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BOYS DON'T CRY

coautrice e interprete: Paola Mischiatti
coautore e fotografo: Ivano Mercanzin
location :Scano Boa - Porto Tolle (RO)
Luglio 2018

Liberamente ispirato dal film omonimo di Kimberly Peirce ed interpretato da Hilary Swank e Chloë Sevigny.

(...)Accolsero gli dei i suoi voti: i due corpi uniti
si fondono annullandosi in un'unica figura.
Come vedi saldarsi, mentre crescono, due rami e svilupparsi
insieme, se li unisci sotto la medesima corteccia, così, quando le loro membra si fusero in quel tenace abbraccio, non furono più due,
ma un essere ambiguo che femmina non è o giovinetto, che ha l'aspetto di entrambi e di nessuno dei due(...)

(...)A narrare il mutare delle forme in corpi nuovi
mi spinge l’estro. O dei, se vostre sono queste metamorfosi,
ispirate il mio disegno, così che il canto dalle origini
del mondo si snodi ininterrotto sino ai miei giorni(...)

Metamorfosi - Ovidio - scritto dal 2 al 8 d.C.)

"Ivano Mercanzin ha realizzato questi scatti per un progetto volto a mettere in evidenza la libertà dei corpi, la fluidità dei generi, l'essenza di ciò che siamo oltre le etichette.
E queste splendide fotografie le ha arricchite con una mia poesia tratta da Dolore minimo, in buona compagnia con i versi di Ovidio. Gli sono molto grata."

Quando nacqui mia madre
mi fece un dono antichissimo,
il dono dell’indovino Tiresia:
mutare sesso una volta nella vita.

Già dal primo vagito comprese
che il mio crescere sarebbe stato
un ribelle scollarsi dalla carne,
una lotta fratricida tra spirito
e pelle. Un annichilimento.

Così mi diede i suoi vestiti,
le sue scarpe, i suoi rossetti;
mi disse: «prendi, figlio mio,
diventa ciò che sei
se ciò che sei non sei potuto essere».

Divenni indovina, un’altra Tiresia.
Praticai l’arte della veggenza,
mi feci maga, strega, donna
e mi arresi al bisbiglio del corpo
– cedetti alla sua femminea seduzione.

Fu allora che mia madre
si perpetuò in me, mi rese
figlia cadetta del mio tempo,
in cui si può vivere bene a patto
che si vaghi in tondo, ciechi
– che si celi, proprio come Tiresia,
un mistero che non si può dire.

-------------------------------------

L’altra nascita portò con sé
la distanza degli alberi
– la verde solitudine dei tronchi.
A noi parve – per così tanto tempo –
di non toccarci mai, mai raggiungerci
– per quanto ci protendessimo
l’uno fra i rami dell’altra –,
mai poterci dolere con foglie
solamente nostre – e che la tempesta
non rendesse indistinguibili.

Ci vollero diciannove anni
per prepararsi alla rinascita,
per trasformare la distanza tra noi
in spazio vitale, il vuoto in pieno,
il dolore in malinconia – che altro
non è che amore imperfetto. Aspettammo
i nostri corpi come si aspetta
la primavera: chiusi nell’ansia
della corteccia. Capimmo così
che se la prima nascita era tutta
casualità, biologia, incertezza – l’altra,
questa, fu scelta, fu attesa, fu penitenza:
fu esporsi al mondo per abolirlo,
pazientemente riabilitarlo.

(Giovanna Cristina Vivinetto, Dolore minimo, Interlinea, 2018)


Credo che parlare di "Gender" sia importante, è un argomento delicato ma naturale al tempo stesso. Perchè si parla di un corpo da plasmare, di un identità da trovare in una persona, che può essere meravigliosamente più di una.
Nasco come fotografa, performer, modella ed interprete di me stessa. "Mi" metto a disposizione delle sensazioni e stati d'animo che provo al momento e creo subito la scena, per non lasciarmi scappare nessun dettaglio. Mi ritengo"materiale da lavoro": il mio modus operandi, il mio volermi ritrarre in foto non vuole essere autocelebrazione; uso il corpo come veicolo di sensazioni (a volte storpiandolo e contorcendolo) e non come " ostentazione di un "io atrofico" femminile facile ai consensi del fruitore. Di rado mi concedo come modella. Ho deciso di collaborare a questo progetto (Boys don't cry) ed affidarmi al sapiente, elegante e garbato occhio di Ivano Mercanzin per sfida, perchè l'argomento trattato è delicato e di struggente attualità, perchè credo che in ognuno di noi si celi un lato nascosto latente ed impaurito che, come crisalide ha i suoi tempi di evoluzione.
(Paola Mischiatti)

Mi sento, in questa domenica senza trambusto, con l'occhio pallido del sole, dalla finestra alla mia matita, senza rispondere alle richieste, al morso della stanchezza, al dubbio di sentirmi inadeguata a tutto e senza un nome, mi sento - pensavo - trasparente.
Così, ero pure nuda tre giorni fa, al gioco delle differenze tra uomo e donna, l'uno pilastro e forza, l'altra empatia e lacrime, secondo una regola antica scritta da Dio - del suo modo impari di concedere grazie e benedizioni - e poi tramandata nei secula seculorum.
Grazie pure a quella costola per farmi sentire un passo indietro, pentirmi per un frutto, trovandomi alla caviglia il tintinnio della vergogna a ogni passo.
Ho le mammelle, per sedurre, per sfamare, per farmele strizzare sotto una macchina e scongiurare un morbo; ho anche una vulva e da lì il piacere sale alla vagina e per scelta o sbaglio mi fa procreare cambiandomi dentro e fuori, per quel privilegio tramortito, poi, dal dolore - un algoritmo di comportamenti e una scala di sentimenti universali –.
Toccare un uomo è sfrontato, lo è di più toccare una donna, perché il mio involucro ha da combaciare col mio opposto - cosi è stato scritto - sono un ricevente e il mio donatore non sempre sa.
Sono di questo genere e lui dell'altro, invece, quello e quella sono di un altro genere ancora - guardati di sbieco, mortificati, uccisi per inadempienza prima che il loro seme fiorisca - questo ha sempre detto il tribunale umano, facendo della religione una persecuzione.
Sono trasparente, informe, aria che si sposta riempiendo la mancanza senza usare i sensi, per amore.
(Tiziana Fraterrigo)

Osservo il progetto di Ivano Mercanzin, e una definizione si fa subito largo nella mente: scatti meditativi
C’è sottotraccia l’idea di comunicare qualcosa di importante, seppure circondato da una atmosfera intimista di solitudine.
Un “parlare” sottile, fatto di silenzi e gesti calibratissimi, che muta continuamente senza perdersi di vista mai.
Come quando, nella conclusione di questi frame “cinematografici” nella loro efficacia comunicativa, la protagonista nell’acqua si perde, poi si ritrova trascinando con sé un vuoto solo apparente sotto le palpebre chiuse, custodi fedeli del proprio vissuto.
L’invisibile di una sensazione, di un pensiero prende forma, sostanza, componendo una compiutezza che si riflette in ogni inquadratura, valida immagine, non solamente perla di una stessa collana, dalla quale ci viene incontro una “perversa” tenerezza esistenziale.
Anche occhi contemporanei che percepiscono il bianco ed il nero come una anomalia rispetto al colore, devono riconoscere la prevalenza del contenuto modulato sulle tante tonalità e su una luce cruda, senza concessioni alla “poetica del bello”. Una prevalenza che rafforza il senso e la espressività delle immagini.
“Il bianco e nero sono i colori della fotografia. (…) simboleggiano le alternative di speranza e disperazione a cui l’umanità è sempre soggetta”(Robert Frank)
Ma niente è tutto bianco o nero, ci si aggira, come una ricerca che interessa anche la nostra protagonista, tra mille tonalità.
E proprio qui nasce la dicotomia e apparente contraddizione affascinante di questo racconto per immagini: il b/n divenuto realistico, copia del reale, è una porta che ci introduce nel parallelo universo del concept.
Sottrae un dato visivo, quale è il colore, per aggiungere un dato narrativo.
La texture diventa tattile, la luce riesce a penetrare la pelle, il paesaggio stesso, rivelandone la trama e il legame con la donna, è suo alter ego aspramente protettivo, catartico, e ha la sua apoteosi nell’acqua che bagna e mette a nudo corpo e consapevolezza.
In una mistica propria trova alveolo naturale il ritmo visivo, che si scandisce ora in estatico raccoglimento, ora in dinamico movimento, recitato quasi sincopatamente da luci e ombre.
Così il pensiero, benché impalpabile e interiore, risuona assoluto, intenso, in una sorta di visivo fermo- immagine del “sentire”, pervaso di liquido, quasi disturbante poetico.
Le foto che così risultano nella loro sequenza per mano dell’Autore, non rubano l’ intimità della protagonista, con intento voyeuristico, ma si accostano ad essa, con sincerità ed empatia, quale canale privilegiato della comunicazione, con il suo fardello di domande e dubbi, “senza la pretesa di migliorare il mondo, ma semmai di aprire una conversazione con il mondo” (Paolo Pellegrin)
@Lucy Franco, community manager e admin per l’Italia di Fotocommunity

Una farfalla quando è ancora rannicchiata nel suo bozzolo non conosce il potere delle sue ali ne sa che volerà lontano. Gli esseri umani non hanno ali ma sono capaci di costruirle e di volare ugualmente oltre i confini del mondo conosciuto, anche oltre i propri confini. Una metamorfosi è un viaggio tra i più complessi ed affascinanti mai compiuti da un essere vivente, di cui non si conosce il percorso ne l'esito solo la necessità di compierlo, la volontà di percorrerlo per ritrovare un sé avvolto come in un bozzolo e pronto a disfarsene per volare con le proprie ali. Nel tuo lavoro Ivano hai colto un ascolto ed uno specchiarsi in sé doloroso e struggente, un vero parto per liberare dall'esterno le ali compresse nell'interno di un corpo che sente il bisogno di volar via per rinascere. Una rinascita catartica fortissimamente delineate nel linguaggio corporeo fatto di gesti, di sguardi, di scelte simili ad orme da seguire per ritrovare le tracce di un sé in cui fondersi. Trattare con la tua intelligenza e delicatezza un argomento che fin dai tempi antichi nei miti, in letteratura, nell'arte, è stato sviscerato e reso accessibile come esperienza, è un innesto che il linguaggio fotografico sa eseguire su tutte le altri forme di comunicazione umana fin qui pervenute, non ultima il cinema. Ammiro Ivano, perchè la grazia e l'intelligenza sono una forza non comune per veicolare qualsiasi messaggio, questo più di altri.
(Paola Palmaroli)


“Posso dirvi che lo stavo riguardando e ha una forza davvero trascinante. L'idea di sviluppare la metamorfosi in questo modo mi piace davvero molto. Paola è perfetta, è riuscita a far emergere il suo lato maschile (quello che le fa scegliere le cover del telefono per capirci) facendolo piano piano perdersi, fino alle ultime struggenti immagini, per arrivare al suo disperdersi liquido in cui sembra una sorta di Ofelia liberata dalla follia. E molto bravo anche Ivano, che ha saputo cogliere le sfumature, gli attimi di questo parto con una bella lettura della luce, che nelle prime immagini disegna il fisico della modella con le sue asperità, ricavandone chiaroscuri molto maschili e che, man mano che il discorso si sviluppa, lasciano il posto prima alla tensione del disagio (la quartultima foto, con i capelli bagnati e le mani congiunte è un pugno allo stomaco) , e finalmente approda ad una liberazione risolutiva che si lascia andare nel silenzio del mare. Si. Davvero bravi. Complimenti”
(Dario Ceoldo)

Un luogo liberatorio, una spiaggia selvaggia e deserta, una figura umana, forse ribelle, con un passato difficile, alla ricerca di se stessa e di un nuovo equilibrio esistenziale, una musica struggente e malinconica, che accompagna una storia come tante, un racconto che ognuno di noi può leggere o intuire, attraverso le suggestioni create dalle immagini di Ivano e dall’interpretazione di Paola, modella e coautrice del progetto fotografico.
E’ un progetto che suggerisce, che suggestiona ed emoziona e, anche se liberamente ispirato al film “Boys Don’t Cry”, è in grado a sua volta, di ispirare nuove narrazioni, indotte dal personale sentire di chi osserva.
Il numero calibrato dei fotogrammi, la successione e la coerenza seriale delle scene riprese, i diversi piani fotografici, funzionali al racconto ed alla descrizione di dettagli, di luoghi e delle intense espressioni della protagonista, inducono l’osservatore ad una lettura scorrevole e coinvolgente.
Il progetto appare aperto e come tale in grado di generare nuove idee artistiche che possono integrare od essere di complemento a questo bellissimo lavoro.
(René Piras)

Alla sbarra-confine
del mio pre-giudizio,
Il corpo tuo
non si lascia riconoscere

Divincolata dal mio desiderio
rovesci in terra una faretra

Domande da scoccare,
cecchino al mondo,
da dietro una fessura di me
(Massimo Carrano)

La serie ‘Boys don’t cry’ di Ivano Mercanzin agita una tematica insita nella natura stessa della fotografia e che riguarda la scomposizione temporale dell’episodio fotografato.
La fotografia sembrerebbe invitarci a trovare in un “qui e ora” l’addensarsi del suo significato ma noi sappiamo che non è così.
La fotografia congela un tempo, essa non ha cura, né può, del tempo che precede lo scatto né di quello che lo segue; e dunque, come invitandoci alla stesura di una trama perché si annodi quanto ha voluto dirci, l’osservatore è chiamato a stabilire una relazione con il visibile, perché si definiscano i termini del racconto.
Ma non solo. Una volta stabilite le momentanee competenze tra l’osservato e l’osservatore, nei termini di un reciproco contributo narrativo, c’è da domandarsi come la fotografia, che per definizione si “nutre” di realtà, abbia saputo rappresentare l’invisibile che abita i sentimenti dell’uomo.
‘Boys don’t cry’ risponde a questo interrogativo con una serie di suggestioni che rimandano alla complessità del rapporto identitario tra un sé privato, intimo, e un ribaltamento dello stesso, nel versante delle relazioni sociali che, alla luce della solitudine nella quale è immerso, il soggetto presumiamo complicate.
Molti soni i piani di lettura in ‘Boys don’t cry’, segno di un buon lavoro. Vediamo subito, ad esempio, come il soggetto predomini la scena: la giovane donna è sempre presente, essendo colta a una distanza o con strettissimi piani, è padrona involontaria della scena.
Noi non sappiamo chi sia e non è necessario: il suo disagio è universale e ben riconoscibile e dunque si impone come la “frazione singola” di una centralità assai più complessa. Si direbbe una metafora. E lo è.
Ma è una metafora ben tracciabile, riconoscibile e nota come qualcosa che abbiamo appena intravisto o nella quale qualcuno è precipitato e quindi ora capace di distillarne il significato.
Nella giovane vive una ferma agitazione di traboccante tormento, come esposta a una rude corrente di cui teme finire alla mercé. Pare che non abbia appigli, se non se stessa.
E a se stessa si aggrappa, e a una solitudine rinfrancante, quasi che nel silenzio pacificatore o nella distanza dagli altri opponga come un’arma le sartie del pensiero a quella voce interiore che la vorrebbe nel novero dei “dispersi”.
“Eccomi” le dice la voce, “eccomi qui” e rimbalza come un’eco tra le macerie dei giorni per confonderla come una bimba appena venuta al mondo.
L’obiettivo di Mercanzin se è solido nella struttura narrativa è altrettanto delicato nell’approccio: il fotografo rappresenta, indaga, scruta ma non giudica.
Per sé non ha riservato nessun ruolo che non sia quello testimoniale lasciando a noi – nella dinamica cui si faceva riferimento in apertura – il compito di scrutare gli attimi di un disvelamento, di una tregua che non è ancora pace ma nel cui silenzio ravvediamo un habitat entro il quale è possibile ritrovarsi.
C’è nelle fotografie di ‘Boys don’t cry’, così ben stabilito dal fotografo, il rumore di un silenzio che pare parlare una lingua comprensibile solamente al soggetto e in cui noi siamo chiamati a partecipare alla fondazione di equilibrio sconosciuto e salvifico.
E in questo raccoglimento che pervade ogni scatto, dilaga un senso di smarrita libertà, la primordiale vocazione a respirare la propria essenza di essere umano.
Ivano Mercanzin è fotografo sensibile. Senza questa caratteristica sarebbe impossibile addentrarsi nell’ambiente di un malessere senza cadere nelle facili sottolineature che poco o nulla avrebbero aggiunto al racconto se non il desiderio di sorprendere.
Ma ‘Boys don’t cry’ è una storia che si ascolta lentamente, sottovoce, come un bisbiglio; non c’è luogo per l’urlo, non c’è posto per il gesto eclatante né per le pose drammatiche: qui tutto ha lo stesso scorrere del tempo; qui tutto ha il gusto placido della vita, come il raggio di sole che si posa sul volto della giovane donna o quando alle mani è assegnato il compito d’un complice contatto.
Si osserva ‘Boys don’t cry’, si osserva e si ascolta: lo si osserva con la ragione, lo si ascolta con le emozioni che sa offrirci.
E se un lavoro suscita empatia, se guardando quelle foto riusciamo ad appassionarci a una vicenda sconosciuta solo un momento prima allora il fotografo ha fatto un ottimo lavoro.
(Giuseppe Cicozzetti)

Naufragio e salvezza racconto di Tania Piazza

Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.
Si era svegliata con quella frase che le ronzava in testa, e da quando si era alzata non riusciva a rimuovere la sensazione che le procurava. Era davvero un naufragio, essere in due? O era su uno scafo più sicuro, che forse aveva la fortuna di viaggiare in questa vita? Non c’era nessuno che la conoscesse come lui, questo doveva ormai accettarlo. Ogni pensiero che le nasceva sottopelle, era anche un po’ suo: ogni qualvolta si era sentita turbata, glielo aveva scritto. Ma lui le aveva risposto come se già lo sapesse, come se riuscisse a leggerle all’interno, ancora prima che lo facesse lei. Non poteva che essere una cosa bella, questa. Una fortuna. E forse era davvero giunto il momento che si incontrassero, che si fondessero.
Forte di questa convinzione, aveva vissuto tutta la mattina come sospesa in una terra di mezzo, procrastinando il più possibile il momento in cui si sarebbe seduta allo scrittoio davanti alla finestra e avrebbe letto la sua lettera di oggi. Poco dopo il pranzo, però, quando la confusione sulla strada sotto al suo poggiolo iniziava ad aumentare, aveva ceduto. Si era chiusa in camera dicendo che andava a fare la solita siesta pomeridiana accompagnata dal fedele cagnolino ed era andata all’armadio. Aveva aperto la scatola di destra e aveva preso la lettera, l’ultima poggiata sopra a una alta fila. Poi, con trepidazione, si era seduta e l’aveva aperta.
“Lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle, come un cane. Lascia che io ne impari l’odore e me lo porti dentro”, le aveva scritto quel giorno.
Il tartufo! Come le piaceva quella sensazione, aveva pensato abbassando lo sguardo sul cucciolo che le stava a fianco. Era nato tutto proprio da lui, il cane di casa, giunto da chissà dove, come un viaggiatore stanco, un giorno della passata primavera. Aveva il colore del latte, quando nelle pigre mattine di vacanza incontra il caffè per una colazione lenta. Il nome che avevano scelto per lui era proprio Cappuccio, e il suo pelo ne ricordava davvero la tonalità ambrata e talvolta intorbidita dalle briciole di biscotto. Lui, usava il suo tartufo in maniera peccaminosa, fin da quando era arrivato come un vagabondo e aveva deciso di stabilirsi da loro.
Lo appoggiava, umido, sulla pelle dei numerosi visitatori, come se quella fosse una sua proprietà. Indistintamente su ogni parte del corpo. Con voluttà. Immagazzinava forse tutto l’odore che poteva contenere, per bearsene poi quando, una volta ripartiti gli ospiti, rimaneva solo con lei, con il ricordo vivido di quei momenti. Chiudeva gli occhi, quando annusava: l’incavo di un gomito, una gamba distrattamente avvicinata, un piede sospeso, a dondolare. Uomini o donne, adulti o bambini. Sembrava non fare differenza. Se quella era la sua missione, aveva trovato il luogo dove vivere, data la grande quantità di gente che usava transitare per casa ogni giorno. La loro era infatti una famiglia numerosa, fatta di zii, cugini, nipoti e nonni, che sistematicamente si davano appuntamento per raccontarsi degli ultimi eventi, porre insolenti domande curiose scambiandosi pettegolezzi e, spesso, pranzare o cenare in compagnia. A lei non piaceva, tutta quella confusione, ma l’edificio era grande, e aveva i suoi spazi, luoghi in cui non doveva condividere nulla con nessuno.
Di Cappuccio e dei suoi strani modi, glielo aveva raccontato in una lettera, poco dopo il suo arrivo, così come gli raccontava di ogni cosa le passasse per la mente, da tempo ormai. Erano scritti disordinati, i suoi, spesso specchi compulsivi di un’anima in subbuglio. Come capitoli di un libro che via via, quell’estate, andava delineandosi in maniera sempre più nitida nella sua mente e nella sua vita.
Lui, le rispondeva con altre lettere, creando ulteriori pagine di quel libro, unendo sempre più gli sprazzi che ancora, anche se poco, li tenevano lontani.
Quel pomeriggio, inspirava con un piacere quasi animale il vento che arrivava dal mare. Sul terrazzo di fronte al porto, in un angolo delizioso stretto tra la baia e la chiesa maggiore. C’era fermento nel piccolo paese: era il giorno del santo protettore. Da lontano, giungevano le sirene in festa delle barche in arrivo e la polizia locale si dava da fare per bloccare l’accesso alle auto e arginare, con ordine, le ondate di persone giunte per prendere parte ai festeggiamenti.
Lei se ne stava come a mezz’aria, al di sopra del vociare, dei visi, dei sorrisi. Era in un’altra dimensione e intanto leggeva la sua lettera.
Le capitava spesso di sentirsi altrove, ma non le dispiaceva affatto.
A tratti, una piccola macchia buia e informe si faceva largo nel cielo limpido, oscurando il sole, e poi, rapidamente, se ne andava. Era in quegli attimi che le pareva di respirare più a fondo, quando il calore sulla sua pelle si attenuava per un breve intervallo. Era così, la sua vita: era quando le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, che si permetteva di rifiatare e assaporarle sul serio. Come con il sole, sulla pelle.
“Vediamoci alla spiaggia, quando tutti saranno alla festa. Solo io e te. E lì, lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle. Come fa Cappuccio.”
(Ecco che era successo un’altra volta. Come aveva fatto, ancora, a leggerle nel pensiero? Come, se l’idea di vedersi, finalmente e con coraggio, si era materializzata nella sua testa solo poche ore prima, al risveglio?)
Nel profondo del suo cuore, non era sicura di essere pronta per quell’incontro - forse non lo sarebbe stata mai - ma sapeva da tempo che il momento sarebbe giunto, prima o poi. Aveva costruito tutto per bene, giorno dopo giorno, nel corso di quell’estate. Nel corso di tutta una vita, probabilmente. Anche prima di rendersene conto. La corrispondenza cartacea era nata con il preciso scopo di arrivare a un punto, una volta schiariti gli orizzonti, e accettarsi, una volta per tutte. Ma un po’ temeva ancora le conseguenze di ciò che sarebbe accaduto, gli occhi diversi con cui chi le viveva a fianco l’avrebbe guardata.
Il cane le stava addosso, come sempre, rassicurante. Buttato a terra, a fianco della sedia, con il muso a ridosso dell’inferriata, ad annusare gli odori che salivano fin lassù, dal porto. Chissà se anche lui era fatto da due Cappuccio che prima o poi si sarebbero riuniti; chissà se non era l’unica, in fondo, a vivere in quel modo.
Forse era stato questo il pensiero che le aveva dato forza, quello che l’aveva spinta a prendere un foglio di carta e la penna, e a scrivere due semplici parole: “Ci sarò”.
Poi, l’aveva piegato con la solita scrupolosità e l’aveva infilato in una busta bianca, chiudendola senza aggiungere altro. Lo stesso aveva fatto con la lettera che lui le aveva scritto, e con entrambe le buste in mano si era diretta al suo armadio, aveva aperto prima la scatola di destra infilando la lettera con l’invito a vedersi e poi quella contenente la sua risposta nella scatola a sinistra. In quel mentre, l’emozione le aveva giocato un brutto scherzo: si era fermata, sospendendo i pensieri a metà, temendo per un attimo di aver invertito i due luoghi, riponendo le buste nella scatola sbagliata. Poi però, qualcosa in fondo alla sua anima aveva alzato la voce; aveva ritrovato sicurezza, dicendosi che, d’ora in poi, ogni pezzo sarebbe comunque stato nel posto giusto.
Era andata in bagno e aveva fatto una lunga doccia fredda; al termine, la pelle le doleva, come se qualcosa fosse finalmente emerso in superficie. Cappuccio l’aveva sentito, quel qualcosa, perché non le staccava il suo tartufo dal corpo, nonostante lo conoscesse praticamente a memoria. Si era gettata sul letto, ancora nuda, e lui con lei. Le si era messo adeso, quasi a ricopiarne le forme, e il suo naso umidiccio aveva disegnato il suo contorno, portandosi dentro il suo nuovo odore. Poi, rinfrancata, si era vestita. I jeans strappati, la canotta bianca, il giubbotto in pelle: abiti senza sesso, che amava indossare per mescolarsi con la moltitudine di umanità che ogni giorno le viveva attorno, con i quali si sentiva più fedele a se stessa e alla sua anima. Senza guardarsi allo specchio era uscita di getto, diretta alla spiaggia, per non avere il tempo di cambiare idea.
Nella testa, le due parole che l’accompagnavano dal risveglio, il naufragio e la salvezza.
L’angolo di mondo a cui era diretta era un luogo temporaneamente interrotto, quel pomeriggio, come un dispositivo sprovvisto di corrente elettrica. La lunga spiaggia disabitata da qualunque forma di vita umana, accorsa in folla alla processione del patrono: quale incredibile coincidenza, nel giorno del santo lei avrebbe infine trovato la sua redenzione. Quanto spazio da riempire, attorno a lei. Quanto orizzonte. Che palcoscenico perfetto, per la sua trasformazione. Sabbia mescolata all’erba. Alberi cresciuti sull’arsura. Cespugli che diventavano nicchie in cui trovare nascondiglio. E il mare sterminato, silenzioso e prezioso testimone.
Aveva inspirato a fondo quel momento, che era la somma di tutto ciò che aveva davanti agli occhi e tutto ciò che teneva dentro al cuore. Si era tolta il giubbotto, lasciando che il sole prendesse la sua pelle, senza darle respiro; aveva camminato in avanti e in indietro, misurando i passi in quella che stava divenendo la sua nuova essenza e confortata dal fatto che iniziava a sentirsi, finalmente, diversa e, soprattutto, a casa come non mai, accolta dal mondo e dalla natura che le stava intorno. Si era fusa con i tronchi abbandonati, palpando la consistenza del legno usurato dal vento, e si era stesa a terra, fondendosi anche con il suolo, tenendo gli occhi chiusi aspettando il suo arrivo. E attimi prima, le era mancato lo spazio dentro, e allora si era tolta la canotta ma si era sentita la pelle stretta, troppo stretta per contenerli entrambi, e ancora i dubbi e la paura avevano avuto il sopravvento sulle sue sensazioni: si era rivestita in fretta, quasi con vergogna, e aveva ripreso a camminare nervosa, in avanti e in indietro, con le mani nelle tasche. Con stupore, vi aveva trovato un sigaro, dentro, senza sapere chi ce l’avesse messo. Poi, aveva compreso, nuovamente, che lui l’aveva preceduta, anche in quello: l’aveva fumato con la felice e instancabile voluttà che contraddistingue le prime volte ma sentendosi dentro la padronanza dei gesti di chi, da sempre, usa farlo; l’aveva ringraziato, come se in fondo a quei respiri di tabacco ci fosse la sua rinnovata anima, più completa.
Pronta, alla fine, aveva ripreso la via verso il mare, quasi in una sfrenata corsa. Disordinata. Esagerata. Lasciando cadere il giubbotto sulla sabbia ma senza darsi il tempo di spogliarsi, entrando vestita, impaziente, perché non poteva più permettersi di perdersi, alla muta ricerca di una definitiva liberazione. Eccola, l’acqua, ecco il freddo sulla pelle. Ecco che respirava più a fondo, per un breve intervallo, come nei suoi momenti preferiti: le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, e lei rifiatava. E le assaporava.
Dio, che meraviglia quel sentirsi nude e leggere, anche così, anche con i jeans appesantiti dal mare, appiccicati alle gambe. Che meraviglia immergere la testa tra le onde, uscirne con gli occhi sbarrati, brucianti, aperti a nuove prospettive; far gocciolare i capelli lungo il collo incuranti dei brividi, togliersi del tutto i vestiti per offrirsi al mondo, a tutti, a lui, al suo naso che avrebbe potuto annusarla, guardarla, cogliere i suoi nuovi contorni, delineare la sua nuova figura. E a lei, che avrebbe infine potuto accettarsi. E smettere di combattersi.
E poi, immergersi a fondo e tornare a galla, rimanendo sospese. Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.
Dio, che meraviglia sentirsi così.
Una volta tornata a casa, gli avrebbe scritto una lettera, l’ultima. Ringraziandolo di essere venuto, di essersi unito a lei, di aver finalmente formato un’unica essenza. Di averla resa compiuta e non più spezzata. Poi, sarebbe andata all’armadio, avrebbe preso la scatola di destra e quella di sinistra, e ne avrebbe riversato il contenuto una dentro all’altra. Mescolandolo con foga, ricreando la confusione dalla quale era nata e che tanto, negli anni, aveva odiato e temuto.
Eccola la pace tanto anelata.
Dio, che meraviglia.

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