ivanomercanzin.it logo
search
pages

Il pescatore

date » 07-06-2021 20:58

permalink » url

tags » pellestrina, venezia, mare, cielo, nuvole, pescatore, pesca, rete,

Ivano_Mercanzin_Pellestrina_2021_44.jpg

Autore: Ivano Mercanzin
Sezione: Sound of Silence
Selezione: Paola Palmaro
Motivazione:
La scena è pervasa da una forza e da una calma cui le onde del mare, i gesti dell'uomo, i resti di una mareggiata adagiati come se fossero sfiniti dal viaggio compiuto, riescono a comunicare quelle vibrazioni che consentono all'anima di godersi un silenzio innaturale ed affascinante.
Quella voce che ti fa rimanere in religioso silenzio di fronte al ritmo naturale dei giorni, ai gesti scolpiti dalle abitudini, ai resti di un viaggio che ha portato degli alberi a cercare le loro ultime radici sulla riva mai smarrita dalle correnti dei mari.
Una serenità che si sente a fior di pelle, un'armonia quasi surreale eppure ancor più tangibile per quel flusso ininterrotto di emozioni che tutti gli elementi della scena riescono a far confluire nello scatto.
Non ci sono solo i resti di un pasto che il tempo ha reso digeribile e la natura ha consumato voracemente, la spiaggia è un concentrato di caos calmo e di una consapevolezza verso il succedersi della vita e della morte da far risuonare la voce di un silenzio arcaico e carico di valenze simboliche.

Solo Amore

1_COPERTINA__IM___.jpeg3_SIRENA__IM__.jpg5.NOSTALGIA__IM_.jpeg4.EURIDICE__IM_.jpeg7_INSIEME__IM_.jpeg8.VENERE_MEDITERRANEA__IM_.jpg9.DUBBIO_E_MISTERO__IM__.jpg12.FUOCO__IM__.jpeg10._IL_SENSO_DEL_TEMPO__IM__.jpeg13..CUORE_DI_NEBBIA__IM__.jpg14..ELOGIO_DI_PALINURO__IM__.jpgIvano_Mercanzin.jpg

Solo Amore
poesie di Raffaele Luise
fotografie di Ivano Mercanzin
editore:Intermedia Edizioni

per acquistare il libro


Prologo

“Solo Amore” è un titolo polisemico, evocativo di intuizioni che da una parte toccano l’intraducibile e più profonda esperienza personale di ciascuno di noi, ma dall’altra ne dilatano enormemente lo spazio, fino ad abbracciare il mare (che è figura del Cosmo), la donna (che è la quintessenza dell’Amore), e Dio (che è la fonte e l’approdo dell’Amore).
Che l’Amore sia polisemico lo dicono i diversi nomi che lo designano nelle varie lingue, e che i greci chiamarono: eros o l’amore sensuale, filia o l’amore di amicizia, e agape o l’amore fraterno, caritatevole. Sono forme strettamente interrelate fra di loro, ma è eros che dà il sapore ad ogni forma di amore!
Come corpo, mente e anima sono plasmati della stessa argilla, così il mondo, l’uomo e Dio sono legati da infiniti legami invisibili d’Amore. Al punto, che possiamo dire che questi tre amori, alla donna, al mare e a Dio, vivono misteriosamente nello stesso respiro.
Chi è innamorato di una donna, e per lui lei è la “donna del mare”, la sua Musa, sente immediatamente dilatarsi lo sguardo del cuore e della mente al mondo, e percepisce che le finestre dell’anima si aprono a quella luce miseriosa, più pura e diafana, che chiamiamo Dio. L’esperienza autentica dell’amore – quella che dice: “per sempre”- è insomma esperienza divina, che ci eterna.
Ma l’Amore è polisemico, in primo luogo, perchè la sua sostanza è quella del fuoco, della passione, della follia. E in quanto tale, rappresenta fedelmente la nostra natura, perché noi siamo portatori del fuoco, siamo sentimento, amicizia, e passione fino alla follia.
Gli innamorati conoscono bene questa follia, che ha le sue radici nella natura “ambivalente”, “bifronte” dell’Amore, che Ovidio ha espresso perfettamente nel verso immortale: “Nec tecum nec sine te vivere possum”: il calore che fonde, e, allo stesso tempo, la distanza che separa!
“Io t’ho amato sempre, non t’ ho amato mai”, canta Fabrizio de André.
È questo l’irriducibile “tormento” dell’Amore (sempre presente anche se in forme diverse, sia nella fase dell’innamoramento che in quello dell’amore ormai istituzionalizzato) che esprime il dinamismo costitutivo di Eros, quel misterioso impasto di luce e di ombra che l’attraversa, e che svela nelle sue profondità la polarità ineludibile di Amore e Morte. E qui vorrei ricordare che, non a caso, Afrodite, la dea dell’Amore, era venerata nei tempi arcaici anche come dea della Morte.
Il titolo, “anch’esso bifronte”, vuole attingere proprio questo conturbante mistero. Esso si può leggere, come è scritto, “Solo Amore”, oppure, specularmente, “Amore Solo”.
“Solo Amore” vuol dire che soltanto l’Amore conta, l’amore personale e cosmico allo stesso tempo, perché esso è il ritmo e il respiro stesso della vita.
“Amore Solo” significa, invece, che anche l’Amore è solo, e questo va inteso in un’accezione vastissima, che va dal desiderio umanissimo degli amanti di stare da soli, all’estrema frontiera dove, nonostante l’Amore in sè sia purissima relazione, anche l’umanità, lo stesso Cosmo e addirittura Dio possono fare l’esperienza di una solitudine vertiginosa e priva di parole per essere detta.
La stessa fonte dell’Amore, Dio, è solo senza gli uomini, e senza la Creazione!
Per non parlare, poi, guardando al perimetro del nostro mondo, ai tanti amori avversati e negati, per i più fantasiosi motivi, vuoi che siano omosessuali o che leghino persone di censo, religione, cultura e pelle differente.
Ma, il titolo, letto nella sua interezza, vuole in realtà affermare proprio questo: che nessun amore è sbagliato. Sbagliate sono le leggi, i costumi, lo stato della nostra civiltà.
Ma questa affermazione decisiva, ancora una volta, può essere fatta solo dalla poesia, questa più sapiente ermeneutica della Realtà.

Donna del mare

Torna, torna amore

a donarmi quel frutto

nell’azzurro cielo di Creta,
lungo coste che portano la felicità.
Torna a ballare con me il sirtaki,
seduti al tavolo di quella taverna
sul mare di Triopetra.

La luna quasi si immergeva nell’acqua
e il vento tra le tamerici

ci ubriacava di profumi.

Portavi un abito lungo
comprato su una bancarella

ma eri una dea

luminosa e bella

Come la vita sognata.

Mi manchi donna del mare.

Sirena

Come luna che sorge

nel cuore del sole,

mi venisti incontro

in un mare di cobalto,
una mattina d’estate.
Sospesi tra cielo e terra
in un abbraccio equoreo.
Com’era leggero allora il mondo
e sorridente la vita.

Tu eri quel sorriso.

Ero andato lontano
a perdermi nell’immensità marina,
pulsante di risonanze cosmiche.

Il sale e il sole
mi colavano dai capelli sugli occhi.
Mi ero fermato,

per riprendere fiato

e trattenere quel momento perfetto.
E d’un tratto
ti vidi,
nuotare incontro a me.

Soli nel mare

come astri persi nel firmamento.
La crocchia dei tuoi capelli

Il tuo timone.

Mi guardavi felice,
e il tuo sorriso

di sole impastato di luna
esplose nella mia carne

con il fragore
di una nuova nascita.

Anche il mio cuore

allora

divenne mare.

Postfazione

di Isabella Gambini, editore

“Solo amore” intensa e profonda raccolta poetica di Raffaele Luise ricama una delicata tessitura fra mare, terra e cielo. Nella prima parte è l’acqua a condurre le danze del sentire poetico, accompagnandone l’immersione emozionale. Il poeta accoglie dentro di sé l’immensità marina; il cuore diventa acqua, la vita una trama d’onde. E come i flutti nella risacca, il sentimento avanza, si infrange e ritorna, perché sempre si torna/per ripartire. Il Mediterraneo resta una presenza dilatata, continua e sconfinata, famigliare e impenetrabile; guida la forza arcana di una navigazione dell’anima, espletando la funzione maieutica che spinge la passione a farsi parola. In questo sentire fluido, l’amore non può che avere le fattezze e lo sguardo acquoreo di una donna del mare, una musa che conduce gli approdi e i naufragi del cuore. Se la distesa del Mediterraneo ha il potere di richiamare l’arcana evocazione del mito, l’immersione nel profondo può però anche manifestarsi come una discesa infera, nella quale il poeta, come Orfeo, vaga alla disperata ricerca di una Euridice smarrita in un regno oscuro. E sempre il naufragio si fa metafora dell’erranza dell’anima, che nella lenta deriva trova la
consolazione del perdersi nel mistero di Dio.
Nella seconda parte della raccolta ha luogo l’approdo, ed è la terra a reclamare il canto. Anche le parole si fanno più solide, corporee, per trasformarsi in narrazione e dare voce alla materia, allargando lo sguardo fra cielo, terra e acqua. Ma anche questo mondo più definito è sempre esplorato con sguardo diafano, attraverso un alfabeto di stimoli e suggestioni. Come in un cantico che rivela che ogni cosa è sacra, e può confidare il suo intimo segreto a chi sappia mettersi in ascolto. È in questa percezione di parole segrete che diventa possibile sentire Dio, come una vibrazione a cui abbandonarsi, una rivelazione del Creatore attraverso la sua creatura, nel respiro condiviso di spirito e materia.
E così, anche la poesia rimane impigliata, come il cuore, nella magica fusione di tempo ed eternità.

L’Autore

Raffaele Luise è il Decano dei Vaticanisti della Rai, dove ha lavorato come Inviato Speciale per più di trent’anni, seguendo in Italia e nel mondo i pontificati di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e i primi anni di quello di Francesco. Ha, in diverse occasioni, intervistato i tre Pontefici.
È stato Inviato di guerra, sui fronti più drammatici del mondo, nel trapasso tra fine del Novecento e primi anni del Duemila: in Somalia, in Iraq e a Sarajevo. Tra i massimi esperti del Dialogo interreligioso e interculturale, ha promosso numerosi Convegni sul tema e svolto docenze in diverse Università italiane.
Ha insegnato Giornalismo televisivo presso l’ Università Lumsa di Roma.
È autore di: L’ecumenismo da Basilea a Seul, in Quaderni del Circolo Rosselli (1991); I tre Monoteismi in dialogo, in Quaderni del Circolo Rosselli (1992), editi da Franco Angeli.
La visione di un monaco. Il futuro della fede e della chiesa nel colloquio con Benedetto Calati (2000), bestseller dell’editoria cattolica; Cenacoli di resistenza. Quando i contemplativi delle diverse religioni del mondo pregano per la pace (2004); Dubbio
e Mistero: a colloquio con Norberto Bobbio, (2006), l’ultima intervista rilasciata dal grande Intellettuale; Chiedi alla sabbia. Sulle tracce di Charles de Foucauld (2007), editi da Cittadella Editrice.
Raimon Panikkar. Profeta del dopodomani (2011); Con le periferie nel cuore (2014), editi da Edizioni San Paolo. Testimone della misericordia. Il mio viaggio con Francesco. Conversazioni con Raffaele Luise, Walter Kasper e Raffaele Luise (2015), Garzanti, tradotto in quattro lingue. Diversi altri Scritti sono apparsi in volumi collettanei.
Solo Amore è il suo approdo poetico.
È autore del blog VaticanoMondo, www.vaticanomondo. co

Fotografie di Ivano Mercanzin

Ivano Mercanzin studia disegno e pittura, partecipa a concorsi di poesia ricevendo premi e menzioni.
La lettura di autori classici e contemporanei accompagna il suo percorso mentre lo studio dei pittori e scultori moderni e contemporanei completa la sua formazione. Come un’illuminazione ecco arrivare nel 2012, “La Fotografia”.
Venezia, Terra Madre, The Face (s) of NYC, Coney Island, Fornace Venini, 21 grammi, Boys don’t cry, Lio Piccolo sono alcuni dei suoi progetti esposti in numerose città: Vicenza, Verona, Venezia, Bologna, Padova, Bruxelles, Dublino, Tirana, Costa Azzurra, Marsiglia, New York.

Paradiso perduto

date » 06-08-2018 20:49

permalink » url

In bianco e nero hai donato al luogo quel colore che l'anima infonde agli spazi senza tempo in cui lasciamo una parte di noi stessi per essere custodita con cura. Tutto di questo angolo parla delle note e degli accordi armoniosi di chi l'ha vissuto facendoli risuonare fino a noi attraverso le virate della luce verso zone in ombra oppure scalpitanti di vita e di gioia nella vegetazione che l'assorbe inebriata. Mi ricorda la tua foto certi dipinti impressionisti, il bisogno di fermarsi a guardare ed a respirare la luce fino a farla propria impressionando istanti di grande bellezza resi indimenticabili dalle pennellate di luce dei pittori, Le stesse pennellate date dal tuo sguardo accorto che entrano in sintonia perfetta con ogni dettaglio colto nel tuo scatto. Le due sedie hanno la capacità di farci vedere come in un flashback le persone che le hanno usate, chi asciugandosi la fronte con un fazzoletto, le bretelle tese su ventri molli ed esuberanti, chi composta e seria mentre lavorava ad uncinetto o ricamava, oppure chi leggeva o chi recitava un rosario con le palpebre abbassate leggermente per concentrarsi sui profumi del giardino e sulla sacralità del suo mondo interiore. Gente che ha chiacchierato in modo sommesso e chi invece ha chiamato ad alta voce bambini che strillavano felici, tutto ciò ed altro ancora fa parte di questo splendido bianco e nero, un angolo di vita che ancora vibra dell'energia assorbita rimasta incastonata in ogni fessura e crepa del tempo. (Paola Palmaroli)

ivano.mercanzin__2018_3.jpg

RACCONTO: Due lune

date » 01-11-2016 17:53

permalink » url

“Due lune" di Tania Piazza
Foto di Ivano Mercanzin, "Le vite degli altri".

"MARZO 1984

Dalla finestra passa solo grigio, oggi. La stanza è abbastanza grande, e confortevole, per quanto lo possa essere una stanza d’ospedale. Almeno è colorata, e l’azzurro è il mio colore preferito. Ho anche un bagno con doccia, un lusso. E un grande armadio tutto per me. Certo, è di alluminio, come quello degli spogliatoi delle fabbriche, ognuno col suo numerino e la sua chiave, ognuno uguale all’altro. Però è spazioso, molto più di quello della settimana scorsa, altro ospedale, altra stanza, ben più scarna di questa.
Chiudo per un attimo anche il mio occhio sano – l’altro lo è già, costretto sotto una benda, da circa quindici giorni ormai – e provo a rivestire quell’armadio, il mio armadio, di legno. Caldo, vivo, venato, con la vita che gli scorre dentro. Lo tocco, accarezzo quella superficie che mi parla di luoghi lontani, lo vorrei in teak e che arrivasse dall’epoca coloniale inglese, in India. Riscalda la stanza, la sua luce e la sua grazia contaminano tutto il resto. Ci metto anche un tappeto ai piedi del letto, i miei piedi scalzi lo accarezzano, la trama grossa e grezza, fatica e ore di lavoro. E di fantasia.
Una voce mi distoglie dal mio viaggio, riapro di scatto l’occhio, una violenza rientrare così all’improvviso nella realtà. Un’infermiera mi lascia delle pastiglie, mi ricorda come e quando le dovrò prendere. Pastiglie. Ancora pastiglie. Io, che da sempre odio l’idea di intossicarmi con quella porcheria. Mamma e papà, invece. Mi chiedo sempre come i loro corpi possano ancora riconoscere nuove medicine giorno dopo giorno, ora dopo ora. Ho come il senso che alla fine qualcosa si annebbi, come se una patina scendesse viscida e appiccicosa su tutto il loro essere, cambiando la loro essenza che soccombe. Rimango io, ad ascoltare le loro liti appannate.
Mi avvicino alla finestra, faccio così fatica a muovere i passi, sono ancora senza forze. Queste settimane di ospedali mi hanno segnato. Giorni lunghi e lenti, trascorsi contando i minuti e le ore. Giorni carichi, giorni singoli che sembrano la somma di giorni diversi. Accumulo di stanchezza fisica, tanta. Impassibilità e sforzo continuo al riso, all’allegria, alla positività con me stesso. Accumulo di stanchezza interiore, l’anima ormai satura di discorsi legati all’ospedale. Luoghi dove tutto viene attutito, anche la voglia di vita, che già era poca.
In cielo sta passando uno stormo di uccelli, chissà se loro riescono a orientarsi lassù, oggi pare che ci sia una grande telo grigio tirato a coprire il cielo. Non mi piace. Chiudo il mio occhio, voglio che lo spettacolo ricominci per me. E rieccoli, i miei uccellini, si stagliano nitidi e scuri sull’azzurro dello sfondo. La luce è così violenta che ferisce gli occhi, i colori sembrano tirati a lucido per una festa. Così puliti da vederci attraverso. Lo stormo è eccitato, ogni elemento ingranaggio fondamentale e insostituibile e al tempo stesso libero e anarchico nel suo modo di muoversi. Disegni perfetti davanti ai miei occhi spalancati, opere geometriche, ordine assoluto. Ci fossero uomini al posto di quegli uccelli sembrerebbe tutto triste. Rassegnato. Uno uguale all’altro, in una catena di montaggio. Invece l’effetto è fantastico. Libertà e comunione come solo gli animali possono.
Rumori in corridoio, riapro l’occhio. Sono stanco, torno a letto. Proverò a dormire un po’.

SETTEMBRE 1986

La sveglia, anche stamattina. Non mi piace il suono che fa. Mi riprometto sempre di andare al negozio all’angolo per comprarne una nuova. La tipa che serve mi guarda con quel suo modo strano, come se fossi un animale malformato. Ogni volta è sempre quel suo modo di abbassare gli occhi all’ultimo momento, quando scorge la mia mano sulla maniglia della porta e in un lampo leggo commiserazione, su quella faccia. E’ sempre questo, a fermarmi. E’ colpa sua se ho ancora questa dannata sveglia che fa ti ti ti.
Mi alzo di malavoglia, iniziare col suono sbagliato dà un canto negativo alla giornata. Afferro la felpa e me l’infilo, i jeans sulla poltrona e le calze di ieri. E vado di filato in bagno. Mi guardo allo specchio, ancor prima di avvicinarmi al water, è così larga la mia faccia quando sono aperti tutti e due. Uno la mamma dell’altro, uno forte l’altro cucciolo, con le crostine come i bambini. Poi, mi avvicino al lavello, apro l’acqua fredda e aspetto che si faccia gelida. Via, a due mani , dentro a entrambi, il mio rito quotidiano. L’acqua , la stessa acqua, si sdoppia: per l’occhio esterno è una forma di rinforzo, una preparazione a quello che vedrà durante la giornata; per quello che rimane nascosto è una sorta di calmante, un sonnifero per tenerlo buono, scalpita ancora per uscire ma io non l’ho più fatto affacciare al mondo, dall’ultima operazione.
Denti, faccia, scarpe. Mi avvicino all’armadietto in ingresso, spalanco le ante e, come ogni volta mi accade, mi lascio portar lontano dalla scia di colore all’interno: un arcobaleno ordinato. Dopo un attimo di esitazione, la mano va a prendere la fascia verde, e chiudo le ante. Infilo la benda e me la lego sulla nuca. Ormai non ho più bisogno di guardarmi allo specchio, è un’operazione dettata dall’anima – e si sa che l’anima è dogmatica quando ci si mette – e ha trovato la sua meccanicità nel corso degli ultimi due anni.
Apro la porta ed esco, sbattendomela alle spalle.

OGGI

Oggi è domenica e c’è un sacco di movimento, qui. C’è anche la messa, e le suore sono in subbuglio per l’arrivo del parroco. Qualche anno fa avrei girato la testa anch’io, al suo passaggio. E’ un uomo interessante, sempre in jeans, occhiali dalla montatura di tartaruga e barba lunga, rossa. Come i capelli. Uno così doveva fare l‘attore, non il prete. Chissà cosa l’ha spinto. Poi, ci son le visite, e quindi oggi tutti puliscono un po’. La cosa assurda è che fan di tutto per rendere le cose splendenti e finte, oggi che i parenti che li han chiusi qui dentro vengono a compiere il loro dovere. Dovrebbero far vedere come vivono di solito, non quando “è festa”. Questo è quello che penso io. Ma io son qui perché son matto, secondo loro, e quindi il mio pensiero non conta.
Quando mi sento ferito da questa verità – mi capita ancora qualche volta, soprattutto se fuori piove e io porto la seggiola vicino alla finestra e me ne sto a guardare le goccioline che scendono – allora con la mano vado in cerca della stoffa della benda, e un po’ di forza ritorna in me. E’ come se mi scaldasse. Qualcuno fa ancora caso al mio occhio bendato, e commenta sempre in quel modo villano e inopportuno. C’è gente che non sa nemmeno l’italiano, qui, e il dialetto colpisce come una lancia. Ma la maggior parte degli ospiti della casa di riposo ormai non ci bada più. Qualche volta ancora mi tocca rispondere alla domanda, e le parole escono ormai vecchie anche loro, come me, adagio adagio come se camminassero appoggiandosi a un bastone, loro al bastone e io alla mia benda. Il fatto è che il mondo mi fa paura. E’ troppo grande e cattivo. Guardarlo tutto intero, con due occhi, è troppo per me, da una vita. Dopo l’ultima operazione, il periodo di convalescenza mi ha cullato. Mi ha insegnato a ridimensionare le cose guardandole meno, semplicemente con un occhio solo invece che due. Era tutto così diverso, visto con un angolo chiuso. Dover spostare il capo di lato per inquadrare un oggetto voleva dire escludere un’altra parte della visuale. Niente di più semplice, quindi. Ho imparato così bene che non son più riuscito a farne a meno. Quando mi han detto che il mio occhio malato non lo era più e potevo togliere la benda, mi sono arrabbiato. Ricordo di aver urlato, le mani del medico sulla mia faccia era come essere violentato da lui. Non ne voglio sapere!, ho continuato a ripetere.
Da lì, è iniziata la vita. Nessuno mi ha seguito. Sono diventato solo, e matto. Il mondo si è fatto più cattivo. E più cattivo diventava, più mi veniva di chiudere l’occhio. Da sotto la benda lo strizzavo con tutte le forze, per tenerlo al sicuro, al caldo e coccolato. E per vedere il meno possibile.
Ora, pare che a furia di tenere un occhio aperto e uno chiuso per così tanti anni che ho perso il conto, la mia vista si sia spenta, un poco alla volta. Poco male. Non ho chiesto io di venire al mondo, in questo mondo. E chi l’ha deciso per me se ne è lavato le mani. Ho cercato di rimpicciolirlo per gran parte della mia vita. Adesso che è diventato piccolo abbastanza, si smarrisce giorno dopo giorno,in una nebbia costante e delicata, che mi è amica.
I giornali che non so più leggere, lo sdegno di chi giudica, la cattiveria di uno sguardo. La dolcezza che non c’è, la solitudine dei diversi. Io non li conosco più. Sono salvo, finalmente."

L1000163.jpg

RACCONTO: Non lasciarmi adesso che ho tante cose da dirti

date » 26-03-2016 19:15

permalink » url


foto: NYC 2015©Ivano Mercanzin

“Non lasciarmi adesso che ho tante cose da dirti”.
Renè aveva finito di scrivere la sua ultima lettera alla donna che avrebbe voluto continuare ad amare come quando l'aveva conosciuta nella subway. Era riuscito con un piccolo gesto eroico a disincastrarla dalle porte della metro che le avevano stretto il cappotto come due tenaglie. Dal panico alla riconoscenza in pochi attimi, poi l'invito per un caffè, i primi imbarazzi, i primi baci e la vita insieme in un monolocale sulla 41St Avenue.
Aveva lasciato tutto alle spalle Renè, la sua laurea in filosofia, gli amici di Lione e il lavoro come cassiere in un discount, aveva seguito le strade che imboccava ogni notte quando spegneva le luci e dava l'ultimo sguardo al sax prima di addormentarsi. Erano le vie del Jazz, dei locali bui, dei tavolini rotondi in radica, di posa ceneri zeppi e di donne che si strusciano addosso e ammiccavano a chiamata per un Gin Tonic. Suonava di giorno e di notte Renè, inumidiva l'ancia con la stessa passione con cui baciava la sua Jenny quando all'alba tornava dai concerti dopo aver interpretato i brani di Jonh Coltrane o Michael Brecker in quei piccoli club dove il compenso di fine serata è incerto fino alla fine. Suonava per lei e per lui e per quel figlio che non arrivava “per colpa di quel posto di merda dove lavoro”, come diceva sempre Jenny piangendo davanti allo specchio del piccolo bagno di casa.
Lavorava in un fast food Jenny, uno di quelli che a pochi dollari ti danno il pollo fritto o un hamburger crudo. Era l'addetta ai fritti, stava nelle retrovie Jenny, impugnando il cesto della friggitrice e facendolo roteare con attenzione per non ferirsi alle mani. Ma in fin dei conti quegli schizzi di olio bollente le erano familiari, le lievi ma profonde scottature le avevano segnato le dita, i polpastrelli, il polso, sotto le urla del capo che alla cassa ordinava le solite patate fritte, la solita coscia di pollo ben rosolata. Non c'era tempo da perdere in quella stanza lunga e stretta dove all'ordinazione seguiva un drin che indicava il cibo da cucinare all'istante.
E' un Mi o un Re, aveva ipotizzato Renè quella volta che era andato a trovare la sua donna in quel fast food. “Quel drin corrisponde ad una nota precisa” le aveva spiegato mangiando un fish and chips seduto al tavolo che dava sulla galleria del centro commerciale. “Devo capire quale”.
Era questo che Jenny detestava di Renè, quella dimensione extra terrena che lo avvolgeva fin da quando era arrivato a New York per fare il musicista immigrato. Quell'essere distante da tutto, sospeso come una melodia, prossimo all'essenza senza però coglierne il fulcro. Era apparente profondità, almeno questo pensava Jenny, era distanza che provocava un solco, uno fessura che giorno dopo giorno si allargava mentre il giorno e la notte dividevano le loro esistenze fatte di crocchette impanate e improbabili club a ovest, sulla 52esima strada. Era una ragazza fiera Jenny, forte di quella fierezza che arrivava da lontano, quando sei abituata a combattere da sola per un libro di scuola, per un jeans in vetrina o per un maledetto i-pod che fino a ieri dovevi condividere con tua sorella. Si chiamava identità, indipendenza, capire fin da piccola poche regole: rispettare e farsi rispettare, era l'unica cosa che le aveva insegnato sua madre. Il resto l'aveva realizzato da sola, gli studi in una scuola pubblica, un lavoro, un amore, una casa, il tempo da trovare per leggere i classici alla Public Library sulla Quinta Strada. Le bastava questo per compensare quelle ore nei panni dell'addetta ai fritti.
L'addio Jenny l'aveva meditato da tempo, quella mattina prese la metro alle 7 di mattina. Uno zaino pieno di t-shirt e libri, una bottiglietta d'acqua, il giubbotto nero comprato in saldo una settimana prima e le cuffiette per sentire l'ultimo rap di Fatty Wap. La colonna sonora perfetta per dire basta, non era Renè la causa di quel viaggio che la ragazza del Queens Bridge voleva assolutamente compiere. Piuttosto la fuga da quel mondo monocorde, monocolore come il tono su tono della stazione della metro. L'attendeva la sorella e nessun altro, dall'altra parte della città, lontano da tutti, lontano da quei drin, distante dal jazz. Aveva perfino gettato la scheda del telefonino in un tombino, aveva chiesto in silenzio di essere lasciata in pace, voleva l'isolamento, chiedeva la solitudine. Lei, che per tutta la vita era stata costretta ad essere qualcuno o qualcosa.
A Renè mancava la forza per cercarla, il desiderio di possederla, la voglia di riaverla anche solo per un giorno. L'unica consolazione era sapere che Jenny si trovava dalla sorella in chissà quale appartamento e quella certezza era diventata un rifugio per tutte le sue insicurezze. Steso sul letto, aggrappato alla custodia del sax produceva lettere per dirle tutto ciò che non aveva mai avuto il coraggio di pronunciare, fino a sputare la cattiveria che non aveva mai potuto esprimere, collocato fino a quel momento in un ruolo che deformava la realtà più intima.
“Non lasciarmi adesso che ho tante cose da dirti”, ripeteva in ogni scritto in calce, prima della sigla con cui si firmava. Ne scriveva due a settimana, una martedì e una sabato, le spediva l'indomani calcolando i tempi di arrivo a destinazione. Divenne una cura per lui e per lei che a quelle lettere non rispose mai. Finchè un giorno Jenny scese alla fermata 21Street della metro, salì le scale per imboccare il viale alberato che l'avrebbe condotta a casa, suonò il campanello ma non rispose nessuno, allora frugò nella borsa per trovare le chiavi ed entrò senza un'emozione particolare. Se n'era andato, aveva lasciato il sax appoggiato al muro del cucinino. Sul frigo aveva appeso un foglio giallo indirizzato a lei, sicuro che prima o poi sarebbe tornata. “Avevo tante cose da dirti e le ho dette tutte, ora sono stanco, esco per un Gin Tonic”.
E.MAR.

E bravo Ivano che riesci con sensibilità a trasmettere ancora più fascino e interesse a queste tue foto urbane, anzi superurbane. Ci riesci nel senso che sai unire sguardo e cuore, macchina fotografica e sentimento, visualizzazione e considerazioni liriche o poetiche. Le tue immagini appartengono al tessuto gigantesco di una enorme città. Esse ti impegnano e ti coinvolgono evidenziando non solo il linguaggio visivo ed espressivo delle situazioni, di questa situazione in particolare, ma riusciendo pure a liberare naturalmente un filo creativo ed emozionale più ampio e completo. Ne nasce quindi un racconto. Improvvisamente una storia prende corpo da un appunto, da un quadro in un fermo immagine, uno stop che non azzera ma evoca e rimanda a vari pensieri e considerazioni peraltro contingenti e conseguenti alla foto stessa. Evochi qui una storia raccolta per strada, dai marciapiedi e dai quartieri che nasce da un riquadro visivo urbano di comune vita cittadina e quotidiana. Bella la foto e bello pure il testo. In questo modo rispondi bene e in giusto tempo a quanto ha pubblicato qui sotto Simona Guerra nei suoi articoli riguardanti fotografia e scrittura che peraltro mi trovano d'accordo anche se l'argomento in se meriterebbe forse più spazio e approfondimento. Anch'io nella mia pagina sto tentando di sperimentare fotostorie o fotoracconti che pubblicherò quanto prima sottoponendoli a giudizio e commento pubblico e soprattutto tuo e vostro, se vorrete essere disponibili, spero di si. Credo comunque che un buon fotografo o un buon operatore impegnato nelle arti visive o nella comunicazione più in generale, da bravo cacciatore d'immagini e da bravo evocatore scenico, non possa che essere anche scrittore. Forse non riuscirà ad esserlo talvolta nell'espressione grammaticale più raffinata, sintattica, lessicale o stilistica ma lo sarà senz'altro nell'animo e nel pensiero. Come sempre un apprezzamento particolare per questi tuoi lucidissimi e molto umani bianconeri estremamente espressivi che sai far parlare al meglio in tutta la loro grafica e che riescono ad animare situazioni, estetiche, storie e varie umanità attraverso la loro particolare e talentuosa grafia narrante e narrativa.....ciao.
FRANCO GOBBETTI

Photokina 2014 - Leica Gallery

date » 28-09-2014 11:11

permalink » url



Un bellissimo " classico" su cui però bisogna riflettere: grande equilibrio tecnico e visivo, profondo e misurato ma splendido senso dello spazio, perfetto rapportarsi dei toni di grigi e magie della luce e dell'ombra...poi il tocco, la sapienza e la capacità di vedere e fermare; l'effetto ottico di movimento, basculante e oscillatorio, dei quadri che sembrano correre sulle parete; la posizione ferma quasi surreale nella spiazzante ferma posizione in cui sono state riprese in maniera sincronica le figure con quella della donna, che qualsiasi cosa faccia, sembra una ricamatrice uscita da un quadro di Vermeer. E tutto unito nella lucida metrica di una dimensione e situazione che si trasforma grazie anche allo spazio in immagine metafisica dove la visione, ma anche la realtà fisica del luogo, divengono la grande poesia di una attimo emotivo vissuto in prima persona. L’immagine supera se stessa e diventa visione. Una splendida foto.
Lorenzo Crinelli

metafisica delle emozioni

date » 02-08-2014 08:17

permalink » url



Aperture visive, come quadri di spazio mentali, visivi ed emotivi del proprio vedere ed essere. Il reale diventa magico graffiante disegno di un'ombra belllissima ma fragile che scompare, come una labile emozione, con la luce del sole. Insieme ai sorriso dei segni della luce quelli altrettanto significativi dell'ombra che diventa silenzio. La metafisica delle emozioni trova i suoi colori.
Lorenzo Crinelli

Quelle ombre sulla parete bianca e la fuga prospettica che ci conduce verso quelle due entrate o finestre, che incanto!
Paola Palmaroli

Mi piace questo passaggio periferico con ombre di vita che accompagnano il cammino. Decentrato e sconnesso dal centro del mondo. Stai ai margini. Fuori c'è il nulla.
Alessandro Cocca

il paese fantasma

date » 20-07-2014 11:26

permalink » url



Pur con la malinconia che impregna i ruderi e quella finestra aperta priva di balcone in particolare la presenza del gregge e la vegetazione, il respiro dato dal cielo ed i toni tenui dei colori riescono a trasformare un paese fantasma in una visione di grande suggestione e fascino. Splendida la propsettiva da te scelta che ci porta fino alla casa sulla sinistra con un'apertura nella parete biancastra che congiunge al cielo lo spazio circostante! Davvero un gioiello questa tua visione!
Paola Palmaroli

presenze-assenze

date » 25-06-2014 00:04

permalink » url



" Guarda quegli scemi....meno slavati di noi eppur lordi di creme "

" Milady....che pretendete da crotocefali che si fan la guerra per morire prima del tempo ! "

Spettacolare....malefica....sento il ghigno dei fantasmi comodi a bere il the delle cinque, col latte, mentre ci danno- agli umani- dei cretini perché il sole non ci trapassa ma ci secca la pelle.....

Ivano qui' si toglierebbe il cappello David Lynch
(liberi commenti di Vanessa Cavenaghi)

Per le antiche scale

date » 16-06-2014 21:17

permalink » url




Kafchiana...sembra uno che va incontro alla gogna....un fantasma umano chiamato a rispondere al fato che alberga nell' antico castello.

“Ditemi che colpa avete...oh misero " disse il destino.

" Sono stato paziente, ho aspettato, invano, la fiamma; è giunta che ero già vecchio e stanco, a tarparmi le ali che non avevo più per alzarmi in volo ".

" Sono il Divin Pescatore....vieni a me, monderò le tue mancanze e ti restituirò alla volontà "

Sono finito....non posso "

" Non blaterate sciocchezze....riavvolgerò il nastro del tempo e tornerete crisalide "

Vanessa Cavenaghi
search
pages
Link
https://www.ivanomercanzin.it/blog-d

Share link on
CLOSE
loading