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Guanti di velluto di Tania Piazza

15-07-2018 23:30

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Me ne venivo spesso, da adolescente, a camminare lungo questo argine. Ciò che mi attirava qui era il modo in cui la terra, d’un tratto, scende brusca, fino a tramutarsi in fiume. D’inverno – quei lontani inverni erano incredibilmente ricchi di pioggia e l’acqua vi scorreva vociando con grande fragore – era la musica che usciva dal suo letto a tenermi legata a questo luogo. I miei pensieri tristi divenivano improvvisamente troppo timidi e il loro rumore – ciò che di solito, nelle lunghe ore dei pomeriggi dopo la scuola, mi pareva insormontabile da qualunque altra voce – veniva azzerato. L’acqua li ricopriva tutti e io ne gioivo. Ero attorniata da uno spazio sconfinato e potevo starmene con la mente libera, finalmente svuotata.
Ogni volta che ne sentivo il bisogno, ci facevo ritorno: correvo a casa svelta dopo le lezioni, e non parlavo con nessuno lungo la strada, perché non volevo perdere tempo. Mangiavo in silenzio; mamma mi guardava pensierosa e io lo so – ora lo so – quali fossero le sue paure. Non aveva modo di capirmi e credo si sia lentamente consumata negli anni in questa maniera. Ripensando al suo viso costernato, mentre di sottecchi cercava di cogliere un cenno nei miei occhi che le parlasse di quello che avevo dentro, so di averle inflitto la pena più grave: quella di essere assolutamente certa della incurabile tristezza della propria figlia e di essere contemporaneamente consapevole di stare fuori – fuori – dal suo mondo. Senza poter lanciare una corda per provare a salvarla. Credo di averla convinta, nel tempo, di non averne diritto. Da dove mi arrivasse questa certezza, ancora non lo so.
La neve, qui, oggi mi fa pensare alla purezza che ho perduto, a quella che forse non ho mai davvero conosciuto. Quella stessa che rivedo nei giovani volti dei miei figli, ora, quando mi guardano con la speranza negli occhi e l’assurdo, immotivato istinto che li porta a fidarsi di me. Mi pare di essere diventata migliore, nel tempo, ma non so dire perché i loro cuori debbano affidarsi a me in questo modo. Io so di non averlo mai fatto, con mamma, e so per certo di averla uccisa per questo, negli anni. Quando penso a una preghiera, non ci sono parole nella mia testa, né cantici. Solo un’intenzione: quella impressa negli occhi di mamma, quando mi fissava implorandomi di capire. Di lasciare che mi amasse. Di lasciarmi amare, non di amarla: le sarebbe bastato questo, che io mi affidassi a lei. Eccola, l’unica preghiera che conosco, ma che non ho mai praticato.
A volte, di sera, quando ora mi siedo per un attimo in camera a fianco dei loro lettini prima che si addormentino, cerco di riportare lì dentro gli occhi di mia madre. Chiudo i miei, e li stringo forte, perché il ricordo è troppo doloroso, e quando passa porta con sé una grande pena. Qualcosa, non so da dove, esce dalle mie labbra. Parole che parlano di un amore che non so spiegare bene, quello che insegna della vita senza chiedere nulla in cambio, come mia madre. Così, faceva lei. E infatti, non le ho mai dato nulla, in cambio. Nulla. Solo parole insulse, vuote come stanze disabitate. Scarne e senza anima. Oggi, ci provo, lo giuro; voglio, con tutto il cuore di cui sono capace, che i miei figli non diventino come me. Cerco di riportare a memoria quello che mi narrava mamma: io non la ascoltavo, ma qualcosa, da qualche parte nel mio cervello, metteva tutto in un angolo e registrava. Forse capiva la mia inadeguatezza.
E’ il ghiaccio sul terreno, più della neve, a ferirmi dentro stamattina, mentre cammino. Le scarpe fanno rumore e in questo silenzio – lo stesso che ritrovavo qui negli anni della mia adolescenza – prendono un tono grave che assomiglia a delle urla. Mi fermo per un attimo per ritrovare il mio respiro e mi guardo intorno: non c’è anima viva. Nessuno. Il sentiero è delimitato da grandi alberi con lunghi artigli affilati. So che quelli di destra costeggiano il fiume, ne riconosco la voce. Ancora, come allora, il suo canto sovrasta la mia inquietudine: in questo breve, salvifico armistizio temporale, lascio andare la mia mente e pregusto il momento, tra poco o tanto, non so, in cui i miei figli inizieranno a fare tesoro di tutti i piccoli insegnamenti che, ascoltando la voce registrata nella mia mente, sto provando a dar loro. Cerco di visualizzare l’espressione stupita che avrebbe mamma, e la sua incredula felicità nel rendersi conto che qualcuno, finalmente, ha imparato da ciò che aveva seminato. Anche se indirettamente.
Un tramite, ecco cosa sono. Una via da percorrere, per gli altri. Come questo sentiero, che costeggia il fiume. E questi alberi, secchi e svuotati, mani piantate al suolo e artigli rivolti al cielo. Il vento li ha piegati e la loro pelle si è segnata, inaridendosi, ma la terra madre li ha protetti, crescendoli, nonostante tutto. Una terra Madre. In cui far germogliare i propri sogni e le proprie visioni. In cui soffocare la tristezza. Fare spazio – tanto spazio – alla gioia.
Mi pare di potermelo immaginare un sorriso rumoroso, di quelli che hanno una voce squillante che sfida i silenzi. Quelli, vorrei un giorno per i miei figli. Sentirli ridere anche a distanza, anche quando vivranno in altre parti di questa città o del mondo e magari non potrò vederli. Vorrei avere una certezza nel cuore, lieve ma immutabile, come l’acqua di questo fiume: saperli sempre con occhi spalancati che non sfuggono, pronti a trasferire emozioni, a parlarsi nel linguaggio di chi può comprendere a fondo il significato dell’amore. Vorrei poter essere certa che mai, negli anni a venire, avranno la visione di avermi uccisa, lentamente, con la loro insondabilità. Vorrei divenissero terre calpestabili, abitabili, colonizzabili. Avessero un luogo in cui la loro tristezza, quando arriverà, saprà essere calmata, coccolata, accudita, fatta crescere, trasformata. Sarà come questo sentiero, magari, che scorre vicino al suo fiume. E avrà una voce ben definita, che parlerà loro della vita.
(Per un attimo, mi sono fatta trasportare. Ho camminato con i loro passi, sui loro passi. Ho seguito la direzione in cui mi portano questi alberi di velluto scuro, calpestando la neve e il ghiaccio, pensando a mamma, alla mia vita, alla sua, alla loro. Mi sono sentita leggera e piena, per un attimo.)
Alla fine del boschetto, prima del dirupo, una leggera curva fa virare il sentiero verso destra. In quel punto, gli alberi si trasformano, perdendo i rami. Divengono creature preistoriche, mani monche, amputate delle loro estremità più belle. E’ come essere usciti da una galleria: i suoni non rimbombano più, disperdendosi nell’infinito. Sapessi liberare la mia voce qui, potrei ammirarla prendere il volo. La manderei da mamma. Le chiederei se è ancora triste, della mia tristezza. Se magari, nel tempo, non abbia imparato a passare sopra alla mia inquietudine di vivere. Se abbia smesso di farsi una colpa per la mia incapacità di amare. Se ha imparato a perdonarmi e a perdonarsi. Se vuole, per favore, prendersi cura dei miei due gioielli, quei nipoti che adorerebbe e ai quali insegnerebbe a lasciarsi guardare dritto negli occhi, perché attraverso gli occhi passa l’amore, tutto quello che le è rimasto dentro e che io rifiutavo. Se ha smesso di soffrire il mio mondo, al quale non aveva accesso.
Se solo avesse trovato il modo di scardinarlo, quel mondo! Saremmo in quattro ora, qui, a correre e a calpestare la neve e il ghiaccio. Sentirei le risate dei miei due bambini e il suo sorriso rumoroso, che si perdono nell’infinito. E io, chiuderei gli occhi e li terrei stretti, non per il dolore, stavolta, ma per trattenere tutto quello che stanno guardando, con il timore che possa fuggire via, dissolvendosi nel nulla.
Quel nulla che ora, riaprendoli, mi ritrovo davanti. Alberi smembrati, senza più rami, come guanti di velluto scuro a cui abbiano tagliato le dita. Ecco ciò che sono sempre stata: un’anima amputata. Mi fermo per ritrovare la voce del fiume, stavolta, che scorre invisibile ai miei occhi, e lascio che la sua canzone mi riempia le orecchie e gli occhi: voglio essere come gli alberi che lo contornano, non come questi, spezzati a metà. Voglio avere rami che sfiorano le nuvole, su cui far crescere la vita. Voglio poterli far diventare lunghi, quei rami, farli arrivare più in alto possibile, forti e rigogliosi, fino al cielo; e una volta che le mie dita lo toccheranno, l’emozione li farà riempire di foglie, dapprincipio invisibili in mezzo al velluto ma via via sempre più vistose. E forti. Trasporterò, instancabile, la linfa ogni giorno per loro, e dentro di essa ci metterò una grande dose di amore, la più grande di cui sia capace. Cresceranno belle e robuste, le mie foglie. Come i miei figli.
E loro, un giorno, quando ne sentiranno il bisogno e andranno a cercar ristoro nel luogo prediletto, si perderanno ad ammirare gli alberi; e la loro tristezza, quando arriverà, verrà calmata, coccolata, accudita, trasformata. Proprio come è successo a me.
17-06-2018 17:31 | |

l'albero e il cielo

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Che gioia per gli occhi incontrare questo tuo scatto Ivano!
Il cielo con quei toni di grigio fantastici è di una tale profondità da comprendere come l'albero stia crescendo per raggiungerne la luce. Un fiotto di luce come di sangue emerge da quell'impalpabile atmosfera, tutto appare come fissato per sempre nel tempo e nello spazio in una fotografia dove la scrittura della luce si impossessa del fascino emesso dagli elementi che ne fanno parte. L'albero è sottile, apparentemente in balia degli elementi atmosferici eppure emana una tale forza, come diceva San Francesco "robustoso e forte" ma parlando del fuoco e non di un sottile, giovane albero. Quello stesso fuoco che trovo nella sua crescita, nei rami che ricamano le loro dita nell'aria come fanno i bambini appena nati nella culla giocando con i loro primi respiri. Il primo respiro di un albero che crescerà, resisterà, diventerà sempre più forte e conquisterà con la sua chioma il suo spazio di cielo e di luce. Stupendo bianco e nero, sai come declinare questo genere in mille modi diversi emozinando sempre.
(Paola Palmaroli)

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02-06-2018 12:59 | |

Il silenzio

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Tutto ciò che finisce fa silenzio, tutto ciò che ha inizio fa un rumore bellissimo eppure anche alla fine di un viaggio l'eco dei passi che ci hanno fatto giungere fino a quel luogo rimane nella memoria ed il silenzio si veste di ogni suggestione, dettaglio, sfumatura, da cui trarre la propria eterna forza rigeneratrice. Per questo scelgo sempre il silenzio ed in questo scatto è così potente da emettere un calore tutto suo, come la carezza della vegetazione che protegge la panchina e la custodisce con cura. Come la strada che pare abbia smesso di essere percorsa ma non vissuta. Come il senso ineluttabile di una fine che chiede al suo inizio di attenderla quando compirà il suo ultimo passo. Bellissimo scatto Ivano, le luci e le ombre non sono mai state così vicine, parlandosi in silenzio. Struggente atmosfera
(Paola Palmaroli)

Paura

Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio,
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
(Vittorio Sereni)

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l'angolo di mondo

22-04-2018 09:42

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Un angolo che riflette grazie alla finestra altri spazi che definiscono lo spazio in cui ti trovi e quello che noi veniamo invitati ad immaginare ed a proseguire nella visita che tu con grande maestria ci hai offerto con questo scatto. Stupenda visione e riflesso, spesso si moltiplicano le sensazioni grazie ai riflessi e tutto appare così disarmante nella sua semplice emanazione di spazi e tempi a noi noti ma volutamente trasmessi per essere condivisi. In questo luogo tutto appare pacato e lieve, come un tempo che cerca di fermare il proprio cammino per rallentare la dispersione dalla memoria di tutto quello che nutre il nostro vissuto. Ognuno di noi guarda il mondo con delle lenti meravigliose, ognuno ha le sue e tu per un istante con questo scatto le hai condivise con chi decide di soffermarsi ad osservare questa fotografia, Che privilegio vero, il nostro, il tuo!?!
(Paola Pamaroli - aprile 2018 )

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Un momento del giorno ...

14-04-2018 20:31

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Un momento del giorno ed una scena idilliaca dove l'armonia di ogni elemento crea un connubio perfetto tra natura e sguardo del fotografo. Il fascino di una visione come questa che stiamo ammirando non sta solo nella perfetta composizione tra orizzonte, lago, riva, piante e fiori ma nella ricerca di un taglio prospettico che richieda sia la valorizzazione di un luogo capace di donare serenità che la capacità della natura umana di coglierla e di elaborarla come fonte di energia e di modelli per rendere i vissuti un'immersione nella sua magia e reale essenza del presente. Un tempo che non vorrebbe conoscere tempo e rimanere fissato per sempre in questo scatto fotografico come una porzione di eden a disposizione di ognuno di noi. Stupendo luogo e ritratto poetico della natura che lo abita e lo veste. Bravo Ivano Mercanzin, sembra facile ma non è mai scontato descrivere la gioia e la felice emanazione della bellezza quanto è la natura a darle voce, visivamente hai saputo tradurre emozioni riconoscibili come universali.
(Paola Palmaroli)
aprile 2018

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25-03-2018 20:59 | |

Luci e ombre

Magnifico bianco e nero, prospettiva, luci ed ombre, si rimane incantati dal luogo, dagli elementi che lo costituiscono, dalla scala da cui si attende che scena o salga qualcuno da un momento all'altro, sei riuscito a cogliere l'alchimia perfetta tra luce e geometrie, tra quei volumi esterni ed interni della casa che possiamo immaginare, grazie al tuo sguardo attento ed alla tua maestria indiscussa nel cogliere l'anima di un luogo.
(Paola Palmaroli)

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FINESTRE

21-02-2018 19:48

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Il mondo in una, mille finestre con la luce accesa o spenta. Quando si incontra con la sguardo la quotidianità resa intima dalla notte e da quei rettangoli di luce dove è concentrata la vita di ognuno di noi ecco che scatta la curiosità ed il pudore nel raccontare quel che si scorge e si vive di riflesso. Stupendo il gioco delle sorgenti di luce esterne alle abitazioni, donano profondità di campo mentre quelle alle finestre, di diversa intensità ci trasmettono il calore filtrato delicatamente dalle tendine oppure esposto con intensità dalla finestra sulla destra. L'unica a rimanere completamente chiusa sembra vivere anch'essa della luce riflessa delle altre. Interessante visione Ivano, hai reso magnificamente una scena in notturno apparentemente comune, che tutti noi abbiamo almeno una volta soppesato con lo sguardo, rendendo la scena intima e soffusa di quell'anima che rende l'uomo un animale sociale pronto ad accogliere l'altro attraverso voci, suoni, presenze costanti nella propria esistenza anche attraverso il filtro di finestre proiettate nella notte come fari sul mare per attirare la struggente nostalgia di casa propria.
(Paola Palmaroli)

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SERATA TRA AMICI

21-02-2018 19:43

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Quante volte leggendo Simenon," Maigret", mi sono imbattuta in scene come questa da te fotografata. Non sarà la provincia francese ma l'atmosfera è davvero sorprendente per affinità e per quel senso inquietante che sprigiona nelle descrizioni di Simenon. Solo la figura umana rassicura, il suo incedere lento, la luce del lampione, la strada risuona dei suoi passi, di quelle vibrazioni che il tuo superbo bianco e nero Ivano Mercanzin ha reso così reali da restare a guardare se è possible scorgere qualcuno giungere o seguire fino a quando scomparirà la figura da te ritratta. La casa con le finestre nere come pece, abbandonata si presume e quell'entrata che incute un sacro timore, tutto nella tua visione ha una potenza narrativa senza pari. Bellissimo il taglio da te scelto che ci porta a vedere quell'angolo a sinistra dove la strada ha una curvatura, ogni dettaglio non è lasciato al caso e si beve con gli occhi l'atmosfera che hai saputo fondere in questa fotografia incantati ed ipnotizzati.
(Paola Paola Palmaroli)

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15-01-2018 15:28 | |

MASTERCLASS PRO-PHOTOGRAPHER

Ho completato ieri 14.01.18 la MASTERCLASS PRO-PHOTOGRAPHER di Paolo Marchetti, pluripremiato fotografo internazionale che mi onoro di avere conosciuto.

Questi gli argomenti che insieme allo straordinario gruppo di amici, abbiamo appreso con la costante, precisa e infaticabile guida di Paolo Marchetti:

“Conoscenza della professione di photoreporter, acquisizione della Progettualità, studio del settore Editoriale e delle sue regole, approccio strutturato e responsabile nei confronti del Mercato, Pianificazione teorica, logistica e commerciale di un progetto, Questione etica e Comunicazione, cifra stilistica e narrativa del racconto fotografico, approccio ai Grant e agli Awards, conoscerli, interpretarli e usarli come strumento promozionale e trasformarli in fonte di finanziamento. Conoscenza dei Photoeditor, dei Redattori e delle figure chiave all’interno di una redazione.

I Festival, quali bisogna conoscere, frequentare e perché.

Studio approfondito dell’essenza dell’Editing con metodologie riferite alla letteratura, e alle strutture melodiche musicali, il tutto affrontato con esercizi personalizzati e discussi successivamente. Editing come stato mentale, come Identità del fotografo e presupposto allo storytelling, Confezionamento dei progetti e Vendita, stesura del testo e molto altro.

Lo studio di ogni punto nel programma sarà effettuato proprio sugli strumenti di lavoro che il docente ha personalmente costruito e coltivato nel suo percorso da professionista.

Marchetti infatti condividerà moltissimi dei suoi file personali, dagli elenchi selezionati negli anni degli Award e i Grant a quelli riguardanti centinaia di contatti nei magazine di tutto il mondo.”

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05-10-2017 07:27 | |

Presenze-Assenze

Una panchina, la possibilità di trovarvi presenze-assenze capaci di suggestionare la memoria o di blandirla con una carezza di luce che è amore, le ombre degli alberi, un giardino pubblico ed i suoi elementi costitutivi architettonici, lo sguardo dell'autore. Tutto questo è declinato in una visione di incomparabile bellezza, tenerezza allo stato puro dove perfino le fronde degli alberi si protendono in un abbraccio ideale di ombre e di luci che l'animo umano sa cesellare con lo sguardo in uno scatto di pura poesia. Cosa accadrà a quella panchina, ascolterà ancora le mille storie di chi si siederà accolto dalla sua luce, da un amorevole senso dei pace che ogni giorno sarà declinato dalla stagione in corso e dai suoi elementi? Si, vien voglia di rispondere in modo affermativo e di entrare nella scena per sedersi e recuperare tutte quelle presenze, assenza giustificate od ingiustificate, che fanno parte della nostra esistenza e spesso releghiamo in angoli oscuri della nostra anima per non farci avvilire dai rimpianti. In questa immagine nessun rimpianto, solo la carezza della memoria e la presenza gentile di una panchina, di un momento del giorno in cui tutti o nessuno possono scegliere di ricordare abbracciando se stessi e chi ci ha amati! Fermarsi ad ascoltare la voce del vento, sentire ogni cellula del nostro corpo assorbire quella luce morbida qui una carezza data alla memoria ed alle sue infinite connessioni spazio-temporali.
(Paola Palmaroli)

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01-10-2017 00:12 | |

INTERVISTA DI WITNESS JOURNAL - settembre 2017

Raccontare il silenzio: intervista a Ivano Mercanzin
settembre 27, 2017
di Cristiano Capuano

Ciao Ivano. Cominciamo con qualche battuta su “Coney Island”, affascinante progetto che ha indubbiamente segnato gli ultimi due anni della tua carriera. Ciò che risalta maggiormente dalle foto di questa serie è la ricerca di una sorta di “segno opposto”, un capovolgimento dei motivi tradizionali che hanno costruito l’iconografia di uno dei luoghi simbolo di New York. Siamo a Brooklyn, dunque al cospetto di una geografia sociale assolutamente pop, in quanto trasversalmente e ampiamente rappresentata dall’arte, dal cinema e dalla letteratura. Da dove nasce l’impulso alla sovversione di quest’ordine semantico che risulta in un ritratto più intimo, nebbioso e malinconico di Coney Island?

E’ stato un caso, come sempre finora accade ai progetti che ho realizzato: parto con nulla in mente e poi m’immergo nella realtà del luogo dove sono, cerco di sentirne i profumi, gli odori, i colori, i silenzi, i suoni; cerco di fiutare l’aria, lasciando libere le mie emozioni. Il corpo e la mente si predispongono ad assorbire, fino a sentire a volte una scarica di adrenalina che mi fa prendere in mano la macchina fotografica. Allora inizio a scattare, a fissare, a fermare gli attimi, a congelarli, o meglio a riscaldarli, diventando tutt’uno con l’apparecchio, quasi fosse un naturale prolungamento della mia anima, del mio cuore, delle mie emozioni.
Ero per caso a Coney Island senza alcuna programmazione o preparazione e mi sono ritrovato in un mondo surreale, come all’interno di una favola o in un quadro di Chagall in bianco e nero con mille sfumature di grigio. Sono proprio le sfumature, a volte, a raccontare di più dei troppo pieni, quei delicati sbuffi di non colore che sembrano poesia. E’ per questo che amo narrare del poco, del quasi nulla, quello che non si coglie a prima vista, ciò che non è urlato ma impercettibilmente sottotono; quello che solo se si ha il tempo e la lentezza di aspettare si riesce a cogliere e quando lo si vede diventa un tutt’uno con noi stessi, osservatori sconosciuti, e per un attimo senza tempo si sta insieme, provando la stessa emozione, entrando in empatia. E’ lì che il mio racconto si compie, la mia storia assume un senso, e la gioia non ha limiti .

Parlando di questa serie, hai espresso il desiderio di “raccontare il silenzio”. Trovo sia un’espressione abbastanza calzante dal momento che le tue foto trattano con delicatezza la complessità dei vuoti e delle assenze. Non si tratta, però di una vacuità orrorifica, bensì di una catarsi invernale che libera dei luoghi ricreativi dall’asfissia dell’elemento umano. Quale ruolo giocano i soggetti anonimi ritratti in lontananza su spiagge e pontili, caffè luna park della tua Coney Island?

Raccontare il silenzio, è una definizione di un sensibile osservatore a una mia mostra; ascoltandola allora mi ha fatto pensare e mi ha spinto a osservare con più attenzione le mie foto. Era proprio vero. Le prospettive che allontanano lo sguardo, le strutture metalliche verticali che si perdono nella nebbia, le figure solitarie che passeggiano nella battigia con lo sguardo a terra, mentre il mare e la sabbia le incorniciano: tutto ciò richiama il silenzio, quell’assenza di rumore se non quello del mare che sciaborda, naturale suono che culla la mente e accompagna i pensieri , lasciandoli fluire senza interruzione, finalmente liberi di ondivagare liberamente. Ecco quindi che i vuoti o le assenze non sono dolorose, ma benefiche: è cercare di ritrovarsi e parlarsi e soprattutto ascoltarsi, entrando in perfetta sintonia con se stessi. Le figure solitarie sono elementi indispensabili nel mio racconto: perse nei loro pensieri, perfettamente amalgamate con l’ambiente intorno, in pace con loro stessi, attori ignari delle mie storie; persone che si allontanano, e che non voglio avvicinare, per rispetto, per discrezione, per riservatezza, per non disturbarli nel loro pensare. Divengo spettatore della loro esistenza, e siamo accomunati dall’attimo, dal breve spazio-tempo. Quello è l’istante che viene fissato dallo scatto, divenendo eterno, e da lì inizia la storia.

Se la memoria non mi inganna, questo progetto è nato nel dicembre del 2015 mentre ti trovavi a New York per esporre alcuni tuoi precedenti lavori aventi la città di Venezia come soggetto principale. I tuoi notturni veneziani sono parimenti evocativi di un’atmosfera metafisica e spettrale, e nascono in un contesto segnato – proprio come Coney Island – da una forte presenza umana (in questo caso di natura turistica), disinnescata, però, dalla solitudine della notte. Credi che esista una corrispondenza diretta tra le due serie?

Su invito di un amico ho esposto nel suo negozio che si trova in Madison Avenue vicino al Central Park. Provavo una strana sensazione nel vedere le mie foto in bianco e nero di Venezia che contrastavano con il caos della Grande Mela. Le foto erano affreschi notturni scattati in alcune notti invernali. La città era magica, con i lampioni tenui, il vapore del mare, l’odore di salmastro, i campi, le calli, i ponti e le persone che sembravano perdersi nella notte, assorbite dal buio come in un’atmosfera metafisica e spettrale, il ticchettio delle scarpe a fare da colonna sonora. Pensavo alla frenesia del giorno, così contrastante con il silenzio della notte e l’assenza pressoché totale di persone se non qualche coraggioso abitante notturno. Così come Coney Island, nell’estate un turbinio di colori che si trasforma in inverno in un villaggio solitario, come a reimpossessarsi del suo stato primigenio in cui la natura sembra prendere il sopravvento sull’intervento dell’uomo.

Nell’esporre le foto di Coney Island, hai idealmente separato quelle più “frontali” dei boardwalk (che ritraggono il luna park e gli esercizi commerciali) da quelle in cui a dominare è una profondità di campo che proietta lo spettatore nelle nebbie che avvolgono gli sfondi e guardano all’oceano. Credi che questo discrimine prettamente formale nasca dalla tua formazione pittorica, o il tuo modo di concepire gli spazi ha una diversa origine?

Mi sono posto molte volte questa domanda e ritengo sia effettivamente così. Infatti una frase famosa di Ansel Adams dice: “Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato”. Ecco, racchiusa in questa frase, l’essenza anche del mio pensiero, e quindi è inevitabile che quando inquadri e decidi di fissare proprio quella parte di mondo che in quel momento ti ha colpito e senti tuo, tutto ciò vada ad attingere dal tuo mondo inconscio e conscio che negli anni ha accumulato le tue visioni. Ritengo poi che la composizione sia l’elemento principe nella fotografia, quello che ti permette di creare in un piccolo frammento del tuo sguardo un mondo intero, un racconto, una storia. Per me, la fotografia non deve rappresentare ogni cosa, anzi: si deve togliere il più possibile, lasciando solo pochi elementi sparsi che possano essere carpiti e interpretati dall’osservatore, in modo che egli possa costruire il “suo” racconto e completarlo con il proprio vissuto, filtrandolo con le sue emozioni e con il suo sguardo interiore.

Tu hai studiato disegno e pittura, ti sei interessato molto alla poesia, hai montato delle clip dei tuoi lavori sulle note di Chet Baker e altri standard jazz, e le tue foto di Coney Island sono edite accompagnate dai racconti della scrittrice Tania Piazza. Contaminazione e ibridazione tra le forme d’arte rappresentano motivi imprescindibili della tua ricerca?

Assolutamente sì: ritengo che questa miscellanea di generi sia indispensabile. Non amo gli steccati, gli orticelli, come non apprezzo questo ormai imperante obbligo di definire per forza il genere fotografico a cui si appartiene. Ecco quindi che la musica, l’arte, la poesia e la letteratura sono componenti imprescindibili al mio modo di operare: è da lì che io traggo le mie ispirazioni per le fotografie, è in quell’insieme di stimoli che arrivano poi i miei progetti, naturalmente contaminati dall’ambiente in cui mi trovo in quel momento e dalla persone che vi abitano. La mia ispirazione si alimenta grazie a queste arti, senza le quali ritengo saremmo tutti più aridi e infelici. Il jazz accompagna spesso i miei racconti fotografici, credo sia il genere che meglio li sposi; tuttavia, non disdegno tutti gli altri, compreso il rap, che mi piace molto in questo momento, in particolare quello italiano e di bravissimi rapper soprattutto immigrati (Ghali, Maruego, Amir, Kuti, per esempio). Mi piace ascoltare la musicalità e in particolare analizzare la semantica del loro linguaggio di stranieri italiani, che racconta storie e, attraverso le parole, ci permette di conoscere i loro pensieri. Ho in mente un progetto fotografico molto ambizioso a riguardo e spero di realizzarlo.
Inoltre, inizierò a breve il Masterclass Pro-Photographer di Paolo Marchetti, pluripremiato fotografo internazionale, per apprendere i metodi del reportage e applicarli anche in progetti fotografici con alcune O.N.G. Internazionali con le quali sto già programmando alcune iniziative.
Con Tania invece è nata per caso una collaborazione e un’amicizia, a lei sono piaciute le mie foto e a me la sua scrittura; senza alcuna programmazione, quando vedeva qualche mio scatto che le raccontava una storia, iniziava a scriverla: ecco quindi “Just smile”, ispirato ad alcune foto di The Face o “Infinità” ispirata a una foto di Coney Island, e molte altre fino ad arrivare a un libro con 28 racconti e altrettante scatti in corso di pubblicazione (con una casa editrice di Bergamo); il titolo sarà “L’anima fotografata” e a breve inizieremo a presentarlo.

Soffermiamoci su un’altra nota stilistica della tua opera. Tu hai lavorato molto in bianco e nero, ma in “Coney Island” non sono ragioni prettamente cromatiche a determinare il senso di sospensione delle tue atmosfere; basti pensare alla Coney Island di Bruce Gilden degli anni ’70/’80, interamente rappresentata in bianco e nero, ma ben più estiva, caotica e antropocentrica. Nella tua personale idea di fotografia, il bianco e nero è causa o conseguenza?

Bruce Gilden ha fotografato in bianco e nero e negli anni 70 quello che di fatto sta ancor facendo oggi a colori: visi grotteschi in primo piano, corpi sformati, scene di vita esasperate dal suo taglio personalissimo e unico. Il suo bianco nero non aggiunge né toglie nulla alle sue immagini già “cariche” e “piene”.
Il mio racconto è del tutto diverso: non ci sono primi piani, ma panoramiche, visioni che si allontanano rispetto a inquadrature “strette”. Il mio è un racconto lieve, leggero, quasi impalpabile: il bianco e nero è il naturale “colore” a descrivere tutto ciò, con delicatezza, in maniera poetica e, in questo caso, quasi privo di contrasti. Mi piace l’idea che la sensazione, osservando i miei scatti, sia quella di foto d’antan, un raccontare la contemporaneità con uno stile retrò. Riprendendo una raccolta di poesie di Ferlinghetti, mi piace definire la “mia” Coney Island “il luna park dell’anima”.

“Il bianco e nero racconta il mio mondo interiore, le emozioni e i sentimenti più profondi […] ricco di contrasti, aspro, riflette a pieno il mio carattere solitario”. So che queste parole di Daidō Moriyama ti hanno molto colpito e ispirato, e credo che quest’idea di solitudine sia un’assoluta protagonista di un’altra tua serie newyorkese: “The Face(s) of NYC”. Qui ti sei direttamente misurato con la street photography in bianco e nero – di cui Moriyama stesso è maestro – ed hai efficacemente ritratto il senso di incomunicabilità. Di quella folla cosmopolita e solitaria che popola New York. Quale è stato il tuo approccio ai soggetti? Hai eliso o ricercato l’interazione con loro?

Mi piace molto questa definizione di Moriyama, ma non posso definire il mio carattere solitario; al contrario, mi sento molto socievole, anche se a volte amo fuggire dalla folla e in quel momento ciò che preferisco per eccellenza è fotografare. Non amo infatti condividere il tempo dedicato alla fotografia con altre persone; quando sono solo, quando sento quell’armonia che mi pone in equilibrio con quanto mi sta intorno, la creatività si manifesta in maniera prepotente e percepisco una sensazione che mi avvolge completamente. Il progetto The Face è nato per caso: mi spostavo dal Queens, dove alloggiavo, a Manhattan, e tutti i giorni facevo il pendolare mescolandomi alle persone. Ho cominciato a scattare perché le immagini mi sono venute incontro, mi catturavano e non potevo non fissarle e ciò è molto diverse dall’allontanamento che caratterizza Coney Island. Qui abbiamo un avvicinamento, un faccia a faccia: la macchina appoggiata al petto per non farmi notare e scattavo, passando inosservato, potendo cogliere così le persone nella loro naturalezza, senza forzature o travisamenti che ne avrebbero modificato le espressioni. Ecco forse il perché di questo senso d’incomunicabilità che tu hai captato, uno spontaneo distacco di chi quotidianamente si trova a ripetere gli stessi riti e le stesse abitudini.
Mi sono sentito parte di loro, ho cercato di capire, ho tentato di mettermi in sintonia con le loro abitudini, ho scrutato espressioni cercando di fissarle, riportando a casa quel momentaneo “vissuto” insieme.

Come ultima battuta cercherei una liaison tra queste tue due serie newyorkesi. Vorrei chiederti quale credi sia il rapporto tra loro, e se l’alienazione e il senso di isolamento siano comuni denominatori che obliterano le differenze tra la prossimità fisica, nel caso di “The Face(s) of NYC”, e la distanza dai soggetti, nel caso invece di Coney Island.


Le due serie sembrano essere state prodotte in tempi diversi, invece sono state scattate la stessa settimana di dicembre del 2015 ma con stili differenti: Coney Island con panoramiche e lontananze, figure appena abbozzate, a volte perse tra la nebbia, mai ravvicinate, come sospese in un paesaggio surreale, onirico. The Face, all’opposto, con figure ravvicinate, quasi in primo piano, a volte appena contestualizzate. Sono linguaggi diversi, ma accomunati dallo stesso senso di smarrimento, anche se la solitudine di Coney Island sembra benefica, ricercata come un toccasana, per armonizzarsi con se stessi e la natura d’intorno.
The Face presenta invece una solitudine più profonda, di smarrimento, una solitudine urbana , fatta di indifferenza, di distacco emotivo, pur nella vicinanza con gli altri, come abitanti di microcosmi autonomi e indipendenti. Uno stare con gli altri ed essere altrove. Una vicinanza fisica e una lontananza mentale.
Ecco allora che il fotografo decide in quel momento cosa rappresentare, sono sue le interpretazioni, sue le personalissime scelte di raccontare proprio quello: tutto è funzionale alla sua narrazione e al taglio che vuole dare alle immagini.
Le foto quindi raccontano storie e mondi altrui, ma nel profondo è la tua storia che stai raccontando e il tuo svelarsi che si compie.

WITNESS JOURNAL : L'INTERVISTA

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Senza_titolo_5_2.jpgivano_mercanzin_coney_island__5.jpgivano_mercanzin_coney_island__9.jpgivano_mercanzin_coney_island__13.jpgivano_mercanzin__the__face_.jpgivano_mercanzin_the__face.jpg

La strada

21-08-2017 20:24

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La strada come luogo e momento di incontro tra artisti giovani e bambini. L'attesa di questi ultimi di ricevere le suggestioni musicali, il bisogno di riposare e di chiacchierare degli artisti. In questo scatto ogni soggetto è ripreso nel suo interagire con il vicino, i bambini sono spettatori ideali e proseguono l'opera iniziata dall'autore dello scatto di mettere a fuoco l'anima di quell'istante, di quel luogo, di una stagione dove incontrarsi significa anche questo: ascoltarsi a vicenda, produrre una musica che unisca e renda partecipi tutti di uno spazio ideale, quello della socializzazione umana, che la strada incarna e sublima al massimo grado. Complimenti Ivano Mercanzin, sai come far parlare una città, un angolo di mondo, una via,, la gente che la vive e la abita. In bianco e nero tu ci restituisci tutti i colori di un'umanità che mostra e respira il meglio di se stessa. Ammiro profondamente questa tua capacità!
(Paola Palmaroli)

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SIRMIONE 2017 N.4

16-07-2017 21:27

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Eccolo qui, Ivano, con le sue atmosfere a tutto campo, respiri di anima e di sguardi, li definirei se fossi un critico...Come sempre racconti con poco storie e attimi che sembrano fermarsi nei tuoi bianchi e neri ricchi di dettagli, Bravo bravissimo amico mio...
(Patrizia Moretti)

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PADOVA 2017

16-07-2017 21:23

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Il pensiero umano organizza concetti, emozioni, esperienze, dimensioni spaziali e temporali, sa come mutuare dalla realtà il necessario per soddisfare i suoi bisogni contingenti e per realizzare desideri e sogni che prendono forma come una casa,un progetto che sembra non aver mai fine. In questo scatto di Ivano Mercanzin lo spazio è perfettamente armonizzato con il pensiero di chi lo ha ideato e strutturato architettonicamente. La luce riesce a dipingere gli spazi donando una tridimensionalità accattivante. Le ombre non permettono di nascondere le geometrie della pavimentazione, sono morbide ed aiutano a vivere gli spazi illuminati come una conquista, un premo ambito. Il cervello umano abita e desidera abitare spazi sempre più vasti ma trova pure il modo di concentrare in architetture meravigliose confini rassicuranti, archi e colonne che fungono da spartiacque per raggiungere punti diversi da cui osservare lo stesso concetto, qui abitativo, nel pensiero più esteso a campi della conoscenza che necessitano di spazi mentali adatti per crescere. Bellissimi i connotati di questo luogo, li hai saputi valorizzare come non mai Ivano Mercanzin! Ammiro!
(Paola Palmaroli)

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SIRMIONE 2017 N.3

16-07-2017 21:21

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Guardare verso la stessa direzione, essere vicini e toccarsi fin nell'anima, poter ascoltare i propri silenzi che sono la voce più sincera che si possa emettere, una pausa che prelude ad accordi strazianti di emozioni e di passioni sopite. Seduti l'uno accanto all'altra ed aver davanti a sé il tentativo struggente dell'infinito di raccogliere la loro corrente insieme a quelle di milioni di coppie che si sono succedute nel divenire del tempo e dello spazio. Un istante raccolto e prezioso che Ivano Mercanzin non ha edulcorato o reso altro da sé, non era necessario, quel tocco con le loro spalle, quello stare seduti vicini dice tutto quello che noi sappiamo ed a chi non conosce tale simbiosi evoca una felicità composta di poco, proprio per questo un tutto che deflagra in ogni angolo dell'universo! Stupendo istante.
(Paola Palmaroli)

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