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Presenze Assenze

coautrice e interprete: Paola Mischiatti
coautore e fotografo: Ivano Mercanzin
Marzo 2021

Non andartene,
non lasciare
l'eclisse di te
nella mia stanza.
Chi ti cerca è il sole,
non ha pietà della tua assenza
il sole, ti trova anche nei luoghi
casuali
dove sei passata,
nei posti che hai lasciato
e in quelli dove sei
inavvertitamente andata
brucia
ed equipara
al nulla tutta quanta
la tua fervida giornata.
Eppure è stata,
è stata,
nessuna ora
sua è vanificata.

(Mario Luzi)

Assenza

Assenza,
più acuta presenza.

Vago pensiero di te
vaghi ricordi
turbano l’ora calma
e il dolce sole.

Dolente il petto
ti porta,
come una pietra
leggera.

(Attilio Bertolucci)

(...)sulla nera deriva e sul tramestìo delle acque
sul risucchio sul nero scorrimento
altre si accendono sulla riva di là
– lampade o lampioni – anche più inaspettate,
luci umane evocate di colpo- da che mani
su quali terrazze? Le suppongo segni convenuti
non so quando o con chi
per nuove presenze o ritorni (...)

(Vittorio Sereni - Un posto di vacanza)

Ora che il sonno ci dilata
e non sai fermare
i vertici del prisma

prendi l'oscuro nelle mani
che non pensi abbia fine
il moto del dolore

la casa è una morte dai tredici occhi
(Salvatore Martino)


Verranno ad abitare la tua casa

Oltre la curva si smarrisce il sentiero
I battitori crebbero

Verranno ad abitare la tua stanza

Non ci sono feriti e l'Ospedale chiude
A mezzanotte che stanno tigri in agguato
la giungla addormentata
contro gli incantatori di serpenti

Verranno ad abitare il tuo letto
(Salvatore Martino)

Stella

La tua quando voglio
è una figura in piedi che lascia
la finestra e in controluce mi raggiunge

ma camminare affatica la mia mente
si dissolve anche l’ultima linea
scavata laboriosamente

altro non posso
tu sei nella sottrazione
in quella luce che rimane

io quando voglio ti vedo
oltre il vuoto della ragione

in questa stella che ti ho in mano.
(Lino Roncali)


Appare

Sarà forse di gennaio quando
ogni cosa trattiene la sua bellezza
o magari d’autunno verdegrigio
col suo cielo immobile di ardesia

ci sarà il mare o la laguna forse
una landa sconfinata o basterà
una stanza vuota e buia

sarà lì che lei apparirà
nulla a presagire come sempre
forse una trepidazione strana
o un minimo vibrare alla finestra
sarà come una scheggia
sulla ruota dei ricordi

e poi ti sorprenderà
come l’ombra sul muro inquietante
e fuori le luci dei lampioni
di una strada cui hai girato le spalle.
(Lino Roncali)

CONTRIBUTI:
Ogni luogo ha una memoria simile a quella dell’uomo, perché come l’uomo ha vissuto. Così dunque come non c’è memoria che non sia custodita nel grembo nascosto dei giorni passati, la stessa che torna per dirci che senza ricordi non meriteremmo di vivere, così un luogo oramai destinato alla dimenticanza o viva nel limbo della dissoluzione, riverbera ancora d’antichi fasti, silenziosamente. Nel silenzio rovinoso si apre a quanti accolgono la memoria al pari d’un sentimento. Qui, in questo felice interludio, l’edificio morente agita la sua poesia dell’incuria, tanto che dopo aver scritto i suoi versi nella malinconia, ai più accorti suona come un monito: qui vita c’è stata e il rovinoso destino, dopo che i fasti conobbero disgrazia, tanto coincide con quello dell’uomo. Si è assenti, si è presenti. Un luogo che ha visto l’uomo intesservi la sua esperienza ancora conserva la sua presenza, fatalmente, sebbene i suoi passi non vi risuonano più. Con “Presenze Assenze” ci sentiamo come ricondotti sulla scena d’un misfatto, al centro d’una crisi nella vita di relazione tra l’uomo e il suo ambiente. Ma in questa definitiva interruzione, e nonostante l’arroganza di sentirci incolpevoli, siamo a un tempo presenti nonostante la nostra presunzione d’assenza. La fotografia ha una lunga, carezzevole liaison con il concetto di “assenza”, quel legame che procura vertigini ogni qualvolta guardiamo un album di famiglia e ci invita a rivederci in chi non c’è più e, quasi beffardamente, ci obbliga a vivere un ricordo una volta ancora. Le fotografie di Mercanzin, raccolte con scrupolo documentario, ci parlano appunto di memoria; una memoria passata e una, contemporanea che si allinea al divenire apprestandosi a farsi memoria anch’essa. Ecco che lo sguardo del fotografo diviene “un sentire etico” nel segno di una restituzione. Mentre sappiamo che lasciar parlare un luogo è impresa grandiosa e terribile, perché se prima non ne abbiamo sentito i sussurri, visto i segni e saputi interpretarli, l’azzardo può condurre dritti all’arroganza di farsi portavoce d’un sentire a noi sconosciuto. Non è il caso di “Presenze Assenze”: qui la storia d’un luogo arriva a noi nell’orgoglio d’un racconto che intende giungere a una pacificazione con la Storia e vedere finalmente ristorato il senso perduto nell’abbandono. In questo senso il luogo intercettato da Mercanzin è un luogo che non ha smesso di vibrare, un corpo ancora vivo che non ha rinunciato a raccontare. E subito veniamo investiti come da un’urgenza, quella d’un edificio che rivaluta se stesso nel rapporto di relazione con l’umano. La presenza umana, che qui è chiamata a una tensione volta a dialogare con l’ambiente circostante, contrappunta di suggestioni il già ricco registro. Ed è questa tensione a convincerci che il legame tra l’uomo e il suo ambiente potrà affievolirsi fino a sciogliersi nell’indifferenza ma non potrà mai esaurirsi. Eppure nel decadimento, nel degrado segnato dallo sfregio dei nuovi simboli del ribellismo giovanile scorgiamo un ulteriore allontanamento: i nuovi segni dell’imbarbarimento si sovrappongono all’incuria. Cosa rappresenta, dunque, uno spazio vuoto se non la grandiosa metafora della condizione umana? Ma nella decadenza aleggia il rammarico, presto colto e restituito dal fotografo, per la sospensione del dialogo – amarezza che tende a farsi forte alla vista immaginata dell’antico sfarzo – tra quanto l’uomo ha voluto per sé e la determinazione con cui adesso guarda la sua rovina. “Presenze Assenze”, articola il suo registro emotivo spingendosi nel crinale del paradosso per poi guardare l’abisso. Qui, al suo fondo, gli specchi rotti della coscienza riflettono responsabilità indicibili. Per tutte basti la vocazione all’incomunicabilità. Ecco che la metafora, perché sia completa, non può in alcun modo prescindere dalla presenza del soggetto umano nelle fotografie: nessuno meglio di una persona sa interpretare le temperie emotive che lo attraversano. Ivano Mercanzin ha tessuto la sua trama, ha posto a dialogo due elementi e li ha lasciati fluire perché imbastissero nuove modalità di contatto, lasciandoli riconoscere ancora come un album di famiglia che si apre agli occhi di entrambi. Vecchi ricordi, nuove suggestioni, vertigini e memoria: ogni sforzo va esplorato per tenere a bada l’oblio, d’un luogo così come dell’uomo.
(Giuseppe Cicozzetti- aprile 2021)


In questa sequenza di foto, Ivano Mercanzin descrive la presenza umana come un silenzioso testimone di un'epoca ormai sbiadita... andata. Si rende partecipe discretamente al silenzioso dono architettonico che l'uomo fa alla natura e lei, garbatamente se ne riappropria pian piano, restituendo preziosi ornamenti di rami, fiori e piante rampicanti.
(Paola Mischiatti - marzo 2021)

Ho rivisto le foto della serie PRESENCES AND ABSENCES. Bellissime.
E bellissimo oltre che perfettamente appropriato il titolo.
Difficile dire se vincono le presenze o le assenze.
Le presenze potrebbero anche tornare per necessità, fato o volontà.
Un po’ di immaginazione e i vuoti si riempiono di figure,
il fatiscente torna come nuovo, la vita rivive.
L’unica presenza umana del momento è anacronistica, evocativa e rappresentativa.
Si capisce che un tempo c’era armonia tra natura, edificio e abitanti.
E oggi al suo posto, silenzio, ricordo e nostalgia.
(Sergio Mercanzin - aprile 2021)

Una casa che apre al futuro cercando nel respiro del vento quel che resta della memoria del suo passato splendore. Una casa che si nutre della capacità di vedere le cose in modo diverso da come sono sempre state viste, un po' come nella natura femminile essere visionarie ed aperte a viaggiare nel tempo e nello spazio per rinnovarsi e rinascere dalle proprie ceneri.
In questa immagine di Ivano Mercanzin non ci sono macerie ne la nostalgia di un tempo perduto, la polvere viene risucchiata dai mulinelli creati dal vento e fluisce all'esterno senza sedimentare sulla memoria della casa stessa. La storia delle donne è come questa casa, non racconta cosa sia accuduto al suo interno ma come venga percepita all'esterno la sua evoluzione, la sua involuzione e la rinascita dalle proprie ceneri. Un colpo di vento e tutto sembra accogliere un nuovo modo di vedere e percepire l'altro, dal suo corpo alla sua mente.
Di volta in volta la storia delle donne ha raccolto rivoluzioni, genocidi, rinascite, evoluzioni, scoperte, un nuovo alfabeto con cui riscriverla, come accade a certe case, costruite, abitate, abbandonate, distrutte, ricostruite, rinate dalla visione di un universo che ne comprende ogni singolo granello di energia.
Nulla si crea e nulla si distrugge, tutto si trasforma e, chi meglio delle donne conosce tale segreto: coloro i quali sanno guardarle con la curiosità ed il rispetto che risulta coinvolgente e travolgente quando permette la fusione tra generi e tra mondi possibili ed immaginari come accade tra uomini e donne nel migliore dei mondi possibili.
Grazie Ivano Mercanzin, hai colto l'essenza e sublimato la sua capacità di trasformazione dell'universo femminile usando un simbolo, la casa, che è il territorio in cui sono state combattute guerre indescrivibili per spezzare o sancire confini e limiti, per dare alla pietra angolare dello spirito femminile la solidità e l'equilibrio necessario per liberare se stesse ed accrescere la volontà di esistere così come sono.
Il vento cambia direzione e soffia indicando quale strada intraprendere scrollandosi di dosso la polvere e le cicatrici del passato.
Paola Palmaroli

Nuvole racconto di Tania Piazza

Non sempre sono dell’idea di stare dalla parte giusta, quella che tu volevi per me.

Costa fatica, farlo. Impegno e perseveranza. Una dose di granitica determinazione, che non sempre sento mia, appunto. Spesso, ancora, trovo più comodo passare dalla parte di chi si permette di sbagliare, e se lo perdona. Per esempio, dalla parte di chi non discute e non si prodiga, di chi lascia andare le cose e le persone senza più lottare, perché tenersele strette presuppone sudore e comprensione. Succede questo: alcuni buttano l’anima dentro alla vita degli altri, riempendola di un’energia della quale ci si innamora, ma poi se la riprendono silenziosamente, senza una ragione apparente, e nel frattempo tu nemmeno te ne accorgi. Lo sapevi, questo? E’ giusto lottare per loro? Quante volte me lo sono chiesta, pensando alle tue parole.

Sono come nuvole, quelli. Ti ingannano, nascondendo la portata del loro essere dietro a un colore candido e innocente. Le vedi immobili, disegnate all’improvviso nel tuo cielo per abbellirlo, riempirne i lati più disadorni che fino a ieri ti sembravano perfetti così, ma invece no, erano grandi, troppo grandi, spazi illimitati che chiedevano ulteriore vita. Danno apparente equilibrio: sono come nuvole bianche che danno equilibrio, distribuendo i pesi. Stanno dalla parte giusta, loro. O così pare, all’inizio. Solo che a un certo punto, senza fornirti il tempo di poterlo immaginare, cominciano a sfaldarsi. Il colore si fa via via più impalpabile e svanisce poco alla volta, in modo subdolo, senza azioni eclatanti, strato dopo strato, giorno dopo giorno, fino a metterti davanti alla loro assenza. E tu, ti ritrovi a essere un quadro irrisolto. Un cielo di nuovo senza equilibrio. Solo che prima non lo sapevi.

Sai cos’ho fatto? Ho imparato a usarle, le nuvole. Ci salgo sopra, e mi faccio trasportare. E’ un attimo sentirmi ancora il tuo sguardo addosso, tangibile e concreto, come se fosse una stoffa preziosa. Solo che allora non lo sapevo, quando c’eri tu davvero a guardarmi. Che stupida, ero. E com’è ingiusta la vita, quando capisci le cose solo quando sono ormai andate.

Se chiudo gli occhi, riesco a vederti meglio. Anche questo è un paradosso della vita, ma non abbiamo potere per cambiare ciò che sembra non avere nessuna giustificazione, ora. La cosa che più mi colpisce è che non solo posso vederti, ma posso sentire il tuo tocco. Quello che prima ho sempre schivato con vergogna. Quando non mi vedevi da giorni e sulla porta d’ingresso venivi verso di me, per un abbraccio che nella tua testa e nel tuo cuore doveva essere un gesto di amorevole tenerezza, una ricongiunzione, ma ai miei occhi appariva sempre come un goffo tentativo abortito di stringermi un po’ a te. Mi tenevi ferma, e questo mi infastidiva. Vorrei tenerti ferma io, ora.

La casa è vuota e piena. Vuota di rumori, parole, volti. Piena di volti, parole, rumori. Hai seminato ogni centimetro di queste stanze, giorno per giorno, lasciando che pezzi di te si insediassero negli angoli, sotto al battiscopa, negli stipiti delle porte, tra le travi consunte del soffitto, tra le pieghe delle tende. Come farò a venderla? Come faranno a viverci altre persone, dove troveranno il posto per le loro storie, il loro volti, i loro ricordi, le loro vite?

(E io? Perché mi hai lasciato tutto questo ingombro?)

Ho spalancato le finestre, entra un’aria dolce e fresca che vaga per le camere senza bisogno di indicazioni, come se fosse nata qui, come se fosse lei ad aver vissuto gli anni dell’infanzia in questi luoghi. Anche lei mi parla di te e non so se sia una buona idea farla entrare, ma mi piace sentirmela addosso. Un po’ come te, insomma. Ti ho sempre amato, ma allo stesso tempo non sono mai stata capace di ricambiare l’amore che mi davi. Ecco un altro paradosso della mia vita, che non so cambiare.

Era sempre quando eravamo lontane che mi sentivo colma all’inverosimile di quel sentimento forte e a tratti traboccante che aveva come unica destinataria te. Era sempre quando non ti avevo davanti che avevo l’impulso di proteggerti dal mondo intero, tu che eri invecchiata attraverso cambiamenti brutali, che ti avevano vista perdere qualche passo e faticare per tornare in corsa con la vita, con l’umiliazione per l’abbandono di papà che ti leggevo negli occhi ogni giorno. Mi ripromettevo che ti avrei detto del mio affetto, che era vero e puro anche se non lo potevi vedere, tu che amavi le cose terrene. Poi, quando ero con te, mi lasciavo travolgere e vincere da sentimenti di fastidio e insofferenza, disturbata e contrariata dalla pazienza che dovevo andare a cercare dentro di me per starti vicina. Era faticosa, tutta quella pazienza, ed era più facile scriverti banali messaggi al telefono, perché così potevo non vederti e non sentirti per giorni, ed era semplice inserire le faccine piene di cuori e abbracci. Mi faceva sentire una figlia modello.

Le tende si muovono sinuose agli aliti del vento di primavera che entra attraverso i serramenti scoloriti; penso alla tua figura pesante e ingombrante e prende forma nella mia testa l’idea che, forse, ti sei fatta sottile, andandotene. Magari. Così finalmente uscirai da tutti gli antri nascosti di questa vecchia casa, e la libererai, liberando anche me. E potrò venderla, senza sentirmi dalla parte del torto, di chi lascia andare cose e persone.

Il mio sguardo vola fuori in cerca di spazio, oltre l’alto muro di recinzione e gli alberi secolari che vivono in giardino da quando ho memoria, oltre l’orizzonte lontano. Ecco, finalmente, eccone una paffuta e bianca, la candidata ideale, in alto a sinistra: sembra un enorme spruzzo di panna montata. Quando ero piccola, mi esortavi a scovare le forme in cielo, osservando le nuvole e disegnandole poi nel tuo quaderno con le ricette di cucina. “Dalle un nome”, mi dicevi dopo, facendomi riempire pagine di schizzi e parole. La mia fantasia di bambina superava di gran lunga la tua, che eri già adulta da tempo, anche se ancora molto giovane: qualcosa, in te, ti faceva rimanere saldamente ancorata alla terra, e lasciavi volare me, che inventavo nomi e figure e te li trascrivevo nelle pagine a righe con gli anelli, tra le istruzioni per il tiramisù e quelle per l’arrosto della domenica. Trovavo sempre ampi spazi vuoti alla fine di ogni ricetta, ed erano per me. O meglio, per te, visto il sentimento che nutrivi per quei miei disegni.

C’erano giorni, soprattutto quando sono cresciuta e quei momenti tra noi non esistevano più già da anni, che passavo a trovarti senza preavviso, colta improvvisamente da uno di quegli spasmi di amore che poi non sapevo trasformare in nulla di concreto. Entravo in silenzio e ti coglievo di sorpresa, seduta sulla sedia in fronte alla grande quercia davanti alla finestra della cucina. Te ne stavi sospesa, come smarrita in un altro mondo, voltando pagine e sussurrando i nomi delle mie nuvole, che forse ti trasportavano in altri luoghi. Allora non lo sapevo, ma mi stavi insegnando a usarle, quelle nuvole.

Ora l’ho capito. Ci salgo sopra, e mi lascio trasportare, come facevi tu.

Tento di restare buona, mamma, ma costa fatica. Tento di essere dalla parte giusta, ma a volte è davvero più semplice non farlo. Lascio andare le persone, ancora, come facevo con te; lo so, mi hai insegnato a imprimere le cose belle tra le pagine del quaderno, a fissarle e a dar loro un nome, perché potessero per sempre avere un ruolo speciale nella mia vita, come era per te. Ma non ce la faccio, mamma. Ogni volta che ci ho provato, quella nuvola poi, poco alla volta è scomparsa, lasciando una dolorosa voragine nel mio cielo. Le persone, quando se ne vanno, fanno male. Chissà se ci pensano.

Io sono stanca di guardarle andar via; voglio fare quella che se ne va, quella che se ne frega del dolore e dello smarrimento degli altri e fa puf, con semplicità, sgonfiandosi come una nuvola all’orizzonte, lentamente. Quando papà se ne è andato, tu soffrivi, ma sei rimasta; io soffro ancora, e voglio sparire.

E allora portami da qualche parte, l’ho vista la nuvola che mi piace; ho aperto il cassetto della vecchia cucina e, sotto alla biancheria che ancora profuma di naftalina, l’ho trovato, al suo posto: il tuo ricettario ormai consunto, il mio album da disegno. Le pagine hanno preso un colore strano, azzurrato dagli anni trascorsi chiusi in quel mobile antico e dalla mancanza; alcune faticano a staccarsi le une dalle altre, appiccicate forse da dita unte di cacao o burro in tempi e giorni passati, che purtroppo non mi appartengono più. Ne stacco due con più forza e decido che lì, proprio in quello spazio che non voleva aprirsi, giacerà il mio nuovo disegno. Con la matita abbozzo le prime linee, ma faticano a trovare la via per la carta come se le mie mani non conservassero memoria, come se un voluminoso nodo mi ostruisse la gola e il respiro si fa claudicante. Allora mi fermo e mi avvicino alla finestra, gli occhi e le braccia chiusi in un silenzioso unico abbraccio, lasciandomi toccare dal vento, le tende a svolazzarmi a lato e il tuo aiuto che, ne sono sicura, da lassù mi sta carezzando e benedicendo.

Eccola, mamma, eccola la mia nuvola di oggi. E’ grande e mi stanno stretti i limiti della pagina in cui riprovo a disegnarla; cerco di adattarla ai margini laterali, facendola debordare in basso e in alto, e quello che ne esce è una forma inspiegabile, che sembra non avere confini, e che forse ritroverò nella pagina successiva, quando la volterò. Poso il quaderno per terra, spalancato a faccia in su, e lo faccio aderire il più possibile alle piastrelle, lisciandolo per bene. La mia nuvola ora mi sembra più piccola, vista dall’alto, e per un attimo mi sento ridicola, per quello che sto per fare: reggerà il mio peso? Mi tolgo le scarpe e le calze e ci salgo sopra. Richiudo gli occhi: mi attende un viaggio lungo, attraverso aspettative infrante e dolore, insicurezza, sfiducia e rassegnazione. Tutte tappe che non posso saltare. Riuscirò alla fine ad amare le persone come volevi tu? Riuscirò a smettere di nascondermi, con la paura di essere delusa piantata in petto, in profondità?

Riapro gli occhi di scatto, ho dimenticato la cosa più importante. Scendo dalla nuvola, riprendo la matita e mi stendo a terra; stavolta, il nome del mio disegno sarà composto da due parole. Le scrivo in mezzo alla pagina, perché non c’è spazio che sia rimasto vuoto, al di fuori. Mi rialzo, ammiro il risultato dall’alto e annuisco impercettibilmente, con un abbozzo di sorriso che, nella sua lievità, sono certa possa giungere fino a te. Poso la matita sul mobile e ritorno sul mio quaderno, sistemando per bene i piedi tra le scritte. Richiudo gli occhi e aspetto, attendendo la sensazione del tuo sguardo, pesante come una stoffa preziosa, prezioso come una stoffa preziosa. So che stai leggendo, so che anche da lassù desideri solo il mio amore.

Eccoti la mia ultima nuvola, mamma, te la presento: si chiama “Mi manchi”.
Link
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