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Sezione: Windows
Selezione: Paola Palmaro
Evidenza del 22/10/2018
Motivazione:
Riesci a guardare ogni luogo che sia in interni od in esterni con gli occhi ansiosi ed affascinati della prima volta rimuovendo ogni dettaglio inutile dalla scena per spingerci a cogliere quel che tu hai percepito e reso visibile fotograficamente con enfasi.
Da una finestra aperta pronta ad affacciarsi su quelle di fronte con i tetti e le grondaie che si inerpicano verso abbaini e mansarde tutta l'atmosfera mostra un'armonia di piani visivi che la luce rende indimenticabili.
Grazie per la tua condivisione!

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date: 24-10-2018 23:05

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BAGNO VIGNONI

Bagno Vignoni (SI)
Nota dell'autore dello scatto.

Ci sono luoghi sulla terra che non hanno tempo, non sono ne un "ieri", ne un "oggi", ne un "domani", solo un sempre declinato dall'emozione di incontrare quell'angolo di mondo custodito dentro il proprio cuore e continuamente ravvivato dal desiderio di farne parte, di esserci anima e corpo.
Beh, se volevi trasmetterci tutto questo Ivano, ci sei riuscito e non solo: hai colto una bellezza semplicemente disarmante, come certi volti acqua e sapone che ti dicono tutto senza aprire bocca ma sorridendoti dai recessi dell'anima. Devi amarlo molto questo angolo di terra dove il cielo accarezza ciò che l'uomo ha cesellato con cura e dove anime come la tua si ritrovano sempre come se fossero appena nate, in quel preciso istante in cui gli occhi si sono messi in relazione con lo spazio emozionale che dilaga oltre i confini stessi stabiliti dalla fotografia e dal punto visivo in cui hai deciso di scattare.
Più guardo questa tua fotografia e più capisco come la natura umana sia consapevole di quanto quella che ci circonda sia fondamentale, una pietra angolare per ogni esistenza e vissuto. Il tuo è inscritto in luoghi dove il bianco e nero ci descrivono lo spirito con cui li vivi. Non attraversi mai semplicemente uno spazio tu lo abiti anima e corpo e questo si sente in ogni tua visione. Grazie per averci donato uno squarcio di infinito in un quadro dove la cornice si dissolve per darci la possibilità di estendere oltre i confini del visibile quel che tu hai visto e sentito e noi con te continuiamo a percepire viaggiando idealmente con il tuo sguardo.
(Paola Palmaroli)

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date: 24-10-2018 23:02

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Bellezza

La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori.
(Alda Merini)

Il raggio nel tuo scatto Ivano Mercanzin appare come un aerosol di luce che si propaga in ogni dove raccogliendo lungo il suo tragitto gli umori, gli odori, i profumi, che terra e presenza umana emanano. Stupenda la composizione, ovunque si guardi l'attenzione viene catturata da elementi che rendono la scena armoniosa, dai fichi d'india all'uomo di schiena appoggiato che sta osservando, riflettendo su quell'angolo di terra che possiede un tale fascino da indurlo a fermarsi, a respirarne la magia per godere dell'alchimia creata tra luci ed ombre. In certi momenti del giorno tutto appare come è, come è sempre stato, niente è forzatamente un'ideale di bellezza, in simbiosi si manifestano opposte energie senza le quali la vita così come la conosciamo non esisterebbe. Fotografare tali istanti ed essere consapevoli di viverli è un privilegio che la coscienza umana possiede e che la sua natura sublima per trasmettere tale incantamento e volontà di comunicare la gioia di farne parte. Bellissimo momento e strepitoso bianco e nero.
(Paola Palmaroli)

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date: 15-10-2018 22:20

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Naufragio e salvezza di Tania Piazza

Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.
Si era svegliata con quella frase che le ronzava in testa, e da quando si era alzata non riusciva a rimuovere la sensazione che le procurava. Era davvero un naufragio, essere in due? O era su uno scafo più sicuro, che forse aveva la fortuna di viaggiare in questa vita? Non c’era nessuno che la conoscesse come lui, questo doveva ormai accettarlo. Ogni pensiero che le nasceva sottopelle, era anche un po’ suo: ogni qualvolta si era sentita turbata, glielo aveva scritto. Ma lui le aveva risposto come se già lo sapesse, come se riuscisse a leggerle all’interno, ancora prima che lo facesse lei. Non poteva che essere una cosa bella, questa. Una fortuna. E forse era davvero giunto il momento che si incontrassero, che si fondessero.
Forte di questa convinzione, aveva vissuto tutta la mattina come sospesa in una terra di mezzo, procrastinando il più possibile il momento in cui si sarebbe seduta allo scrittoio davanti alla finestra e avrebbe letto la sua lettera di oggi. Poco dopo il pranzo, però, quando la confusione sulla strada sotto al suo poggiolo iniziava ad aumentare, aveva ceduto. Si era chiusa in camera dicendo che andava a fare la solita siesta pomeridiana accompagnata dal fedele cagnolino ed era andata all’armadio. Aveva aperto la scatola di destra e aveva preso la lettera, l’ultima poggiata sopra a una alta fila. Poi, con trepidazione, si era seduta e l’aveva aperta.
“Lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle, come un cane. Lascia che io ne impari l’odore e me lo porti dentro”, le aveva scritto quel giorno.
Il tartufo! Come le piaceva quella sensazione, aveva pensato abbassando lo sguardo sul cucciolo che le stava a fianco. Era nato tutto proprio da lui, il cane di casa, giunto da chissà dove, come un viaggiatore stanco, un giorno della passata primavera. Aveva il colore del latte, quando nelle pigre mattine di vacanza incontra il caffè per una colazione lenta. Il nome che avevano scelto per lui era proprio Cappuccio, e il suo pelo ne ricordava davvero la tonalità ambrata e talvolta intorbidita dalle briciole di biscotto. Lui, usava il suo tartufo in maniera peccaminosa, fin da quando era arrivato come un vagabondo e aveva deciso di stabilirsi da loro.
Lo appoggiava, umido, sulla pelle dei numerosi visitatori, come se quella fosse una sua proprietà. Indistintamente su ogni parte del corpo. Con voluttà. Immagazzinava forse tutto l’odore che poteva contenere, per bearsene poi quando, una volta ripartiti gli ospiti, rimaneva solo con lei, con il ricordo vivido di quei momenti. Chiudeva gli occhi, quando annusava: l’incavo di un gomito, una gamba distrattamente avvicinata, un piede sospeso, a dondolare. Uomini o donne, adulti o bambini. Sembrava non fare differenza. Se quella era la sua missione, aveva trovato il luogo dove vivere, data la grande quantità di gente che usava transitare per casa ogni giorno. La loro era infatti una famiglia numerosa, fatta di zii, cugini, nipoti e nonni, che sistematicamente si davano appuntamento per raccontarsi degli ultimi eventi, porre insolenti domande curiose scambiandosi pettegolezzi e, spesso, pranzare o cenare in compagnia. A lei non piaceva, tutta quella confusione, ma l’edificio era grande, e aveva i suoi spazi, luoghi in cui non doveva condividere nulla con nessuno.
Di Cappuccio e dei suoi strani modi, glielo aveva raccontato in una lettera, poco dopo il suo arrivo, così come gli raccontava di ogni cosa le passasse per la mente, da tempo ormai. Erano scritti disordinati, i suoi, spesso specchi compulsivi di un’anima in subbuglio. Come capitoli di un libro che via via, quell’estate, andava delineandosi in maniera sempre più nitida nella sua mente e nella sua vita.
Lui, le rispondeva con altre lettere, creando ulteriori pagine di quel libro, unendo sempre più gli sprazzi che ancora, anche se poco, li tenevano lontani.
Quel pomeriggio, inspirava con un piacere quasi animale il vento che arrivava dal mare. Sul terrazzo di fronte al porto, in un angolo delizioso stretto tra la baia e la chiesa maggiore. C’era fermento nel piccolo paese: era il giorno del santo protettore. Da lontano, giungevano le sirene in festa delle barche in arrivo e la polizia locale si dava da fare per bloccare l’accesso alle auto e arginare, con ordine, le ondate di persone giunte per prendere parte ai festeggiamenti.
Lei se ne stava come a mezz’aria, al di sopra del vociare, dei visi, dei sorrisi. Era in un’altra dimensione e intanto leggeva la sua lettera.
Le capitava spesso di sentirsi altrove, ma non le dispiaceva affatto.
A tratti, una piccola macchia buia e informe si faceva largo nel cielo limpido, oscurando il sole, e poi, rapidamente, se ne andava. Era in quegli attimi che le pareva di respirare più a fondo, quando il calore sulla sua pelle si attenuava per un breve intervallo. Era così, la sua vita: era quando le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, che si permetteva di rifiatare e assaporarle sul serio. Come con il sole, sulla pelle.
“Vediamoci alla spiaggia, quando tutti saranno alla festa. Solo io e te. E lì, lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle. Come fa Cappuccio.”
(Ecco che era successo un’altra volta. Come aveva fatto, ancora, a leggerle nel pensiero? Come, se l’idea di vedersi, finalmente e con coraggio, si era materializzata nella sua testa solo poche ore prima, al risveglio?)
Nel profondo del suo cuore, non era sicura di essere pronta per quell’incontro - forse non lo sarebbe stata mai - ma sapeva da tempo che il momento sarebbe giunto, prima o poi. Aveva costruito tutto per bene, giorno dopo giorno, nel corso di quell’estate. Nel corso di tutta una vita, probabilmente. Anche prima di rendersene conto. La corrispondenza cartacea era nata con il preciso scopo di arrivare a un punto, una volta schiariti gli orizzonti, e accettarsi, una volta per tutte. Ma un po’ temeva ancora le conseguenze di ciò che sarebbe accaduto, gli occhi diversi con cui chi le viveva a fianco l’avrebbe guardata.
Il cane le stava addosso, come sempre, rassicurante. Buttato a terra, a fianco della sedia, con il muso a ridosso dell’inferriata, ad annusare gli odori che salivano fin lassù, dal porto. Chissà se anche lui era fatto da due Cappuccio che prima o poi si sarebbero riuniti; chissà se non era l’unica, in fondo, a vivere in quel modo.
Forse era stato questo il pensiero che le aveva dato forza, quello che l’aveva spinta a prendere un foglio di carta e la penna, e a scrivere due semplici parole: “Ci sarò”.
Poi, l’aveva piegato con la solita scrupolosità e l’aveva infilato in una busta bianca, chiudendola senza aggiungere altro. Lo stesso aveva fatto con la lettera che lui le aveva scritto, e con entrambe le buste in mano si era diretta al suo armadio, aveva aperto prima la scatola di destra infilando la lettera con l’invito a vedersi e poi quella contenente la sua risposta nella scatola a sinistra. In quel mentre, l’emozione le aveva giocato un brutto scherzo: si era fermata, sospendendo i pensieri a metà, temendo per un attimo di aver invertito i due luoghi, riponendo le buste nella scatola sbagliata. Poi però, qualcosa in fondo alla sua anima aveva alzato la voce; aveva ritrovato sicurezza, dicendosi che, d’ora in poi, ogni pezzo sarebbe comunque stato nel posto giusto.
Era andata in bagno e aveva fatto una lunga doccia fredda; al termine, la pelle le doleva, come se qualcosa fosse finalmente emerso in superficie. Cappuccio l’aveva sentito, quel qualcosa, perché non le staccava il suo tartufo dal corpo, nonostante lo conoscesse praticamente a memoria. Si era gettata sul letto, ancora nuda, e lui con lei. Le si era messo adeso, quasi a ricopiarne le forme, e il suo naso umidiccio aveva disegnato il suo contorno, portandosi dentro il suo nuovo odore. Poi, rinfrancata, si era vestita. I jeans strappati, la canotta bianca, il giubbotto in pelle: abiti senza sesso, che amava indossare per mescolarsi con la moltitudine di umanità che ogni giorno le viveva attorno, con i quali si sentiva più fedele a se stessa e alla sua anima. Senza guardarsi allo specchio era uscita di getto, diretta alla spiaggia, per non avere il tempo di cambiare idea.
Nella testa, le due parole che l’accompagnavano dal risveglio, il naufragio e la salvezza.
L’angolo di mondo a cui era diretta era un luogo temporaneamente interrotto, quel pomeriggio, come un dispositivo sprovvisto di corrente elettrica. La lunga spiaggia disabitata da qualunque forma di vita umana, accorsa in folla alla processione del patrono: quale incredibile coincidenza, nel giorno del santo lei avrebbe infine trovato la sua redenzione. Quanto spazio da riempire, attorno a lei. Quanto orizzonte. Che palcoscenico perfetto, per la sua trasformazione. Sabbia mescolata all’erba. Alberi cresciuti sull’arsura. Cespugli che diventavano nicchie in cui trovare nascondiglio. E il mare sterminato, silenzioso e prezioso testimone.
Aveva inspirato a fondo quel momento, che era la somma di tutto ciò che aveva davanti agli occhi e tutto ciò che teneva dentro al cuore. Si era tolta il giubbotto, lasciando che il sole prendesse la sua pelle, senza darle respiro; aveva camminato in avanti e in indietro, misurando i passi in quella che stava divenendo la sua nuova essenza e confortata dal fatto che iniziava a sentirsi, finalmente, diversa e, soprattutto, a casa come non mai, accolta dal mondo e dalla natura che le stava intorno. Si era fusa con i tronchi abbandonati, palpando la consistenza del legno usurato dal vento, e si era stesa a terra, fondendosi anche con il suolo, tenendo gli occhi chiusi aspettando il suo arrivo. E attimi prima, le era mancato lo spazio dentro, e allora si era tolta la canotta ma si era sentita la pelle stretta, troppo stretta per contenerli entrambi, e ancora i dubbi e la paura avevano avuto il sopravvento sulle sue sensazioni: si era rivestita in fretta, quasi con vergogna, e aveva ripreso a camminare nervosa, in avanti e in indietro, con le mani nelle tasche. Con stupore, vi aveva trovato un sigaro, dentro, senza sapere chi ce l’avesse messo. Poi, aveva compreso, nuovamente, che lui l’aveva preceduta, anche in quello: l’aveva fumato con la felice e instancabile voluttà che contraddistingue le prime volte ma sentendosi dentro la padronanza dei gesti di chi, da sempre, usa farlo; l’aveva ringraziato, come se in fondo a quei respiri di tabacco ci fosse la sua rinnovata anima, più completa.
Pronta, alla fine, aveva ripreso la via verso il mare, quasi in una sfrenata corsa. Disordinata. Esagerata. Lasciando cadere il giubbotto sulla sabbia ma senza darsi il tempo di spogliarsi, entrando vestita, impaziente, perché non poteva più permettersi di perdersi, alla muta ricerca di una definitiva liberazione. Eccola, l’acqua, ecco il freddo sulla pelle. Ecco che respirava più a fondo, per un breve intervallo, come nei suoi momenti preferiti: le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, e lei rifiatava. E le assaporava.
Dio, che meraviglia quel sentirsi nude e leggere, anche così, anche con i jeans appesantiti dal mare, appiccicati alle gambe. Che meraviglia immergere la testa tra le onde, uscirne con gli occhi sbarrati, brucianti, aperti a nuove prospettive; far gocciolare i capelli lungo il collo incuranti dei brividi, togliersi del tutto i vestiti per offrirsi al mondo, a tutti, a lui, al suo naso che avrebbe potuto annusarla, guardarla, cogliere i suoi nuovi contorni, delineare la sua nuova figura. E a lei, che avrebbe infine potuto accettarsi. E smettere di combattersi.
E poi, immergersi a fondo e tornare a galla, rimanendo sospese. Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.
Dio, che meraviglia sentirsi così.
Una volta tornata a casa, gli avrebbe scritto una lettera, l’ultima. Ringraziandolo di essere venuto, di essersi unito a lei, di aver finalmente formato un’unica essenza. Di averla resa compiuta e non più spezzata. Poi, sarebbe andata all’armadio, avrebbe preso la scatola di destra e quella di sinistra, e ne avrebbe riversato il contenuto una dentro all’altra. Mescolandolo con foga, ricreando la confusione dalla quale era nata e che tanto, negli anni, aveva odiato e temuto.
Eccola la pace tanto anelata.
Dio, che meraviglia.


(il progetto fotografico completo a questo link: Boys don't cry

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date: 01-10-2018 00:05

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32.jpgph. Ivano Mercanzin tratta da Boys don't cry

Angoli opposti di Tania Piazza

38624545_2011498035828557_4271525291483987968_n.jpgph. Ivano Mercanzin - Venezia 2018

“Vorrei, da te, un figlio con i capelli rossi.”
Ricordo, quando te lo dicevo.
“E vorrei nascesse per un vero atto d’amore”, aggiungevo.
E’ buffo, come me ne sia dimenticato per anni. L’avevo riposto in una valigia, quel nostro figlio immaginato, e l’avevo chiuso dentro a un armadio. Non prima di averlo guardato sorridere, con una scintilla della tua vita impressa nei suoi occhi chiari. A volte, ciò che più ci sta vicino al cuore, lo releghiamo in un antro lontano del cervello, come se le due distanze indirettamente proporzionali potessero aiutarci a vivere.
(Che sia il momento di ritirarlo fuori, quel sogno? Magari un figlio non più, anche se allora pareva essere la cima più alta che io e te avremmo mai potuto raggiungere. Ma sarei disposto a rinunciarvi, credo, oggi. In cambio di te.)
Ho iniziato a sognarti che ancora non eri partita. La notte prima che te ne andassi, ma io già lo sapevo che sarebbe successo. Da allora, uso i sogni della notte per riportarti indietro, come se solo nelle ore più buie riuscissi a essere di nuovo me stesso. Mi ci sono abituato, a questa vita capovolta, tanto che mi capita di confondermi. Questo traghetto, stamane, e le persone che trasporta. Le loro voci, i loro odori, i loro vestiti sgargianti. Di che mondo fanno parte? A tratti, non capisco fino a che punto sono sveglio e fino a che punto sto sognando. Mi estraneo e osservo. Come ho fatto, in silenzio e in disparte, per tutti questi anni. La tua partenza, ora, ha sradicato le mie certezze.
Sto venendo a dirtelo, di quel figlio con i capelli rossi. Anche se tu non ci sei più. Devo raccontarti che lui, nel frattempo, è cresciuto. Nonostante l’avessi chiuso in una valigia remota della mia testa, e nascosto in un armadio scuro e profondo. Lui è cresciuto, lo capisci? Senza di noi. Se ne è fregato delle nostre ragioni e dei nostri torti, del male che ci siamo fatti e del bene che sembrava seppellito sotto a metri di terra. Me ne sono accorto quella notte, quella prima della tua partenza, quando ti ho sognata. C’era una stanza quadrata, senza uscite. Io e te eravamo agli angoli opposti, e nessuno si curava dell’altro. Come se non ci vedessimo nemmeno. Al centro, c’era lui. Che era metà me e metà te. La nostra essenza fusa in un unico essere. Esisteva, a prescindere da noi.
L’avevo scordato, sai? E forse l’hai fatto anche tu.
Non vedo l’ora che questo traghetto attracchi. La via per arrivare a casa tua non l’ho dimenticata, anche se non l’ho più percorsa. L’ho ripassata per tutti questi anni, perché speravo che, tracciandola come un profondo solco nella mia mente, avresti saputo come trovarmi, se ne avessi sentito il bisogno. Oggi, il bisogno lo sento io, e la sto percorrendo al contrario. Da me a te. Il traghetto, poi le calli, la piazza e il palazzo. Lo so che sei partita da tempo, me l’hanno detto. Ma io, la chiave di casa tua la conservo ancora. E oggi, la userò per entrare e cercarti tra le stanze che abbiamo abitato. Mi ci vorrà un po’, per abituare gli occhi a vagare tra la tua assenza, là dentro. Il camino sarà spento. La musica non suonerà girando libera tra i piani. Il suono dei miei piedi nudi sulle scale si diffonderà nel vuoto. Ma ho un pennarello rosso, nella tasca della giacca. Salirò fino alla camera, con il letto di fronte alla veranda che sovrasta gli alti tetti. Lascerò le luci spente, perché non ho bisogno di vedere nulla: le mie mani andranno da sole, sul lenzuolo chiaro. Amavi osservarmi mentre scrivevo, e questo momento lo dedicherò a te.
Guardami, Anna, guardami ora che sono qui. Scrivo, non vedi? Come piaceva a te. E’ un vero atto d’amore, quello che sto facendo. “Nostro figlio ha i capelli rossi.” Come volevo io.
Svetteranno senza pudore, le lettere carminio sulla stoffa bianca. Ma era l’unico modo per dirtelo, ormai. Così, quando tornerai – tornerai? – lo saprai anche tu.
Poi, scenderò le scale veloce, e uscirò dalla tua porta lasciando che il mio sguardo cerchi e rubi tutto quello che, di te, vorrò portarmi via. Ripercorrerò la via al contrario e tornerò al molo, e poi su questo traghetto o un altro ancora, e vedrò gente, sentirò discorsi, annuserò odori e mi riparerò gli occhi dalla luce inopportuna dei vestiti dei turisti. E stanotte, ne sono certo, non ti sognerò.
Non vedo l’ora che questo traghetto attracchi.

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date: 14-08-2018 15:44

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PARADISO PERDUTO

In bianco e nero hai donato al luogo quel colore che l'anima infonde agli spazi senza tempo in cui lasciamo una parte di noi stessi per essere custodita con cura. Tutto di questo angolo parla delle note e degli accordi armoniosi di chi l'ha vissuto facendoli risuonare fino a noi attraverso le virate della luce verso zone in ombra oppure scalpitanti di vita e di gioia nella vegetazione che l'assorbe inebriata. Mi ricorda la tua foto certi dipinti impressionisti, il bisogno di fermarsi a guardare ed a respirare la luce fino a farla propria impressionando istanti di grande bellezza resi indimenticabili dalle pennellate di luce dei pittori, Le stesse pennellate date dal tuo sguardo accorto che entrano in sintonia perfetta con ogni dettaglio colto nel tuo scatto. Le due sedie hanno la capacità di farci vedere come in un flashback le persone che le hanno usate, chi asciugandosi la fronte con un fazzoletto, le bretelle tese su ventri molli ed esuberanti, chi composta e seria mentre lavorava ad uncinetto o ricamava, oppure chi leggeva o chi recitava un rosario con le palpebre abbassate leggermente per concentrarsi sui profumi del giardino e sulla sacralità del suo mondo interiore. Gente che ha chiacchierato in modo sommesso e chi invece ha chiamato ad alta voce bambini che strillavano felici, tutto ciò ed altro ancora fa parte di questo splendido bianco e nero, un angolo di vita che ancora vibra dell'energia assorbita rimasta incastonata in ogni fessura e crepa del tempo. (Paola Palmaroli)

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date: 06-08-2018 20:49

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Guanti di velluto di Tania Piazza

Me ne venivo spesso, da adolescente, a camminare lungo questo argine. Ciò che mi attirava qui era il modo in cui la terra, d’un tratto, scende brusca, fino a tramutarsi in fiume. D’inverno – quei lontani inverni erano incredibilmente ricchi di pioggia e l’acqua vi scorreva vociando con grande fragore – era la musica che usciva dal suo letto a tenermi legata a questo luogo. I miei pensieri tristi divenivano improvvisamente troppo timidi e il loro rumore – ciò che di solito, nelle lunghe ore dei pomeriggi dopo la scuola, mi pareva insormontabile da qualunque altra voce – veniva azzerato. L’acqua li ricopriva tutti e io ne gioivo. Ero attorniata da uno spazio sconfinato e potevo starmene con la mente libera, finalmente svuotata.
Ogni volta che ne sentivo il bisogno, ci facevo ritorno: correvo a casa svelta dopo le lezioni, e non parlavo con nessuno lungo la strada, perché non volevo perdere tempo. Mangiavo in silenzio; mamma mi guardava pensierosa e io lo so – ora lo so – quali fossero le sue paure. Non aveva modo di capirmi e credo si sia lentamente consumata negli anni in questa maniera. Ripensando al suo viso costernato, mentre di sottecchi cercava di cogliere un cenno nei miei occhi che le parlasse di quello che avevo dentro, so di averle inflitto la pena più grave: quella di essere assolutamente certa della incurabile tristezza della propria figlia e di essere contemporaneamente consapevole di stare fuori – fuori – dal suo mondo. Senza poter lanciare una corda per provare a salvarla. Credo di averla convinta, nel tempo, di non averne diritto. Da dove mi arrivasse questa certezza, ancora non lo so.
La neve, qui, oggi mi fa pensare alla purezza che ho perduto, a quella che forse non ho mai davvero conosciuto. Quella stessa che rivedo nei giovani volti dei miei figli, ora, quando mi guardano con la speranza negli occhi e l’assurdo, immotivato istinto che li porta a fidarsi di me. Mi pare di essere diventata migliore, nel tempo, ma non so dire perché i loro cuori debbano affidarsi a me in questo modo. Io so di non averlo mai fatto, con mamma, e so per certo di averla uccisa per questo, negli anni. Quando penso a una preghiera, non ci sono parole nella mia testa, né cantici. Solo un’intenzione: quella impressa negli occhi di mamma, quando mi fissava implorandomi di capire. Di lasciare che mi amasse. Di lasciarmi amare, non di amarla: le sarebbe bastato questo, che io mi affidassi a lei. Eccola, l’unica preghiera che conosco, ma che non ho mai praticato.
A volte, di sera, quando ora mi siedo per un attimo in camera a fianco dei loro lettini prima che si addormentino, cerco di riportare lì dentro gli occhi di mia madre. Chiudo i miei, e li stringo forte, perché il ricordo è troppo doloroso, e quando passa porta con sé una grande pena. Qualcosa, non so da dove, esce dalle mie labbra. Parole che parlano di un amore che non so spiegare bene, quello che insegna della vita senza chiedere nulla in cambio, come mia madre. Così, faceva lei. E infatti, non le ho mai dato nulla, in cambio. Nulla. Solo parole insulse, vuote come stanze disabitate. Scarne e senza anima. Oggi, ci provo, lo giuro; voglio, con tutto il cuore di cui sono capace, che i miei figli non diventino come me. Cerco di riportare a memoria quello che mi narrava mamma: io non la ascoltavo, ma qualcosa, da qualche parte nel mio cervello, metteva tutto in un angolo e registrava. Forse capiva la mia inadeguatezza.
E’ il ghiaccio sul terreno, più della neve, a ferirmi dentro stamattina, mentre cammino. Le scarpe fanno rumore e in questo silenzio – lo stesso che ritrovavo qui negli anni della mia adolescenza – prendono un tono grave che assomiglia a delle urla. Mi fermo per un attimo per ritrovare il mio respiro e mi guardo intorno: non c’è anima viva. Nessuno. Il sentiero è delimitato da grandi alberi con lunghi artigli affilati. So che quelli di destra costeggiano il fiume, ne riconosco la voce. Ancora, come allora, il suo canto sovrasta la mia inquietudine: in questo breve, salvifico armistizio temporale, lascio andare la mia mente e pregusto il momento, tra poco o tanto, non so, in cui i miei figli inizieranno a fare tesoro di tutti i piccoli insegnamenti che, ascoltando la voce registrata nella mia mente, sto provando a dar loro. Cerco di visualizzare l’espressione stupita che avrebbe mamma, e la sua incredula felicità nel rendersi conto che qualcuno, finalmente, ha imparato da ciò che aveva seminato. Anche se indirettamente.
Un tramite, ecco cosa sono. Una via da percorrere, per gli altri. Come questo sentiero, che costeggia il fiume. E questi alberi, secchi e svuotati, mani piantate al suolo e artigli rivolti al cielo. Il vento li ha piegati e la loro pelle si è segnata, inaridendosi, ma la terra madre li ha protetti, crescendoli, nonostante tutto. Una terra Madre. In cui far germogliare i propri sogni e le proprie visioni. In cui soffocare la tristezza. Fare spazio – tanto spazio – alla gioia.
Mi pare di potermelo immaginare un sorriso rumoroso, di quelli che hanno una voce squillante che sfida i silenzi. Quelli, vorrei un giorno per i miei figli. Sentirli ridere anche a distanza, anche quando vivranno in altre parti di questa città o del mondo e magari non potrò vederli. Vorrei avere una certezza nel cuore, lieve ma immutabile, come l’acqua di questo fiume: saperli sempre con occhi spalancati che non sfuggono, pronti a trasferire emozioni, a parlarsi nel linguaggio di chi può comprendere a fondo il significato dell’amore. Vorrei poter essere certa che mai, negli anni a venire, avranno la visione di avermi uccisa, lentamente, con la loro insondabilità. Vorrei divenissero terre calpestabili, abitabili, colonizzabili. Avessero un luogo in cui la loro tristezza, quando arriverà, saprà essere calmata, coccolata, accudita, fatta crescere, trasformata. Sarà come questo sentiero, magari, che scorre vicino al suo fiume. E avrà una voce ben definita, che parlerà loro della vita.
(Per un attimo, mi sono fatta trasportare. Ho camminato con i loro passi, sui loro passi. Ho seguito la direzione in cui mi portano questi alberi di velluto scuro, calpestando la neve e il ghiaccio, pensando a mamma, alla mia vita, alla sua, alla loro. Mi sono sentita leggera e piena, per un attimo.)
Alla fine del boschetto, prima del dirupo, una leggera curva fa virare il sentiero verso destra. In quel punto, gli alberi si trasformano, perdendo i rami. Divengono creature preistoriche, mani monche, amputate delle loro estremità più belle. E’ come essere usciti da una galleria: i suoni non rimbombano più, disperdendosi nell’infinito. Sapessi liberare la mia voce qui, potrei ammirarla prendere il volo. La manderei da mamma. Le chiederei se è ancora triste, della mia tristezza. Se magari, nel tempo, non abbia imparato a passare sopra alla mia inquietudine di vivere. Se abbia smesso di farsi una colpa per la mia incapacità di amare. Se ha imparato a perdonarmi e a perdonarsi. Se vuole, per favore, prendersi cura dei miei due gioielli, quei nipoti che adorerebbe e ai quali insegnerebbe a lasciarsi guardare dritto negli occhi, perché attraverso gli occhi passa l’amore, tutto quello che le è rimasto dentro e che io rifiutavo. Se ha smesso di soffrire il mio mondo, al quale non aveva accesso.
Se solo avesse trovato il modo di scardinarlo, quel mondo! Saremmo in quattro ora, qui, a correre e a calpestare la neve e il ghiaccio. Sentirei le risate dei miei due bambini e il suo sorriso rumoroso, che si perdono nell’infinito. E io, chiuderei gli occhi e li terrei stretti, non per il dolore, stavolta, ma per trattenere tutto quello che stanno guardando, con il timore che possa fuggire via, dissolvendosi nel nulla.
Quel nulla che ora, riaprendoli, mi ritrovo davanti. Alberi smembrati, senza più rami, come guanti di velluto scuro a cui abbiano tagliato le dita. Ecco ciò che sono sempre stata: un’anima amputata. Mi fermo per ritrovare la voce del fiume, stavolta, che scorre invisibile ai miei occhi, e lascio che la sua canzone mi riempia le orecchie e gli occhi: voglio essere come gli alberi che lo contornano, non come questi, spezzati a metà. Voglio avere rami che sfiorano le nuvole, su cui far crescere la vita. Voglio poterli far diventare lunghi, quei rami, farli arrivare più in alto possibile, forti e rigogliosi, fino al cielo; e una volta che le mie dita lo toccheranno, l’emozione li farà riempire di foglie, dapprincipio invisibili in mezzo al velluto ma via via sempre più vistose. E forti. Trasporterò, instancabile, la linfa ogni giorno per loro, e dentro di essa ci metterò una grande dose di amore, la più grande di cui sia capace. Cresceranno belle e robuste, le mie foglie. Come i miei figli.
E loro, un giorno, quando ne sentiranno il bisogno e andranno a cercar ristoro nel luogo prediletto, si perderanno ad ammirare gli alberi; e la loro tristezza, quando arriverà, verrà calmata, coccolata, accudita, trasformata. Proprio come è successo a me.

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date: 15-07-2018 23:30

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l'albero e il cielo

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Che gioia per gli occhi incontrare questo tuo scatto Ivano!
Il cielo con quei toni di grigio fantastici è di una tale profondità da comprendere come l'albero stia crescendo per raggiungerne la luce. Un fiotto di luce come di sangue emerge da quell'impalpabile atmosfera, tutto appare come fissato per sempre nel tempo e nello spazio in una fotografia dove la scrittura della luce si impossessa del fascino emesso dagli elementi che ne fanno parte. L'albero è sottile, apparentemente in balia degli elementi atmosferici eppure emana una tale forza, come diceva San Francesco "robustoso e forte" ma parlando del fuoco e non di un sottile, giovane albero. Quello stesso fuoco che trovo nella sua crescita, nei rami che ricamano le loro dita nell'aria come fanno i bambini appena nati nella culla giocando con i loro primi respiri. Il primo respiro di un albero che crescerà, resisterà, diventerà sempre più forte e conquisterà con la sua chioma il suo spazio di cielo e di luce. Stupendo bianco e nero, sai come declinare questo genere in mille modi diversi emozinando sempre.
(Paola Palmaroli)

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date: 17-06-2018 17:31

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Il silenzio

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Tutto ciò che finisce fa silenzio, tutto ciò che ha inizio fa un rumore bellissimo eppure anche alla fine di un viaggio l'eco dei passi che ci hanno fatto giungere fino a quel luogo rimane nella memoria ed il silenzio si veste di ogni suggestione, dettaglio, sfumatura, da cui trarre la propria eterna forza rigeneratrice. Per questo scelgo sempre il silenzio ed in questo scatto è così potente da emettere un calore tutto suo, come la carezza della vegetazione che protegge la panchina e la custodisce con cura. Come la strada che pare abbia smesso di essere percorsa ma non vissuta. Come il senso ineluttabile di una fine che chiede al suo inizio di attenderla quando compirà il suo ultimo passo. Bellissimo scatto Ivano, le luci e le ombre non sono mai state così vicine, parlandosi in silenzio. Struggente atmosfera
(Paola Palmaroli)

Paura

Niente ha di spavento
la voce che chiama me
proprio me
dalla strada sotto casa
in un’ora di notte:
è un breve risveglio di vento,
una pioggia fuggiasca.
Nel dire il mio nome non enumera
i miei torti, non mi rinfaccia il passato.
Con dolcezza (Vittorio,
Vittorio) mi disarma, arma
contro me stesso me.
(Vittorio Sereni)

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date: 02-06-2018 12:59

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l'angolo di mondo

22-04-2018 09:42

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Un angolo che riflette grazie alla finestra altri spazi che definiscono lo spazio in cui ti trovi e quello che noi veniamo invitati ad immaginare ed a proseguire nella visita che tu con grande maestria ci hai offerto con questo scatto. Stupenda visione e riflesso, spesso si moltiplicano le sensazioni grazie ai riflessi e tutto appare così disarmante nella sua semplice emanazione di spazi e tempi a noi noti ma volutamente trasmessi per essere condivisi. In questo luogo tutto appare pacato e lieve, come un tempo che cerca di fermare il proprio cammino per rallentare la dispersione dalla memoria di tutto quello che nutre il nostro vissuto. Ognuno di noi guarda il mondo con delle lenti meravigliose, ognuno ha le sue e tu per un istante con questo scatto le hai condivise con chi decide di soffermarsi ad osservare questa fotografia, Che privilegio vero, il nostro, il tuo!?!
(Paola Pamaroli - aprile 2018 )

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Un momento del giorno ...

14-04-2018 20:31

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Un momento del giorno ed una scena idilliaca dove l'armonia di ogni elemento crea un connubio perfetto tra natura e sguardo del fotografo. Il fascino di una visione come questa che stiamo ammirando non sta solo nella perfetta composizione tra orizzonte, lago, riva, piante e fiori ma nella ricerca di un taglio prospettico che richieda sia la valorizzazione di un luogo capace di donare serenità che la capacità della natura umana di coglierla e di elaborarla come fonte di energia e di modelli per rendere i vissuti un'immersione nella sua magia e reale essenza del presente. Un tempo che non vorrebbe conoscere tempo e rimanere fissato per sempre in questo scatto fotografico come una porzione di eden a disposizione di ognuno di noi. Stupendo luogo e ritratto poetico della natura che lo abita e lo veste. Bravo Ivano Mercanzin, sembra facile ma non è mai scontato descrivere la gioia e la felice emanazione della bellezza quanto è la natura a darle voce, visivamente hai saputo tradurre emozioni riconoscibili come universali.
(Paola Palmaroli)
aprile 2018

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Luci e ombre

Magnifico bianco e nero, prospettiva, luci ed ombre, si rimane incantati dal luogo, dagli elementi che lo costituiscono, dalla scala da cui si attende che scena o salga qualcuno da un momento all'altro, sei riuscito a cogliere l'alchimia perfetta tra luce e geometrie, tra quei volumi esterni ed interni della casa che possiamo immaginare, grazie al tuo sguardo attento ed alla tua maestria indiscussa nel cogliere l'anima di un luogo.
(Paola Palmaroli)

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date: 25-03-2018 20:59

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FINESTRE

21-02-2018 19:48

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Il mondo in una, mille finestre con la luce accesa o spenta. Quando si incontra con la sguardo la quotidianità resa intima dalla notte e da quei rettangoli di luce dove è concentrata la vita di ognuno di noi ecco che scatta la curiosità ed il pudore nel raccontare quel che si scorge e si vive di riflesso. Stupendo il gioco delle sorgenti di luce esterne alle abitazioni, donano profondità di campo mentre quelle alle finestre, di diversa intensità ci trasmettono il calore filtrato delicatamente dalle tendine oppure esposto con intensità dalla finestra sulla destra. L'unica a rimanere completamente chiusa sembra vivere anch'essa della luce riflessa delle altre. Interessante visione Ivano, hai reso magnificamente una scena in notturno apparentemente comune, che tutti noi abbiamo almeno una volta soppesato con lo sguardo, rendendo la scena intima e soffusa di quell'anima che rende l'uomo un animale sociale pronto ad accogliere l'altro attraverso voci, suoni, presenze costanti nella propria esistenza anche attraverso il filtro di finestre proiettate nella notte come fari sul mare per attirare la struggente nostalgia di casa propria.
(Paola Palmaroli)

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SERATA TRA AMICI

21-02-2018 19:43

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Quante volte leggendo Simenon," Maigret", mi sono imbattuta in scene come questa da te fotografata. Non sarà la provincia francese ma l'atmosfera è davvero sorprendente per affinità e per quel senso inquietante che sprigiona nelle descrizioni di Simenon. Solo la figura umana rassicura, il suo incedere lento, la luce del lampione, la strada risuona dei suoi passi, di quelle vibrazioni che il tuo superbo bianco e nero Ivano Mercanzin ha reso così reali da restare a guardare se è possible scorgere qualcuno giungere o seguire fino a quando scomparirà la figura da te ritratta. La casa con le finestre nere come pece, abbandonata si presume e quell'entrata che incute un sacro timore, tutto nella tua visione ha una potenza narrativa senza pari. Bellissimo il taglio da te scelto che ci porta a vedere quell'angolo a sinistra dove la strada ha una curvatura, ogni dettaglio non è lasciato al caso e si beve con gli occhi l'atmosfera che hai saputo fondere in questa fotografia incantati ed ipnotizzati.
(Paola Paola Palmaroli)

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MASTERCLASS PRO-PHOTOGRAPHER

Ho completato ieri 14.01.18 la MASTERCLASS PRO-PHOTOGRAPHER di Paolo Marchetti, pluripremiato fotografo internazionale che mi onoro di avere conosciuto.

Questi gli argomenti che insieme allo straordinario gruppo di amici, abbiamo appreso con la costante, precisa e infaticabile guida di Paolo Marchetti:

“Conoscenza della professione di photoreporter, acquisizione della Progettualità, studio del settore Editoriale e delle sue regole, approccio strutturato e responsabile nei confronti del Mercato, Pianificazione teorica, logistica e commerciale di un progetto, Questione etica e Comunicazione, cifra stilistica e narrativa del racconto fotografico, approccio ai Grant e agli Awards, conoscerli, interpretarli e usarli come strumento promozionale e trasformarli in fonte di finanziamento. Conoscenza dei Photoeditor, dei Redattori e delle figure chiave all’interno di una redazione.

I Festival, quali bisogna conoscere, frequentare e perché.

Studio approfondito dell’essenza dell’Editing con metodologie riferite alla letteratura, e alle strutture melodiche musicali, il tutto affrontato con esercizi personalizzati e discussi successivamente. Editing come stato mentale, come Identità del fotografo e presupposto allo storytelling, Confezionamento dei progetti e Vendita, stesura del testo e molto altro.

Lo studio di ogni punto nel programma sarà effettuato proprio sugli strumenti di lavoro che il docente ha personalmente costruito e coltivato nel suo percorso da professionista.

Marchetti infatti condividerà moltissimi dei suoi file personali, dagli elenchi selezionati negli anni degli Award e i Grant a quelli riguardanti centinaia di contatti nei magazine di tutto il mondo.”

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date: 15-01-2018 15:28

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