in bianco e nero – di cui Moriyama stesso è maestro – ed hai efficacemente ritratto il senso di incomunicabilità. Di quella folla cosmopolita e solitaria che popola New York. Quale è stato il tuo approccio ai soggetti? Hai eliso o ricercato l’interazione con loro?

Mi piace molto questa definizione di Moriyama, ma non posso definire il mio carattere solitario; al contrario, mi sento molto socievole, anche se a volte amo fuggire dalla folla e in quel momento ciò che preferisco per eccellenza è fotografare. Non amo infatti condividere il tempo dedicato alla fotografia con altre persone; quando sono solo, quando sento quell’armonia che mi pone in equilibrio con quanto mi sta intorno, la creatività si manifesta in maniera prepotente e percepisco una sensazione che mi avvolge completamente. Il progetto The Face è nato per caso: mi spostavo dal Queens, dove alloggiavo, a Manhattan, e tutti i giorni facevo il pendolare mescolandomi alle persone. Ho cominciato a scattare perché le immagini mi sono venute incontro, mi catturavano e non potevo non fissarle e ciò è molto diverse dall’allontanamento che caratterizza Coney Island. Qui abbiamo un avvicinamento, un faccia a faccia: la macchina appoggiata al petto per non farmi notare e scattavo, passando inosservato, potendo cogliere così le persone nella loro naturalezza, senza forzature o travisamenti che ne avrebbero modificato le espressioni. Ecco forse il perché di questo senso d’incomunicabilità che tu hai captato, uno spontaneo distacco di chi quotidianamente si trova a ripetere gli stessi riti e le stesse abitudini.
Mi sono sentito parte di loro, ho cercato di capire, ho tentato di mettermi in sintonia con le loro abitudini, ho scrutato espressioni cercando di fissarle, riportando a casa quel momentaneo “vissuto” insieme.

Come ultima battuta cercherei una liaison tra queste tue due serie newyorkesi. Vorrei chiederti quale credi sia il rapporto tra loro, e se l’alienazione e il senso di isolamento siano comuni denominatori che obliterano le differenze tra la prossimità fisica, nel caso di “The Face(s) of NYC”, e la distanza dai soggetti, nel caso invece di Coney Island.


Le due serie sembrano essere state prodotte in tempi diversi, invece sono state scattate la stessa settimana di dicembre del 2015 ma con stili differenti: Coney Island con panoramiche e lontananze, figure appena abbozzate, a volte perse tra la nebbia, mai ravvicinate, come sospese in un paesaggio surreale, onirico. The Face, all’opposto, con figure ravvicinate, quasi in primo piano, a volte appena contestualizzate. Sono linguaggi diversi, ma accomunati dallo stesso senso di smarrimento, anche se la solitudine di Coney Island sembra benefica, ricercata come un toccasana, per armonizzarsi con se stessi e la natura d’intorno.
The Face presenta invece una solitudine più profonda, di smarrimento, una solitudine urbana , fatta di indifferenza, di distacco emotivo, pur nella vicinanza con gli altri, come abitanti di microcosmi autonomi e indipendenti. Uno stare con gli altri ed essere altrove. Una vicinanza fisica e una lontananza mentale.
Ecco allora che il fotografo decide in quel momento cosa rappresentare, sono sue le interpretazioni, sue le personalissime scelte di raccontare proprio quello: tutto è funzionale alla sua narrazione e al taglio che vuole dare alle immagini.
Le foto quindi raccontano storie e mondi altrui, ma nel profondo è la tua storia che stai raccontando e il tuo svelarsi che si compie.

WITNESS JOURNAL : L'INTERVISTA

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date: 01-10-2017 00:12

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La strada

21-08-2017 20:24

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La strada come luogo e momento di incontro tra artisti giovani e bambini. L'attesa di questi ultimi di ricevere le suggestioni musicali, il bisogno di riposare e di chiacchierare degli artisti. In questo scatto ogni soggetto è ripreso nel suo interagire con il vicino, i bambini sono spettatori ideali e proseguono l'opera iniziata dall'autore dello scatto di mettere a fuoco l'anima di quell'istante, di quel luogo, di una stagione dove incontrarsi significa anche questo: ascoltarsi a vicenda, produrre una musica che unisca e renda partecipi tutti di uno spazio ideale, quello della socializzazione umana, che la strada incarna e sublima al massimo grado. Complimenti Ivano Mercanzin, sai come far parlare una città, un angolo di mondo, una via,, la gente che la vive e la abita. In bianco e nero tu ci restituisci tutti i colori di un'umanità che mostra e respira il meglio di se stessa. Ammiro profondamente questa tua capacità!
(Paola Palmaroli)

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SIRMIONE 2017 N.4

16-07-2017 21:27

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Eccolo qui, Ivano, con le sue atmosfere a tutto campo, respiri di anima e di sguardi, li definirei se fossi un critico...Come sempre racconti con poco storie e attimi che sembrano fermarsi nei tuoi bianchi e neri ricchi di dettagli, Bravo bravissimo amico mio...
(Patrizia Moretti)

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PADOVA 2017

16-07-2017 21:23

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Il pensiero umano organizza concetti, emozioni, esperienze, dimensioni spaziali e temporali, sa come mutuare dalla realtà il necessario per soddisfare i suoi bisogni contingenti e per realizzare desideri e sogni che prendono forma come una casa,un progetto che sembra non aver mai fine. In questo scatto di Ivano Mercanzin lo spazio è perfettamente armonizzato con il pensiero di chi lo ha ideato e strutturato architettonicamente. La luce riesce a dipingere gli spazi donando una tridimensionalità accattivante. Le ombre non permettono di nascondere le geometrie della pavimentazione, sono morbide ed aiutano a vivere gli spazi illuminati come una conquista, un premo ambito. Il cervello umano abita e desidera abitare spazi sempre più vasti ma trova pure il modo di concentrare in architetture meravigliose confini rassicuranti, archi e colonne che fungono da spartiacque per raggiungere punti diversi da cui osservare lo stesso concetto, qui abitativo, nel pensiero più esteso a campi della conoscenza che necessitano di spazi mentali adatti per crescere. Bellissimi i connotati di questo luogo, li hai saputi valorizzare come non mai Ivano Mercanzin! Ammiro!
(Paola Palmaroli)

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SIRMIONE 2017 N.3

16-07-2017 21:21

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Guardare verso la stessa direzione, essere vicini e toccarsi fin nell'anima, poter ascoltare i propri silenzi che sono la voce più sincera che si possa emettere, una pausa che prelude ad accordi strazianti di emozioni e di passioni sopite. Seduti l'uno accanto all'altra ed aver davanti a sé il tentativo struggente dell'infinito di raccogliere la loro corrente insieme a quelle di milioni di coppie che si sono succedute nel divenire del tempo e dello spazio. Un istante raccolto e prezioso che Ivano Mercanzin non ha edulcorato o reso altro da sé, non era necessario, quel tocco con le loro spalle, quello stare seduti vicini dice tutto quello che noi sappiamo ed a chi non conosce tale simbiosi evoca una felicità composta di poco, proprio per questo un tutto che deflagra in ogni angolo dell'universo! Stupendo istante.
(Paola Palmaroli)

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SIRMIONE 2017 N.2

16-07-2017 21:13

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Cosa colpisce di un paesaggio? La bellezza del luogo, la bravura del fotografo nel riprodurne un angolo particolarmente affascinante e ricco di pathos? Ci sono tante variabili dipendenti dal nostro senso estetico e dall'umore di quel preciso istante in cui abbiamo incrociato un angolo di mondo che appare ai nostri occhi come il paradiso in terra. In questo scatto non c'è solo ciò su cui ho appena riflettuto, c'è molto di più. Abbiamo di fronte a noi l'anima di un giorno, di un giorno qualunque reso unico, indimenticabile dall'autore dello scatto. Abbiamo un lago che d'estate si è ritirato lasciando emergere delle isole di pietra, come delle carezze date dalla terra all'acqua, dal cielo che si riflette su quella superficie alla pelle di chi come i due esseri umani, si è proteso verso un infinito composto di poco o nulla, ovvero un tutto che prende forma sotto i nostri sguardi, che ha il profumo delle sensazione provate mentre ogni elemento entra in simbiosi con la nostra essenza. Siamo consapevoli grazie al fotografo che facciamo parte di quell'angolo di universo, che siamo intimamente connessi con la parte migliore del creato e con quella di noi stessi cui non vorremmo mai rinunciare. Bellissimo paesaggio dell'anima Ivano Mercanzin, ammiro!
(Paola Palmaroli)

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Sirmione 2017

02-07-2017 08:32

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Il colore dona un'aura di magia e di leggenda a questo luogo. le pietre paiono scolpite non dall'acqua ma del respiro stesso del cielo, delle sue correnti, di quel vago sentore di infinito che si insinua in ogni anfratto! Bellissima la luce tenue, quel rosa polvere che si stempera nelll'avio e nel celeste. tutto dona calma, una sicurezza che avvince ed incanta! Bravissimo nel cogliere questa pace e la bellezza del luogo! Talvolta pensiamo che i luoghi meravigliosi siano lontani ed invece spesso sono più vicini di quanto ci si aspetti, tu Ivano ce lo hai dimostrato con questo tuo scatto!
(Paola Palmaroli)

Non finirei mai di osservare questo tuo scatto Ivano Mercanzin! Sei riuscito a rendere calde e morbide sfumature di colore che spesso accompagnano l'inverno e non l'estate. Ci sono sentimenti che sono perfettamente ascrivibili a determinati colori, quel che non si coglie facilmente è il contrappunto ideale tra natura e ciò che smuove l'animo umano senza aver bisogno di urlarlo o di esprimerlo con veemenza. Questo si prova ad immergersi in tale atmosfera, i toni di colore e le forme che vengono scolpite da una simile tavolozza di sfumature e di colori ghiacciati, metallici, finiscono per smuovere emozioni profonde ma non esplosive come certe eruzioni vulcaniche. Tutto rimane composto, lieve e quasi immobile. Ci sono volti che con un leggero battito di ciglia, di una ruga d'espressione presso le labbra o sulla fronte riescono a raccontarti tutto ciò che sentono senza aprire bocca, ecco, nel tuo paesaggio si osserva la stessa magica capacità di dire tutto con poco, di fermare il tempo senza strattonarlo, semplicemente cogliendo quel momento preciso del giorno dove tutto appare calmo ed invece annuncia sommovimenti profondi sia in cielo che in terra, che sulla superficie del lago. Basta che la luce maturi, che il sole fenda quella foschia morbida all'orizzonte e quei toni di avio, di rosa, di grigio-celeste lasceranno il campo a colori più accesi e veementi. L'alba di un nuovo giorno ha questa grande dote: sussurra e non grida mai, eppure come si percepisce e come ti cambia il modo di sentire e di vedere, ti lascia senza fiato senza volerlo, come nel tuo scatto che adoro! Complimenti Ivano, spesso tornare su una fotografia te la apprezzare ancora di più, sempre che ce ne fosse il bisogno! :) Come rileggere a distanza un buon libro.
(Paola Palmaroli)

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Blue Note

11-06-2017 19:30

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Come tornare indietro nel tempo grazie ai tuoi superbi bianco e neri, in una New York degli anni Trenta del secolo scorso, pur essendo ai giorni nostri, calati nell'atmosfera di una strada, di una quotidianità faticosa cui andare incontro, su un marciapiede consumato da mille e mille vite che lì si sono date appuntamento senza saperlo, incrociandosi. Come il tuo sguardo delicatissimo su quell'anziana che incede appoggiandosi al carrello. Bellissimo squarcio di una metropoli che è impregnata di un'umanità così varia che ogni suo angolo diventa un paesaggio umano prezioso come non mai.
(Paola Palmaroli)

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INFINITA'

05-03-2017 09:36

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di Tania Piazza
Stare appiccicati a qualcuno, si può. Io l'ho fatto per anni, fino alla settimana scorsa: esattamente sei anni e ventidue giorni. Senza farmi vedere, senza che lei lo sapesse, almeno non più. All'inizio, gliel'avevo detto ben chiaro: "Non ti abbandonerò mai, non ti lascerò andare nell'oblio. Sarò sempre con te, anche se non mi vuoi più." Che poi, non è stata lei a decidere che dovevamo dividerci; è stata la vita stessa a farlo. O meglio, la mia vita ha portato lei a dirmi addio. Ci siamo conosciuti che io ero già sposato, con due figli. Perchè non potevamo incontrarci prima? Dopotutto, era con una come lei che avrei voluto costruire una famiglia. Era con una come lei, che avrei voluto camminare giorno per giorno. Alla fine, quello che mi ha fregato è stato quel "come lei". L'ho compreso dopo, che esiste solo una Lei, e qualcuna, forse, come lei. Con la quale si può stare bene, ci si può sposare e ci si può anche fare dei figli; ma quando poi la vita ti mette di fronte a Lei, allora capisci tutto. E vorresti poter tornare indietro, per compiere di nuovo le tue scelte, ma sai che non è possibile.
Quando ci siamo incontrati, ho provato a far finta di niente. Ho proseguito senza cambiare nulla. C'era solo Lei, in più, ma non credevo che questo sarebbe bastato per smontare il mio equilibrio. All'inizio, ho chiuso gli occhi, semplicemente: Lei mi cercava, ma io fingevo di non vederla. Credo sia stata la vita stessa a ingiungermi di aprirli, quegli occhi, quella stessa vita che oggi mi spinge a chiuderli di nuovo. Resisti, per un po', ma poi non ne hai più, nulla può contrastare ciò che porta in sè un vago sapore di infinito. E allora lo accogli in te, e ti accorgi che quello che prima chiamavi vita, altro non era che una brutta copia, una prova scritta in fretta, d'istinto, da riportare prima o poi in bella. Pensi ai tuoi figli, pensi a tua moglie. Alla casa. Alle vacanze. Alla cena da preparare. Agli acquisti da fare. All'erba del giardino da tagliare. In mezzo a tutto quello che è vita, vorresti metterci Lei. Come se nulla fosse, tra una lista della spesa e i bambini da portare a scuola.
Ma Lei non ci sta, e allora glielo spieghi che non puoi cancellare anni di vita vissuta in nome di una promessa di anni di vita da vivere. Glielo dici che non puoi immaginare di ritornare a casa la sera, dopo il lavoro, e non sentire più i rumori dei tuoi figli che giocano tra di loro e rinunciare a vedere la scintilla che, in mezzo alla stanchezza di tutto il giorno, anima comunque di gioia gli occhi di tua moglie. Lei, dove potrebbe stare in tutto ciò?
Non ci sta, punto. Ecco perchè decidi che le rimarrai appiccicato per sempre, a distanza, addosso come fosse vero, ospite nel tuo stesso cuore. L'ho portata da allora, dentro di me, e me la sono tenuta stretta ogni giorno. Per sei anni e ventidue giorni, in ogni momento della mia vita. E' come se l'avessimo vissuta in due. Lei forse nel frattempo se l'è dimenticato, ma il mio cuore ha sempre battuto doppio, a ogni battito: uno per me, e uno per Lei. Gliel'avevo giurato, che non l'avrei lasciata andare mai, ed è questo che ho fatto. Anche quando ho saputo che si era fidanzata. Anche quando mi hanno detto che cercava casa, per starci con lui. Non ho mai visto una fine, in questo, solo un naturale proseguio delle nostre vite. Svegliarmi alla mattina sentendola dentro di me; sognarla, a volte, la notte, per vivere degli sprazzi di irrinunciabile felicità. Non ho mai visto una fine, mai.
La scorsa settimana, però, ero in coda per un hamburger, come al solito: la mia pausa pranzo veloce, qui sul lungomare. I gabbiani hanno la voce acuta, e a volte ho l'impressione che possano scheggiare il cielo; mi piace starmene qui ad ascoltarli, mentre mangio, prima di tornare in ufficio. E' come se ogni giorno la perfezione cristallina del paesaggio venisse messa in pericolo dalle loro urla, e amo vedere come questo non succeda mai. Mi metto in un angolo, a osservare le persone che passano, veloci nelle loro vite diverse. D'estate, poi, l'allegro brulichio di gente fa sembrare impossibile essere triste, anche per un solo, isolato attimo. Amo questo luogo, in ogni stagione. Mi riporta alla gioia dell'infinito. Mi riporta a Lei.
Ma la scorsa settimana, appunto, mentre ero in coda per il mio hamburger, ho sentito casualmente due donne che, chiacchierando, parlavano di Lei. Credo fossero colleghe, perchè la conversazione verteva sui turni da coprire e sul lavoro che sarebbe rimasto arretrato. Ci ho messo un po' a unire le parole che stavo ascoltando con l'adorata coinquilina del mio cuore. Poi, ho capito: Lei è incinta. Aspetta un bambino. Avrà presto un figlio. Condividerà la felicità così definitiva di diventare mamma con un lui che non sono io. I suoi occhi parleranno a un altro uomo, raccontandogli cose che ho sempre immaginato avrebbero un giorno raccontato a me. E' strano come certe cose si capiscano in un lampo, all'improvviso: il mio cuore l'ho sentito uscire dal petto, e credo ce l'abbia messa tutta per parlarmi, per rubare un po' della mia attenzione, per farmi finalmente ragionare. L'ho visto prendermi in disparte e mettermi un braccio attorno al collo, abbassare il tono di voce e sussurrarmi nell'orecchio ciò che il mio cervello non aveva mai voluto ammettere: da sei anni e ventidue giorni ero solamente in attesa. Avevo parcheggiato Lei nel mio cuore con la speranza di fermare il tempo, vivere tutto quello che mi restava di questa vita con mia moglie e i miei figli fino alla vecchiaia, fino alla morte, e poi ritornare indietro, riprendere Lei da dove eravamo rimasti e ricominciare a vivere di nuovo, la vera vita che stavamo aspettando. Attendevo di vederla io, quella luce di felice incredulità, quando mi avrebbe annunciato di essere incinta. Attendevo di vedere nascere quel figlio del nostro amore. Di vederlo crescere, di tornare a casa la sera dopo il lavoro e ascoltare la sua voce allegra, e cogliere la scintilla di gioia che, nonostante la stanchezza della giornata, avrebbe abbellito gli occhi di Lei, al mio rientro. Attendevo di programmare le vacanze, gli acquisti, il dentista e la partita di calcio della domenica. Attendevo di vivere l'infinito.
Quel giorno, sono uscito dalla coda senza hamburger, e ho iniziato a camminare sul lungomare. Lo faccio tutti i giorni, da allora. Tengo la testa bassa, per non perdermi nessuno dei granelli di sabbia che riempiono la spiaggia. Osservarli, mi riappacifica col mondo. Provo a contarli, ma spesso mi perdo e torno indietro e questo mi dà serenità: ce ne sono miliardi, e ovunque volga lo sguardo la loro presenza mi calma, mi ridà fiducia in qualcosa che non conosce fine. Immagino di camminare per chilometri e chilometri e di ritrovare sempre la stessa sabbia sotto ai miei piedi, ascoltando il suono del mare, che continua a portarmene di nuova. Ciò che fino alla scorsa settimana dimorava dentro di me, rintanato in un angolo del mio cuore, si è spezzato, d'un tratto: sei anni e ventidue giorni interrotti senza un preavviso. Credevo bastasse stare appiccicati a qualcuno dentro al cuore, per mantenere infinita la promessa di vita. Credevo che, anche se Lei non ne era consapevole, avrebbe aspettato per sempre, con me, quello che sarebbe venuto. Camminavo dentro a questa vita con questa promessa di infinità. Ora, il mio cuore ha bisogno di un nuovo infinito; conto i granelli di sabbia, e mi pare di poterlo riempire così.
Qualcuno, ogni tanto, accenna un saluto incrociandomi. Vede un uomo solo - solo come non sono mai stato - con la testa bassa e lo sguardo rivolto al suolo. Mi sente mormorare con un filo di voce, perchè cammino contando i granelli, e ogni giorno proseguo dal numero a cui ero arrivato il giorno prima. Penserà che io sia malato, come sono malate quelle persone che non hanno nessuno a cui raccontare di sé. Ma io mi sto curando, già, e il giorno in cui non verrò più qui sul lungomare a contare, sarà forse il giorno in cui inizierò davvero a vivere la vita che sto vivendo ora. Mi sveglierò la mattina senza sentire il vuoto in un angolo del mio cuore, e farò colazione mangiando solo per uno. Andrò al lavoro senza accumulare nella testa le cose da raccontare poi a casa e rientrerò la sera, senza cercare più la scintilla negli occhi di mia moglie, perchè non avrò più nessuno a cui paragonarla. Andrò a dormire sperando di non sognare, perchè sarò sicuro che nei sogni non sarò mai più felice.
Ma finchè i granelli di sabbia non si esauriranno, io tornerò qui, in cerca dell'infinito. Quello che mi ha portato avanti in questi anni, quello che tenevo appiccicato al cuore. Perchè l'infinito, se anche la vita, a volte, fa di tutto per farlo vacillare, non dovrebbe finire mai.


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Mescolo i colori

20-12-2016 23:21

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di Tania Piazza

Mescolo i colori. E lo faccio di notte, quando sono solo, al buio, senza possibilità di vederli. Mi concentro a occhi chiusi, perchè tenerli aperti e non riuscire a percepire altro che il vuoto del nero mi deprime. Però lo faccio appositamente, sarebbe troppo facile di giorno, con la luce, troppo scontato. La luce è una guida, ma ti porta dove vuole lei. Io, invece, voglio sovvertire gli ordini. Quando cala il silenzio, dopo le ultime fatiche, spengo tutti gli interruttori e mi chiudo in casa. C'è un angolino, qui, che pare ricavato da uno scrigno con pareti di velluto. Ci si sente a posto, abbracciati dalle tenebre, che ammansiscono la frenesia del vivere; le mie polveri sono tutte ad attendermi, ordinate in un armadietto, e io le riconosco dall'odore. Nel mio mondo, ogni colore ne ha uno ben preciso. Stanotte, ho bisogno di levare vita all'ocra, che parla della gioia che ho annusato oggi per le strade della città. Indisponente, nella sua felicità. Odora di un'attesa che senti porterà a qualcosa di magico. So che tra i suoi frammenti rilucono raggi di sole, ma io li voglio spegnere. Annusando, il fiato mi si fa grosso, come se faticassi a respirare. Non controllo mai l'effetto che mi fanno i colori; è proprio questo che mi riporta qui: la possibilità di lasciarmi entrare nel naso, a fondo e senza filtri, i loro odori, spogliati dalla luce che emanano quand'è giorno, solo la loro essenza, al buio, per comprenderla più a fondo. Questo giallo mi altera, mi predispone a una nuova attesa, e non mi va: spegnere i toni a volte può essere salvifico, permette di non trascinarsi giorno dopo giorno cercando di arrivare a un qualcosa che ancora non si è nemmeno immaginato, senza respirare il presente. Sono stanco, stanco di tutto questo aspettare. Afferro il grigio, è sempre l'olfatto a guidarmi; il suo odore sa di inerzia e con rabbia lo getto sul giallo. E' come buttare acqua su un fuoco, come togliere ossigeno a una creatura vivente. Bloccare per un breve lasso di tempo ogni iniziativa, levando l'energia in eccesso. Ora, il mio respiro scende di tono, approda lentamente alla parte più in profondità che mi sta nel cuore: cammina piano, guardingo, andando sempre più in basso. In quel luogo dell'anima dove c'è spazio per assaporare, senza fremere.
L'odore di questo nuovo composto mi riempie. "Giallo più grigio", sarà il suo nome tecnico, con il quale lo catalogherò nella mia agenda. Ma è molto di più.

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Memoria

20-12-2016 07:23

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Ci sono odori, sapori, luci ed ombre che appaiono così scontate da risultare ogni volta un deja vu di incommensurabile fascino ed invece sono la forma più antica di un riflesso cui noi umani doniamo le fattezze della nostra storia, piccoli rimandi che costituiscono la differenza ed il valore aggiunto tra passato e presente, irrinunciabili. Ci sembra di scorgere quel preciso angolo da cui sbucherà una persona nota, oppure un amico, viene evocata perfino nella tua visione il profumo di una giornata che è rimasta per sempre incastonata nella memoria da costituire la trama di un tessuto di desideri mai sopiti. Desideri semplici, articolati in modo naturale come solo la vita all'aria aperta, in una cascina, seguendo i ritmi del giorno e delle faccende domestiche possono realizzare. L'odore per esempio di legna che arde in un camino, quello della polvere, della terra impregnata delle correnti dei venti e degli esseri viventi che fanno parte di quell'angolo di mondo così speciale per la sua diretta e schietta semplicità. Nessun rumore strano, nessun gesto nervoso o di stizza, esclusivamente rituali che appaiono consueti ed irrinunciabili se li si vive direttamente, se si osservano con rispetto e dignità. Una vita dura ma regolata da ritmi rassicuranti, da comunicazioni essenziali e sincere, da uno stile di vita che appare a noi spartano ed invece è fondamentale per non perdere mai quel che conta veramente per ogni singolo individuo: esistere! Qui tra queste mura e sotto quel cielo non si sopravvive a se stessi ma ci si impara a conoscere fin nelle fibre più profonde del nostro essere. Tu ci hai regalato con la tua visione un pezzo di mondo che ancora esiste e con tutti i cambiamenti affrontati non è più lo stesso ma ha inscritto nel suo DNA la parte migliore degli esseri umani, priva di maschere e di inutili orpelli, un susseguirsi interminabile di giorni, di azioni, di abitudini, che conservano la nostra forza ed energia primigenia. Ammiro come riesci sempre a farci entrare in spazi e vissuti di imprescindibile valore sia umano che culturale, sai raccontare la storia di un luogo come pochi altri, ne raccogli sempre l'essenza senza indulgere nella tentazione di essere stereotipato o scontato. La poesia di un luogo o del suo vissuto sta proprio nel tuo sguardo severo e rigoroso ma di un'umanità che fa tremare anche la carne sulle ossa di chi ha l'animo disposto a sentire il battito del cuore della società in cui è nato e vissuto.
di Paola Palmaroli

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