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PRESS: Eugenio Marzotto ritratto per il libro "Sto bene qui"

date » 24-11-2019 18:07

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Dialogo breve tra lo scrittore e il fotografo.
(Eugenio Marzotto e Ivano Mercanzin)

L’occasione: il ritratto per il libro “Sto bene qui” uscito in questi giorni.

Scrittore:
La forza della foto non è il soggetto ma il racconto scritto da quel soggetto. È come se i personaggi e gli ambienti noir si fossero impossessati di me e viceversa e tu l’hai visto, immortalato, rappresentato non con la tecnica ma con il cuore. Hai letto oltre l’obiettivo, perforato con uno scatto il mio volto per proiettarlo sul libro. Non so come tu abbia fatto, forse per affinità. I ritratti di copertina di solito sono una semplice rappresentazione dell’autore, qui tu sei andato oltre con mio grande stupore. Devo capire se quella foto da dannato è adatta ad un pubblico che io spero sarà eterogeneo e non solo ai balordi come me.

Fotografo:
Sfogliavo le varie foto e quando mi sono imbattuto in questa mi ha attirato con forza a sé e ho subito pensato : chi è Danny? ovviamente l'analogia è stata immediata, senza pensarci, ho collegato immediatamente il ritratto al protagonista del tuo libro, pur conoscendo di fatto poco o nulla se non la sinossi. Quasi come se mi fossi immaginato quello che poi tu hai scritto nel messaggio. Pensavo come spesso accade che un libro di fatto racconta di sé e ti permette di vestire ruoli diversi dando ampio sfogo al tuo sentire nel far vivere i vari personaggi, come se tutti appartenessero alle molte sfaccettature del proprio animo e grazie alla scrittura fai esistere e aiuta a comprenderti. Quando scatti un ritratto non arriva subito la foto "giusta" devi ascoltare la persona che ti sta davanti, devi "sentirla" e anche se apparentemente potresti sembrare sereno e calmo, sei invece in tensione, con tutti i sensi all'erta pronto a catturare il momento. E senti l'empatia. Con te è stato facile, sembravamo entrambi già pronti, quasi collaudati o forse perchè entrambi consci dell'importanza del momento e con reciproca fiducia. Infatti tantissimi scatti sono veramente "buoni" e di ottimo livello. Tutti che raccontano qualcosa di te. Come se fossi riuscito a immortalare le molte "anime" che ognuno di noi ha.

Sirmione di notte

date » 24-11-2019 17:32

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Sirmione
marzo 2019

La contrapposizione tra le luci all'orizzonte dei centri abitati e la presenza degli alberi scarnificati dalla stagione e dal clima che paiono osservare la scena stupiti da quell'incendio di vita che cerca di superare la notte imminente rende il tuo scatto Ivano di una bellezza senza pari.
Non figure umane ma presenze che stabiliscono la loro duratura attenzione come se in un teatro ideale due o tre spettatori non si alzassero mai alla fine di uno spettacolo ma rimanessero in attesa del successivo. Il bianco e nero come sempre accentua le emozioni che invii con il tuo sguardo attento sulla realtà circostante e quei rami protesi finiscono per sembrare braccia pronte a far festa ad un tempo senza tempo dove la luce è la sovrana indiscussa del mondo circostante.
(Paola Palmaroli)

notte a Borghetto

date » 17-11-2018 01:30

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Quale mese più mistico ed affascinante di novembre si può far proprio fotografando la sua intima atmosfera? Pochi altri momenti dell'anno solare sono così influenzabili dalla nebbia e dalla notte. Si rallenta il passo, i pensieri appaiono più cadenzati ed in sintonia con il movimento di ogni muscolo del corpo, il respiro diventa più profondo, lo sguardo si sofferma sulle ombre trovandole ancor più intense nel controluce che le disegna. In questo scatto la presenza delle due figure umane è di una bellezza senza pari. La profondità dei piani visivi ci fa ascoltare i loro sussurri, la voce dell'aria con l'eco della sua evanescenza che appare simile ad un aerosol di grazia e di malinconia. Quella stessa dolcezza che alleggerisce i pensieri ed i passi, le emozioni e le azioni. Qui tutto appare fermo ma è invece in continuo movimento, una lentezza che nutre corpo ed anima e rende le sere e le notti più vive dei giorni stessi. Stupendo momento e visione Ivano, ammiro!
(Paola Palmaroli - novembre 2018 )

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Windows

date » 24-10-2018 23:05

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Sezione: Windows
Selezione: Paola Palmaro
Evidenza del 22/10/2018
Motivazione:
Riesci a guardare ogni luogo che sia in interni od in esterni con gli occhi ansiosi ed affascinati della prima volta rimuovendo ogni dettaglio inutile dalla scena per spingerci a cogliere quel che tu hai percepito e reso visibile fotograficamente con enfasi.
Da una finestra aperta pronta ad affacciarsi su quelle di fronte con i tetti e le grondaie che si inerpicano verso abbaini e mansarde tutta l'atmosfera mostra un'armonia di piani visivi che la luce rende indimenticabili.
Grazie per la tua condivisione!

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Bagno Vignoni

date » 24-10-2018 23:02

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Bagno Vignoni (SI)
Nota dell'autore dello scatto.

Ci sono luoghi sulla terra che non hanno tempo, non sono ne un "ieri", ne un "oggi", ne un "domani", solo un sempre declinato dall'emozione di incontrare quell'angolo di mondo custodito dentro il proprio cuore e continuamente ravvivato dal desiderio di farne parte, di esserci anima e corpo.
Beh, se volevi trasmetterci tutto questo Ivano, ci sei riuscito e non solo: hai colto una bellezza semplicemente disarmante, come certi volti acqua e sapone che ti dicono tutto senza aprire bocca ma sorridendoti dai recessi dell'anima. Devi amarlo molto questo angolo di terra dove il cielo accarezza ciò che l'uomo ha cesellato con cura e dove anime come la tua si ritrovano sempre come se fossero appena nate, in quel preciso istante in cui gli occhi si sono messi in relazione con lo spazio emozionale che dilaga oltre i confini stessi stabiliti dalla fotografia e dal punto visivo in cui hai deciso di scattare.
Più guardo questa tua fotografia e più capisco come la natura umana sia consapevole di quanto quella che ci circonda sia fondamentale, una pietra angolare per ogni esistenza e vissuto. Il tuo è inscritto in luoghi dove il bianco e nero ci descrivono lo spirito con cui li vivi. Non attraversi mai semplicemente uno spazio tu lo abiti anima e corpo e questo si sente in ogni tua visione. Grazie per averci donato uno squarcio di infinito in un quadro dove la cornice si dissolve per darci la possibilità di estendere oltre i confini del visibile quel che tu hai visto e sentito e noi con te continuiamo a percepire viaggiando idealmente con il tuo sguardo.
(Paola Palmaroli)

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Bellezza

date » 15-10-2018 22:20

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La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
(Alda Merini)

Il raggio nel tuo scatto Ivano Mercanzin appare come un aerosol di luce che si propaga in ogni dove raccogliendo lungo il suo tragitto gli umori, gli odori, i profumi, che terra e presenza umana emanano. Stupenda la composizione, ovunque si guardi l'attenzione viene catturata da elementi che rendono la scena armoniosa, dai fichi d'india all'uomo di schiena appoggiato che sta osservando, riflettendo su quell'angolo di terra che possiede un tale fascino da indurlo a fermarsi, a respirarne la magia per godere dell'alchimia creata tra luci ed ombre. In certi momenti del giorno tutto appare come è, come è sempre stato, niente è forzatamente un'ideale di bellezza, in simbiosi si manifestano opposte energie senza le quali la vita così come la conosciamo non esisterebbe. Fotografare tali istanti ed essere consapevoli di viverli è un privilegio che la coscienza umana possiede e che la sua natura sublima per trasmettere tale incantamento e volontà di comunicare la gioia di farne parte. Bellissimo momento e strepitoso bianco e nero.
(Paola Palmaroli)

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RACCONTO: Naufragio e salvezza di Tania Piazza

date » 01-10-2018 00:05

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Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.
Si era svegliata con quella frase che le ronzava in testa, e da quando si era alzata non riusciva a rimuovere la sensazione che le procurava. Era davvero un naufragio, essere in due? O era su uno scafo più sicuro, che forse aveva la fortuna di viaggiare in questa vita? Non c’era nessuno che la conoscesse come lui, questo doveva ormai accettarlo. Ogni pensiero che le nasceva sottopelle, era anche un po’ suo: ogni qualvolta si era sentita turbata, glielo aveva scritto. Ma lui le aveva risposto come se già lo sapesse, come se riuscisse a leggerle all’interno, ancora prima che lo facesse lei. Non poteva che essere una cosa bella, questa. Una fortuna. E forse era davvero giunto il momento che si incontrassero, che si fondessero.
Forte di questa convinzione, aveva vissuto tutta la mattina come sospesa in una terra di mezzo, procrastinando il più possibile il momento in cui si sarebbe seduta allo scrittoio davanti alla finestra e avrebbe letto la sua lettera di oggi. Poco dopo il pranzo, però, quando la confusione sulla strada sotto al suo poggiolo iniziava ad aumentare, aveva ceduto. Si era chiusa in camera dicendo che andava a fare la solita siesta pomeridiana accompagnata dal fedele cagnolino ed era andata all’armadio. Aveva aperto la scatola di destra e aveva preso la lettera, l’ultima poggiata sopra a una alta fila. Poi, con trepidazione, si era seduta e l’aveva aperta.
“Lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle, come un cane. Lascia che io ne impari l’odore e me lo porti dentro”, le aveva scritto quel giorno.
Il tartufo! Come le piaceva quella sensazione, aveva pensato abbassando lo sguardo sul cucciolo che le stava a fianco. Era nato tutto proprio da lui, il cane di casa, giunto da chissà dove, come un viaggiatore stanco, un giorno della passata primavera. Aveva il colore del latte, quando nelle pigre mattine di vacanza incontra il caffè per una colazione lenta. Il nome che avevano scelto per lui era proprio Cappuccio, e il suo pelo ne ricordava davvero la tonalità ambrata e talvolta intorbidita dalle briciole di biscotto. Lui, usava il suo tartufo in maniera peccaminosa, fin da quando era arrivato come un vagabondo e aveva deciso di stabilirsi da loro.
Lo appoggiava, umido, sulla pelle dei numerosi visitatori, come se quella fosse una sua proprietà. Indistintamente su ogni parte del corpo. Con voluttà. Immagazzinava forse tutto l’odore che poteva contenere, per bearsene poi quando, una volta ripartiti gli ospiti, rimaneva solo con lei, con il ricordo vivido di quei momenti. Chiudeva gli occhi, quando annusava: l’incavo di un gomito, una gamba distrattamente avvicinata, un piede sospeso, a dondolare. Uomini o donne, adulti o bambini. Sembrava non fare differenza. Se quella era la sua missione, aveva trovato il luogo dove vivere, data la grande quantità di gente che usava transitare per casa ogni giorno. La loro era infatti una famiglia numerosa, fatta di zii, cugini, nipoti e nonni, che sistematicamente si davano appuntamento per raccontarsi degli ultimi eventi, porre insolenti domande curiose scambiandosi pettegolezzi e, spesso, pranzare o cenare in compagnia. A lei non piaceva, tutta quella confusione, ma l’edificio era grande, e aveva i suoi spazi, luoghi in cui non doveva condividere nulla con nessuno.
Di Cappuccio e dei suoi strani modi, glielo aveva raccontato in una lettera, poco dopo il suo arrivo, così come gli raccontava di ogni cosa le passasse per la mente, da tempo ormai. Erano scritti disordinati, i suoi, spesso specchi compulsivi di un’anima in subbuglio. Come capitoli di un libro che via via, quell’estate, andava delineandosi in maniera sempre più nitida nella sua mente e nella sua vita.
Lui, le rispondeva con altre lettere, creando ulteriori pagine di quel libro, unendo sempre più gli sprazzi che ancora, anche se poco, li tenevano lontani.
Quel pomeriggio, inspirava con un piacere quasi animale il vento che arrivava dal mare. Sul terrazzo di fronte al porto, in un angolo delizioso stretto tra la baia e la chiesa maggiore. C’era fermento nel piccolo paese: era il giorno del santo protettore. Da lontano, giungevano le sirene in festa delle barche in arrivo e la polizia locale si dava da fare per bloccare l’accesso alle auto e arginare, con ordine, le ondate di persone giunte per prendere parte ai festeggiamenti.
Lei se ne stava come a mezz’aria, al di sopra del vociare, dei visi, dei sorrisi. Era in un’altra dimensione e intanto leggeva la sua lettera.
Le capitava spesso di sentirsi altrove, ma non le dispiaceva affatto.
A tratti, una piccola macchia buia e informe si faceva largo nel cielo limpido, oscurando il sole, e poi, rapidamente, se ne andava. Era in quegli attimi che le pareva di respirare più a fondo, quando il calore sulla sua pelle si attenuava per un breve intervallo. Era così, la sua vita: era quando le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, che si permetteva di rifiatare e assaporarle sul serio. Come con il sole, sulla pelle.
“Vediamoci alla spiaggia, quando tutti saranno alla festa. Solo io e te. E lì, lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle. Come fa Cappuccio.”
(Ecco che era successo un’altra volta. Come aveva fatto, ancora, a leggerle nel pensiero? Come, se l’idea di vedersi, finalmente e con coraggio, si era materializzata nella sua testa solo poche ore prima, al risveglio?)
Nel profondo del suo cuore, non era sicura di essere pronta per quell’incontro - forse non lo sarebbe stata mai - ma sapeva da tempo che il momento sarebbe giunto, prima o poi. Aveva costruito tutto per bene, giorno dopo giorno, nel corso di quell’estate. Nel corso di tutta una vita, probabilmente. Anche prima di rendersene conto. La corrispondenza cartacea era nata con il preciso scopo di arrivare a un punto, una volta schiariti gli orizzonti, e accettarsi, una volta per tutte. Ma un po’ temeva ancora le conseguenze di ciò che sarebbe accaduto, gli occhi diversi con cui chi le viveva a fianco l’avrebbe guardata.
Il cane le stava addosso, come sempre, rassicurante. Buttato a terra, a fianco della sedia, con il muso a ridosso dell’inferriata, ad annusare gli odori che salivano fin lassù, dal porto. Chissà se anche lui era fatto da due Cappuccio che prima o poi si sarebbero riuniti; chissà se non era l’unica, in fondo, a vivere in quel modo.
Forse era stato questo il pensiero che le aveva dato forza, quello che l’aveva spinta a prendere un foglio di carta e la penna, e a scrivere due semplici parole: “Ci sarò”.
Poi, l’aveva piegato con la solita scrupolosità e l’aveva infilato in una busta bianca, chiudendola senza aggiungere altro. Lo stesso aveva fatto con la lettera che lui le aveva scritto, e con entrambe le buste in mano si era diretta al suo armadio, aveva aperto prima la scatola di destra infilando la lettera con l’invito a vedersi e poi quella contenente la sua risposta nella scatola a sinistra. In quel mentre, l’emozione le aveva giocato un brutto scherzo: si era fermata, sospendendo i pensieri a metà, temendo per un attimo di aver invertito i due luoghi, riponendo le buste nella scatola sbagliata. Poi però, qualcosa in fondo alla sua anima aveva alzato la voce; aveva ritrovato sicurezza, dicendosi che, d’ora in poi, ogni pezzo sarebbe comunque stato nel posto giusto.
Era andata in bagno e aveva fatto una lunga doccia fredda; al termine, la pelle le doleva, come se qualcosa fosse finalmente emerso in superficie. Cappuccio l’aveva sentito, quel qualcosa, perché non le staccava il suo tartufo dal corpo, nonostante lo conoscesse praticamente a memoria. Si era gettata sul letto, ancora nuda, e lui con lei. Le si era messo adeso, quasi a ricopiarne le forme, e il suo naso umidiccio aveva disegnato il suo contorno, portandosi dentro il suo nuovo odore. Poi, rinfrancata, si era vestita. I jeans strappati, la canotta bianca, il giubbotto in pelle: abiti senza sesso, che amava indossare per mescolarsi con la moltitudine di umanità che ogni giorno le viveva attorno, con i quali si sentiva più fedele a se stessa e alla sua anima. Senza guardarsi allo specchio era uscita di getto, diretta alla spiaggia, per non avere il tempo di cambiare idea.
Nella testa, le due parole che l’accompagnavano dal risveglio, il naufragio e la salvezza.
L’angolo di mondo a cui era diretta era un luogo temporaneamente interrotto, quel pomeriggio, come un dispositivo sprovvisto di corrente elettrica. La lunga spiaggia disabitata da qualunque forma di vita umana, accorsa in folla alla processione del patrono: quale incredibile coincidenza, nel giorno del santo lei avrebbe infine trovato la sua redenzione. Quanto spazio da riempire, attorno a lei. Quanto orizzonte. Che palcoscenico perfetto, per la sua trasformazione. Sabbia mescolata all’erba. Alberi cresciuti sull’arsura. Cespugli che diventavano nicchie in cui trovare nascondiglio. E il mare sterminato, silenzioso e prezioso testimone.
Aveva inspirato a fondo quel momento, che era la somma di tutto ciò che aveva davanti agli occhi e tutto ciò che teneva dentro al cuore. Si era tolta il giubbotto, lasciando che il sole prendesse la sua pelle, senza darle respiro; aveva camminato in avanti e in indietro, misurando i passi in quella che stava divenendo la sua nuova essenza e confortata dal fatto che iniziava a sentirsi, finalmente, diversa e, soprattutto, a casa come non mai, accolta dal mondo e dalla natura che le stava intorno. Si era fusa con i tronchi abbandonati, palpando la consistenza del legno usurato dal vento, e si era stesa a terra, fondendosi anche con il suolo, tenendo gli occhi chiusi aspettando il suo arrivo. E attimi prima, le era mancato lo spazio dentro, e allora si era tolta la canotta ma si era sentita la pelle stretta, troppo stretta per contenerli entrambi, e ancora i dubbi e la paura avevano avuto il sopravvento sulle sue sensazioni: si era rivestita in fretta, quasi con vergogna, e aveva ripreso a camminare nervosa, in avanti e in indietro, con le mani nelle tasche. Con stupore, vi aveva trovato un sigaro, dentro, senza sapere chi ce l’avesse messo. Poi, aveva compreso, nuovamente, che lui l’aveva preceduta, anche in quello: l’aveva fumato con la felice e instancabile voluttà che contraddistingue le prime volte ma sentendosi dentro la padronanza dei gesti di chi, da sempre, usa farlo; l’aveva ringraziato, come se in fondo a quei respiri di tabacco ci fosse la sua rinnovata anima, più completa.
Pronta, alla fine, aveva ripreso la via verso il mare, quasi in una sfrenata corsa. Disordinata. Esagerata. Lasciando cadere il giubbotto sulla sabbia ma senza darsi il tempo di spogliarsi, entrando vestita, impaziente, perché non poteva più permettersi di perdersi, alla muta ricerca di una definitiva liberazione. Eccola, l’acqua, ecco il freddo sulla pelle. Ecco che respirava più a fondo, per un breve intervallo, come nei suoi momenti preferiti: le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, e lei rifiatava. E le assaporava.
Dio, che meraviglia quel sentirsi nude e leggere, anche così, anche con i jeans appesantiti dal mare, appiccicati alle gambe. Che meraviglia immergere la testa tra le onde, uscirne con gli occhi sbarrati, brucianti, aperti a nuove prospettive; far gocciolare i capelli lungo il collo incuranti dei brividi, togliersi del tutto i vestiti per offrirsi al mondo, a tutti, a lui, al suo naso che avrebbe potuto annusarla, guardarla, cogliere i suoi nuovi contorni, delineare la sua nuova figura. E a lei, che avrebbe infine potuto accettarsi. E smettere di combattersi.
E poi, immergersi a fondo e tornare a galla, rimanendo sospese. Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.
Dio, che meraviglia sentirsi così.
Una volta tornata a casa, gli avrebbe scritto una lettera, l’ultima. Ringraziandolo di essere venuto, di essersi unito a lei, di aver finalmente formato un’unica essenza. Di averla resa compiuta e non più spezzata. Poi, sarebbe andata all’armadio, avrebbe preso la scatola di destra e quella di sinistra, e ne avrebbe riversato il contenuto una dentro all’altra. Mescolandolo con foga, ricreando la confusione dalla quale era nata e che tanto, negli anni, aveva odiato e temuto.
Eccola la pace tanto anelata.
Dio, che meraviglia.


(il progetto fotografico completo a questo link: Boys don't cry

32.jpgph. Ivano Mercanzin tratta da Boys don't cry

RACCONTO: Angoli opposti di Tania Piazza

date » 14-08-2018 15:44

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38624545_2011498035828557_4271525291483987968_n.jpgph. Ivano Mercanzin - Venezia 2018

“Vorrei, da te, un figlio con i capelli rossi.”
Ricordo, quando te lo dicevo.
“E vorrei nascesse per un vero atto d’amore”, aggiungevo.
E’ buffo, come me ne sia dimenticato per anni. L’avevo riposto in una valigia, quel nostro figlio immaginato, e l’avevo chiuso dentro a un armadio. Non prima di averlo guardato sorridere, con una scintilla della tua vita impressa nei suoi occhi chiari. A volte, ciò che più ci sta vicino al cuore, lo releghiamo in un antro lontano del cervello, come se le due distanze indirettamente proporzionali potessero aiutarci a vivere.
(Che sia il momento di ritirarlo fuori, quel sogno? Magari un figlio non più, anche se allora pareva essere la cima più alta che io e te avremmo mai potuto raggiungere. Ma sarei disposto a rinunciarvi, credo, oggi. In cambio di te.)
Ho iniziato a sognarti che ancora non eri partita. La notte prima che te ne andassi, ma io già lo sapevo che sarebbe successo. Da allora, uso i sogni della notte per riportarti indietro, come se solo nelle ore più buie riuscissi a essere di nuovo me stesso. Mi ci sono abituato, a questa vita capovolta, tanto che mi capita di confondermi. Questo traghetto, stamane, e le persone che trasporta. Le loro voci, i loro odori, i loro vestiti sgargianti. Di che mondo fanno parte? A tratti, non capisco fino a che punto sono sveglio e fino a che punto sto sognando. Mi estraneo e osservo. Come ho fatto, in silenzio e in disparte, per tutti questi anni. La tua partenza, ora, ha sradicato le mie certezze.
Sto venendo a dirtelo, di quel figlio con i capelli rossi. Anche se tu non ci sei più. Devo raccontarti che lui, nel frattempo, è cresciuto. Nonostante l’avessi chiuso in una valigia remota della mia testa, e nascosto in un armadio scuro e profondo. Lui è cresciuto, lo capisci? Senza di noi. Se ne è fregato delle nostre ragioni e dei nostri torti, del male che ci siamo fatti e del bene che sembrava seppellito sotto a metri di terra. Me ne sono accorto quella notte, quella prima della tua partenza, quando ti ho sognata. C’era una stanza quadrata, senza uscite. Io e te eravamo agli angoli opposti, e nessuno si curava dell’altro. Come se non ci vedessimo nemmeno. Al centro, c’era lui. Che era metà me e metà te. La nostra essenza fusa in un unico essere. Esisteva, a prescindere da noi.
L’avevo scordato, sai? E forse l’hai fatto anche tu.
Non vedo l’ora che questo traghetto attracchi. La via per arrivare a casa tua non l’ho dimenticata, anche se non l’ho più percorsa. L’ho ripassata per tutti questi anni, perché speravo che, tracciandola come un profondo solco nella mia mente, avresti saputo come trovarmi, se ne avessi sentito il bisogno. Oggi, il bisogno lo sento io, e la sto percorrendo al contrario. Da me a te. Il traghetto, poi le calli, la piazza e il palazzo. Lo so che sei partita da tempo, me l’hanno detto. Ma io, la chiave di casa tua la conservo ancora. E oggi, la userò per entrare e cercarti tra le stanze che abbiamo abitato. Mi ci vorrà un po’, per abituare gli occhi a vagare tra la tua assenza, là dentro. Il camino sarà spento. La musica non suonerà girando libera tra i piani. Il suono dei miei piedi nudi sulle scale si diffonderà nel vuoto. Ma ho un pennarello rosso, nella tasca della giacca. Salirò fino alla camera, con il letto di fronte alla veranda che sovrasta gli alti tetti. Lascerò le luci spente, perché non ho bisogno di vedere nulla: le mie mani andranno da sole, sul lenzuolo chiaro. Amavi osservarmi mentre scrivevo, e questo momento lo dedicherò a te.
Guardami, Anna, guardami ora che sono qui. Scrivo, non vedi? Come piaceva a te. E’ un vero atto d’amore, quello che sto facendo. “Nostro figlio ha i capelli rossi.” Come volevo io.
Svetteranno senza pudore, le lettere carminio sulla stoffa bianca. Ma era l’unico modo per dirtelo, ormai. Così, quando tornerai – tornerai? – lo saprai anche tu.
Poi, scenderò le scale veloce, e uscirò dalla tua porta lasciando che il mio sguardo cerchi e rubi tutto quello che, di te, vorrò portarmi via. Ripercorrerò la via al contrario e tornerò al molo, e poi su questo traghetto o un altro ancora, e vedrò gente, sentirò discorsi, annuserò odori e mi riparerò gli occhi dalla luce inopportuna dei vestiti dei turisti. E stanotte, ne sono certo, non ti sognerò.
Non vedo l’ora che questo traghetto attracchi.

Paradiso perduto

date » 06-08-2018 20:49

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In bianco e nero hai donato al luogo quel colore che l'anima infonde agli spazi senza tempo in cui lasciamo una parte di noi stessi per essere custodita con cura. Tutto di questo angolo parla delle note e degli accordi armoniosi di chi l'ha vissuto facendoli risuonare fino a noi attraverso le virate della luce verso zone in ombra oppure scalpitanti di vita e di gioia nella vegetazione che l'assorbe inebriata. Mi ricorda la tua foto certi dipinti impressionisti, il bisogno di fermarsi a guardare ed a respirare la luce fino a farla propria impressionando istanti di grande bellezza resi indimenticabili dalle pennellate di luce dei pittori, Le stesse pennellate date dal tuo sguardo accorto che entrano in sintonia perfetta con ogni dettaglio colto nel tuo scatto. Le due sedie hanno la capacità di farci vedere come in un flashback le persone che le hanno usate, chi asciugandosi la fronte con un fazzoletto, le bretelle tese su ventri molli ed esuberanti, chi composta e seria mentre lavorava ad uncinetto o ricamava, oppure chi leggeva o chi recitava un rosario con le palpebre abbassate leggermente per concentrarsi sui profumi del giardino e sulla sacralità del suo mondo interiore. Gente che ha chiacchierato in modo sommesso e chi invece ha chiamato ad alta voce bambini che strillavano felici, tutto ciò ed altro ancora fa parte di questo splendido bianco e nero, un angolo di vita che ancora vibra dell'energia assorbita rimasta incastonata in ogni fessura e crepa del tempo. (Paola Palmaroli)

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