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Omaggio a Carlo Carrà

date » 07-06-2021 21:01

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tags » mare, cielo, pellestrina, venezia, omaggio a carlo carrà,

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Autore: Ivano Mercanzin
Sezione: Prospettive
Selezione: Paola Palmaro
Motivazione:
Uno scorcio elegantemente composto dove il mare si fonde con lo spazio di una quotidianità che tenta di riappropriarsi della sua armonia ordinaria ed avvolgente proprio per la sua ripetitività. La panchina pronta ad accogliere i viaggiatori della sera o del mattino, il lampione che pare voler imitare un faro attirando non le navi verso i porti ma le nostre anime verso quel che resta delle stagioni e del tempo presente. L'assenza in questo scatto è ancora più impregnata della presenza di coloro che attendono di far parte della quotidianità così come il tempo vorrebbe riprendere a scandire i loro gesti, le loro abitudini di vita. L'orizzonte non è mai stato così vicino allo sguardo del fotografo, il cielo attinge il respiro del mondo da quella sospensione del tempo che ha reso ancora più intenso il bisogno di riprendere il cammino dei giorni e delle notti. Bellissima visione Ivano, riesci sempre a raccontare gli umori del presente con un'eleganza ed una grazia narrativa che ti sono proprie.
Paola Palmaro

Il pescatore

date » 07-06-2021 20:58

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tags » pellestrina, venezia, mare, cielo, nuvole, pescatore, pesca, rete,

Ivano_Mercanzin_Pellestrina_2021_44.jpg

Autore: Ivano Mercanzin
Sezione: Sound of Silence
Selezione: Paola Palmaro
Motivazione:
La scena è pervasa da una forza e da una calma cui le onde del mare, i gesti dell'uomo, i resti di una mareggiata adagiati come se fossero sfiniti dal viaggio compiuto, riescono a comunicare quelle vibrazioni che consentono all'anima di godersi un silenzio innaturale ed affascinante.
Quella voce che ti fa rimanere in religioso silenzio di fronte al ritmo naturale dei giorni, ai gesti scolpiti dalle abitudini, ai resti di un viaggio che ha portato degli alberi a cercare le loro ultime radici sulla riva mai smarrita dalle correnti dei mari.
Una serenità che si sente a fior di pelle, un'armonia quasi surreale eppure ancor più tangibile per quel flusso ininterrotto di emozioni che tutti gli elementi della scena riescono a far confluire nello scatto.
Non ci sono solo i resti di un pasto che il tempo ha reso digeribile e la natura ha consumato voracemente, la spiaggia è un concentrato di caos calmo e di una consapevolezza verso il succedersi della vita e della morte da far risuonare la voce di un silenzio arcaico e carico di valenze simboliche.

Veleggiando

date » 07-06-2021 20:54

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Ivano_Mercanzin_Pellestrina_2021_48.jpg

Pellestrina
Maggio 2021

Il respiro della luce ci raggiunge fino a penetrare l'anima, in questo paesaggio il baluginio sulla superficie dell'acqua, le increspature date dalla corrente ed i riflessi che si stemperano nella quiete del paesaggio coinvolgono tutti i sensi, nutrendoci di quella nostalgia di cui non percepiamo la provenienza ma che vorremmo non ci lasciasse mai talmente profuma di buono.
Ci sentiamo fin da subito parte del paesaggio, degli osservatori privilegiati ma anche parte di ogni elemento colto nella composizione.
In questo bianco e nero delicatissimo il cielo finisce per farsi catturare dai riflessi che genera sulla superficie delle acque, una luminosità morbida si espande in ogni dove definendo i contorni della vela, della costa e dei declivi in lontananza ed una calma sommessa perdura oltre i contorni dell'immagine e si effonde attraverso la vista fino a stregarci in modo indissolubile. L'invito a fermarsi, a prendere coscienza della bellezza che ci circonda non è sottinteso ma si insinua lentamente, man mano che penetriamo la scena.
Bravissimo Ivano, hai reso l'ordinario uno straordinario vissuto come accade solo a chi sa penetrare la realtà cicorcostante senza provare alcun pregiudizio, aperto ad accogliere il respiro del mondo e facendolo proprio con profonda umiltà e consapevolezza.
(Paola Palmaro)

Solo Amore

1_COPERTINA__IM___.jpeg3_SIRENA__IM__.jpg5.NOSTALGIA__IM_.jpeg4.EURIDICE__IM_.jpeg7_INSIEME__IM_.jpeg8.VENERE_MEDITERRANEA__IM_.jpg9.DUBBIO_E_MISTERO__IM__.jpg12.FUOCO__IM__.jpeg10._IL_SENSO_DEL_TEMPO__IM__.jpeg13..CUORE_DI_NEBBIA__IM__.jpg14..ELOGIO_DI_PALINURO__IM__.jpgIvano_Mercanzin.jpg

Solo Amore
poesie di Raffaele Luise
fotografie di Ivano Mercanzin
editore:Intermedia Edizioni

per acquistare il libro


Prologo

“Solo Amore” è un titolo polisemico, evocativo di intuizioni che da una parte toccano l’intraducibile e più profonda esperienza personale di ciascuno di noi, ma dall’altra ne dilatano enormemente lo spazio, fino ad abbracciare il mare (che è figura del Cosmo), la donna (che è la quintessenza dell’Amore), e Dio (che è la fonte e l’approdo dell’Amore).
Che l’Amore sia polisemico lo dicono i diversi nomi che lo designano nelle varie lingue, e che i greci chiamarono: eros o l’amore sensuale, filia o l’amore di amicizia, e agape o l’amore fraterno, caritatevole. Sono forme strettamente interrelate fra di loro, ma è eros che dà il sapore ad ogni forma di amore!
Come corpo, mente e anima sono plasmati della stessa argilla, così il mondo, l’uomo e Dio sono legati da infiniti legami invisibili d’Amore. Al punto, che possiamo dire che questi tre amori, alla donna, al mare e a Dio, vivono misteriosamente nello stesso respiro.
Chi è innamorato di una donna, e per lui lei è la “donna del mare”, la sua Musa, sente immediatamente dilatarsi lo sguardo del cuore e della mente al mondo, e percepisce che le finestre dell’anima si aprono a quella luce miseriosa, più pura e diafana, che chiamiamo Dio. L’esperienza autentica dell’amore – quella che dice: “per sempre”- è insomma esperienza divina, che ci eterna.
Ma l’Amore è polisemico, in primo luogo, perchè la sua sostanza è quella del fuoco, della passione, della follia. E in quanto tale, rappresenta fedelmente la nostra natura, perché noi siamo portatori del fuoco, siamo sentimento, amicizia, e passione fino alla follia.
Gli innamorati conoscono bene questa follia, che ha le sue radici nella natura “ambivalente”, “bifronte” dell’Amore, che Ovidio ha espresso perfettamente nel verso immortale: “Nec tecum nec sine te vivere possum”: il calore che fonde, e, allo stesso tempo, la distanza che separa!
“Io t’ho amato sempre, non t’ ho amato mai”, canta Fabrizio de André.
È questo l’irriducibile “tormento” dell’Amore (sempre presente anche se in forme diverse, sia nella fase dell’innamoramento che in quello dell’amore ormai istituzionalizzato) che esprime il dinamismo costitutivo di Eros, quel misterioso impasto di luce e di ombra che l’attraversa, e che svela nelle sue profondità la polarità ineludibile di Amore e Morte. E qui vorrei ricordare che, non a caso, Afrodite, la dea dell’Amore, era venerata nei tempi arcaici anche come dea della Morte.
Il titolo, “anch’esso bifronte”, vuole attingere proprio questo conturbante mistero. Esso si può leggere, come è scritto, “Solo Amore”, oppure, specularmente, “Amore Solo”.
“Solo Amore” vuol dire che soltanto l’Amore conta, l’amore personale e cosmico allo stesso tempo, perché esso è il ritmo e il respiro stesso della vita.
“Amore Solo” significa, invece, che anche l’Amore è solo, e questo va inteso in un’accezione vastissima, che va dal desiderio umanissimo degli amanti di stare da soli, all’estrema frontiera dove, nonostante l’Amore in sè sia purissima relazione, anche l’umanità, lo stesso Cosmo e addirittura Dio possono fare l’esperienza di una solitudine vertiginosa e priva di parole per essere detta.
La stessa fonte dell’Amore, Dio, è solo senza gli uomini, e senza la Creazione!
Per non parlare, poi, guardando al perimetro del nostro mondo, ai tanti amori avversati e negati, per i più fantasiosi motivi, vuoi che siano omosessuali o che leghino persone di censo, religione, cultura e pelle differente.
Ma, il titolo, letto nella sua interezza, vuole in realtà affermare proprio questo: che nessun amore è sbagliato. Sbagliate sono le leggi, i costumi, lo stato della nostra civiltà.
Ma questa affermazione decisiva, ancora una volta, può essere fatta solo dalla poesia, questa più sapiente ermeneutica della Realtà.

Donna del mare

Torna, torna amore

a donarmi quel frutto

nell’azzurro cielo di Creta,
lungo coste che portano la felicità.
Torna a ballare con me il sirtaki,
seduti al tavolo di quella taverna
sul mare di Triopetra.

La luna quasi si immergeva nell’acqua
e il vento tra le tamerici

ci ubriacava di profumi.

Portavi un abito lungo
comprato su una bancarella

ma eri una dea

luminosa e bella

Come la vita sognata.

Mi manchi donna del mare.

Sirena

Come luna che sorge

nel cuore del sole,

mi venisti incontro

in un mare di cobalto,
una mattina d’estate.
Sospesi tra cielo e terra
in un abbraccio equoreo.
Com’era leggero allora il mondo
e sorridente la vita.

Tu eri quel sorriso.

Ero andato lontano
a perdermi nell’immensità marina,
pulsante di risonanze cosmiche.

Il sale e il sole
mi colavano dai capelli sugli occhi.
Mi ero fermato,

per riprendere fiato

e trattenere quel momento perfetto.
E d’un tratto
ti vidi,
nuotare incontro a me.

Soli nel mare

come astri persi nel firmamento.
La crocchia dei tuoi capelli

Il tuo timone.

Mi guardavi felice,
e il tuo sorriso

di sole impastato di luna
esplose nella mia carne

con il fragore
di una nuova nascita.

Anche il mio cuore

allora

divenne mare.

Postfazione

di Isabella Gambini, editore

“Solo amore” intensa e profonda raccolta poetica di Raffaele Luise ricama una delicata tessitura fra mare, terra e cielo. Nella prima parte è l’acqua a condurre le danze del sentire poetico, accompagnandone l’immersione emozionale. Il poeta accoglie dentro di sé l’immensità marina; il cuore diventa acqua, la vita una trama d’onde. E come i flutti nella risacca, il sentimento avanza, si infrange e ritorna, perché sempre si torna/per ripartire. Il Mediterraneo resta una presenza dilatata, continua e sconfinata, famigliare e impenetrabile; guida la forza arcana di una navigazione dell’anima, espletando la funzione maieutica che spinge la passione a farsi parola. In questo sentire fluido, l’amore non può che avere le fattezze e lo sguardo acquoreo di una donna del mare, una musa che conduce gli approdi e i naufragi del cuore. Se la distesa del Mediterraneo ha il potere di richiamare l’arcana evocazione del mito, l’immersione nel profondo può però anche manifestarsi come una discesa infera, nella quale il poeta, come Orfeo, vaga alla disperata ricerca di una Euridice smarrita in un regno oscuro. E sempre il naufragio si fa metafora dell’erranza dell’anima, che nella lenta deriva trova la
consolazione del perdersi nel mistero di Dio.
Nella seconda parte della raccolta ha luogo l’approdo, ed è la terra a reclamare il canto. Anche le parole si fanno più solide, corporee, per trasformarsi in narrazione e dare voce alla materia, allargando lo sguardo fra cielo, terra e acqua. Ma anche questo mondo più definito è sempre esplorato con sguardo diafano, attraverso un alfabeto di stimoli e suggestioni. Come in un cantico che rivela che ogni cosa è sacra, e può confidare il suo intimo segreto a chi sappia mettersi in ascolto. È in questa percezione di parole segrete che diventa possibile sentire Dio, come una vibrazione a cui abbandonarsi, una rivelazione del Creatore attraverso la sua creatura, nel respiro condiviso di spirito e materia.
E così, anche la poesia rimane impigliata, come il cuore, nella magica fusione di tempo ed eternità.

L’Autore

Raffaele Luise è il Decano dei Vaticanisti della Rai, dove ha lavorato come Inviato Speciale per più di trent’anni, seguendo in Italia e nel mondo i pontificati di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e i primi anni di quello di Francesco. Ha, in diverse occasioni, intervistato i tre Pontefici.
È stato Inviato di guerra, sui fronti più drammatici del mondo, nel trapasso tra fine del Novecento e primi anni del Duemila: in Somalia, in Iraq e a Sarajevo. Tra i massimi esperti del Dialogo interreligioso e interculturale, ha promosso numerosi Convegni sul tema e svolto docenze in diverse Università italiane.
Ha insegnato Giornalismo televisivo presso l’ Università Lumsa di Roma.
È autore di: L’ecumenismo da Basilea a Seul, in Quaderni del Circolo Rosselli (1991); I tre Monoteismi in dialogo, in Quaderni del Circolo Rosselli (1992), editi da Franco Angeli.
La visione di un monaco. Il futuro della fede e della chiesa nel colloquio con Benedetto Calati (2000), bestseller dell’editoria cattolica; Cenacoli di resistenza. Quando i contemplativi delle diverse religioni del mondo pregano per la pace (2004); Dubbio
e Mistero: a colloquio con Norberto Bobbio, (2006), l’ultima intervista rilasciata dal grande Intellettuale; Chiedi alla sabbia. Sulle tracce di Charles de Foucauld (2007), editi da Cittadella Editrice.
Raimon Panikkar. Profeta del dopodomani (2011); Con le periferie nel cuore (2014), editi da Edizioni San Paolo. Testimone della misericordia. Il mio viaggio con Francesco. Conversazioni con Raffaele Luise, Walter Kasper e Raffaele Luise (2015), Garzanti, tradotto in quattro lingue. Diversi altri Scritti sono apparsi in volumi collettanei.
Solo Amore è il suo approdo poetico.
È autore del blog VaticanoMondo, www.vaticanomondo. co

Fotografie di Ivano Mercanzin

Ivano Mercanzin studia disegno e pittura, partecipa a concorsi di poesia ricevendo premi e menzioni.
La lettura di autori classici e contemporanei accompagna il suo percorso mentre lo studio dei pittori e scultori moderni e contemporanei completa la sua formazione. Come un’illuminazione ecco arrivare nel 2012, “La Fotografia”.
Venezia, Terra Madre, The Face (s) of NYC, Coney Island, Fornace Venini, 21 grammi, Boys don’t cry, Lio Piccolo sono alcuni dei suoi progetti esposti in numerose città: Vicenza, Verona, Venezia, Bologna, Padova, Bruxelles, Dublino, Tirana, Costa Azzurra, Marsiglia, New York.

Essence in Black and White

date » 02-02-2020 18:34

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Ivano_Mercanzin_3.jpg

Autore: Ivano Mercanzin
Sezione: Essence in Black and White
Evidenza del 30/10/2019
Motivazione.
Amare la propria terra significa tante cose, una fra tutte: riconoscerla e descriverla trasmettendono il cuore e l'anima.
Sicuramente Ivano possiedi quel tocco magico che comunica emozioni e sensazioni ogni volta che decidi di fissare per sempre in uno scatto un istante che ti ha incantato e fatto abbracciare le radici di uno spazio e di un tempo in cui la terra ha trovato la sua ideale dimora e coscienza di sé.
La memoria del tempo è composta di tanti istanti diversi, come la vita stessa, in un'immagine ne cogliamo solo un brandello ma il tessuto di cui sono composte le tue rimembranze è un abito che ogni anima vorrebbe indossare per l'armonia e l'intensità che ne costituiscono sia il taglio compositivo che la dolcezza.
Grazie Ivano per questo gioiello che unisce alla luce e ad un bianco e nero morbido ed avvolgente la qualità migliore di ogni fotografia: la sua verità, la sua purezza,. la sua grazia!
Chiamala come vuoi, per me è un candore che solo gli sguardi dei bembini ti restituiscono fedelmente, i fotografi spesso lo sono ancora e l'immagine che ci hai proposto resta nel cuore e nella mente fino a farti viaggiare tra cielo e terra fino all'infanzia del mondo e dell'uomo.
In quel giorno perfetto dove tutto sembra aver un senso un angolo di mondo ha abbracciato i nostri più struggenti pensieri e le nostre migliori intenzioni. Di nuovo grazie Ivano!
(Paola Palmaroli)

Il Mare

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Un'armonia che appena si osserva questa fotografia si cerca nei dettagli per poi comprendere che fa parte sia del paesaggio che dell'interazione tra l'umana natura e quella di un luogo che ispira una serenità disarmante. La scena è impregnata di una luminosità morbida ed avvolgente, si rimane come soggiogati, ipnotizzati, dalla calma che si respira.
Un caos calmo, una comunicazione tra cielo e terra, tra aria ed acqua, tra la scarna vegetazione che tratteggia l'orizzonte ed in primo piano sprazzi di rassicurante appartenenza ad un territorio generoso per la bellezza in punta di piedi che cesella e custodisce con cura. La scia lasciata dalle due canoe sono tracce che appartengono ad una scrittura umana sempre pronta a lasciar dietro di sé il peso di un'esistenza troppo veloce ed alienante.
Qui ci si riappropria dei propri ritmi, del profumo del giorno e di quello di una trasmissione di emozioni che si coagula nei riflessi lasciati sulla superficie dell'acqua, come se il sospiro del mondo avesse deciso di farsi ascoltare senza urlare, solo navigando sulle acqua placide e chiedendo al cielo una luce che appaghi anima e corpo. Ammiro Ivano come riesci sempre ad unire il corpo e l'anima di una terra in cui ti riconosci e da cui noi riusciamo a trarre beneficio respirandola grazie al tuo sguardo attento e sensibile.
(Paola Palmaroli - dal blog Alitia Fotografia)

Bagno Vignoni

date » 24-10-2018 23:02

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Bagno Vignoni (SI)
Nota dell'autore dello scatto.

Ci sono luoghi sulla terra che non hanno tempo, non sono ne un "ieri", ne un "oggi", ne un "domani", solo un sempre declinato dall'emozione di incontrare quell'angolo di mondo custodito dentro il proprio cuore e continuamente ravvivato dal desiderio di farne parte, di esserci anima e corpo.
Beh, se volevi trasmetterci tutto questo Ivano, ci sei riuscito e non solo: hai colto una bellezza semplicemente disarmante, come certi volti acqua e sapone che ti dicono tutto senza aprire bocca ma sorridendoti dai recessi dell'anima. Devi amarlo molto questo angolo di terra dove il cielo accarezza ciò che l'uomo ha cesellato con cura e dove anime come la tua si ritrovano sempre come se fossero appena nate, in quel preciso istante in cui gli occhi si sono messi in relazione con lo spazio emozionale che dilaga oltre i confini stessi stabiliti dalla fotografia e dal punto visivo in cui hai deciso di scattare.
Più guardo questa tua fotografia e più capisco come la natura umana sia consapevole di quanto quella che ci circonda sia fondamentale, una pietra angolare per ogni esistenza e vissuto. Il tuo è inscritto in luoghi dove il bianco e nero ci descrivono lo spirito con cui li vivi. Non attraversi mai semplicemente uno spazio tu lo abiti anima e corpo e questo si sente in ogni tua visione. Grazie per averci donato uno squarcio di infinito in un quadro dove la cornice si dissolve per darci la possibilità di estendere oltre i confini del visibile quel che tu hai visto e sentito e noi con te continuiamo a percepire viaggiando idealmente con il tuo sguardo.
(Paola Palmaroli)

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RACCONTO: Naufragio e salvezza di Tania Piazza

date » 01-10-2018 00:05

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Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.
Si era svegliata con quella frase che le ronzava in testa, e da quando si era alzata non riusciva a rimuovere la sensazione che le procurava. Era davvero un naufragio, essere in due? O era su uno scafo più sicuro, che forse aveva la fortuna di viaggiare in questa vita? Non c’era nessuno che la conoscesse come lui, questo doveva ormai accettarlo. Ogni pensiero che le nasceva sottopelle, era anche un po’ suo: ogni qualvolta si era sentita turbata, glielo aveva scritto. Ma lui le aveva risposto come se già lo sapesse, come se riuscisse a leggerle all’interno, ancora prima che lo facesse lei. Non poteva che essere una cosa bella, questa. Una fortuna. E forse era davvero giunto il momento che si incontrassero, che si fondessero.
Forte di questa convinzione, aveva vissuto tutta la mattina come sospesa in una terra di mezzo, procrastinando il più possibile il momento in cui si sarebbe seduta allo scrittoio davanti alla finestra e avrebbe letto la sua lettera di oggi. Poco dopo il pranzo, però, quando la confusione sulla strada sotto al suo poggiolo iniziava ad aumentare, aveva ceduto. Si era chiusa in camera dicendo che andava a fare la solita siesta pomeridiana accompagnata dal fedele cagnolino ed era andata all’armadio. Aveva aperto la scatola di destra e aveva preso la lettera, l’ultima poggiata sopra a una alta fila. Poi, con trepidazione, si era seduta e l’aveva aperta.
“Lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle, come un cane. Lascia che io ne impari l’odore e me lo porti dentro”, le aveva scritto quel giorno.
Il tartufo! Come le piaceva quella sensazione, aveva pensato abbassando lo sguardo sul cucciolo che le stava a fianco. Era nato tutto proprio da lui, il cane di casa, giunto da chissà dove, come un viaggiatore stanco, un giorno della passata primavera. Aveva il colore del latte, quando nelle pigre mattine di vacanza incontra il caffè per una colazione lenta. Il nome che avevano scelto per lui era proprio Cappuccio, e il suo pelo ne ricordava davvero la tonalità ambrata e talvolta intorbidita dalle briciole di biscotto. Lui, usava il suo tartufo in maniera peccaminosa, fin da quando era arrivato come un vagabondo e aveva deciso di stabilirsi da loro.
Lo appoggiava, umido, sulla pelle dei numerosi visitatori, come se quella fosse una sua proprietà. Indistintamente su ogni parte del corpo. Con voluttà. Immagazzinava forse tutto l’odore che poteva contenere, per bearsene poi quando, una volta ripartiti gli ospiti, rimaneva solo con lei, con il ricordo vivido di quei momenti. Chiudeva gli occhi, quando annusava: l’incavo di un gomito, una gamba distrattamente avvicinata, un piede sospeso, a dondolare. Uomini o donne, adulti o bambini. Sembrava non fare differenza. Se quella era la sua missione, aveva trovato il luogo dove vivere, data la grande quantità di gente che usava transitare per casa ogni giorno. La loro era infatti una famiglia numerosa, fatta di zii, cugini, nipoti e nonni, che sistematicamente si davano appuntamento per raccontarsi degli ultimi eventi, porre insolenti domande curiose scambiandosi pettegolezzi e, spesso, pranzare o cenare in compagnia. A lei non piaceva, tutta quella confusione, ma l’edificio era grande, e aveva i suoi spazi, luoghi in cui non doveva condividere nulla con nessuno.
Di Cappuccio e dei suoi strani modi, glielo aveva raccontato in una lettera, poco dopo il suo arrivo, così come gli raccontava di ogni cosa le passasse per la mente, da tempo ormai. Erano scritti disordinati, i suoi, spesso specchi compulsivi di un’anima in subbuglio. Come capitoli di un libro che via via, quell’estate, andava delineandosi in maniera sempre più nitida nella sua mente e nella sua vita.
Lui, le rispondeva con altre lettere, creando ulteriori pagine di quel libro, unendo sempre più gli sprazzi che ancora, anche se poco, li tenevano lontani.
Quel pomeriggio, inspirava con un piacere quasi animale il vento che arrivava dal mare. Sul terrazzo di fronte al porto, in un angolo delizioso stretto tra la baia e la chiesa maggiore. C’era fermento nel piccolo paese: era il giorno del santo protettore. Da lontano, giungevano le sirene in festa delle barche in arrivo e la polizia locale si dava da fare per bloccare l’accesso alle auto e arginare, con ordine, le ondate di persone giunte per prendere parte ai festeggiamenti.
Lei se ne stava come a mezz’aria, al di sopra del vociare, dei visi, dei sorrisi. Era in un’altra dimensione e intanto leggeva la sua lettera.
Le capitava spesso di sentirsi altrove, ma non le dispiaceva affatto.
A tratti, una piccola macchia buia e informe si faceva largo nel cielo limpido, oscurando il sole, e poi, rapidamente, se ne andava. Era in quegli attimi che le pareva di respirare più a fondo, quando il calore sulla sua pelle si attenuava per un breve intervallo. Era così, la sua vita: era quando le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, che si permetteva di rifiatare e assaporarle sul serio. Come con il sole, sulla pelle.
“Vediamoci alla spiaggia, quando tutti saranno alla festa. Solo io e te. E lì, lasciami appoggiare il tartufo sulla tua pelle. Come fa Cappuccio.”
(Ecco che era successo un’altra volta. Come aveva fatto, ancora, a leggerle nel pensiero? Come, se l’idea di vedersi, finalmente e con coraggio, si era materializzata nella sua testa solo poche ore prima, al risveglio?)
Nel profondo del suo cuore, non era sicura di essere pronta per quell’incontro - forse non lo sarebbe stata mai - ma sapeva da tempo che il momento sarebbe giunto, prima o poi. Aveva costruito tutto per bene, giorno dopo giorno, nel corso di quell’estate. Nel corso di tutta una vita, probabilmente. Anche prima di rendersene conto. La corrispondenza cartacea era nata con il preciso scopo di arrivare a un punto, una volta schiariti gli orizzonti, e accettarsi, una volta per tutte. Ma un po’ temeva ancora le conseguenze di ciò che sarebbe accaduto, gli occhi diversi con cui chi le viveva a fianco l’avrebbe guardata.
Il cane le stava addosso, come sempre, rassicurante. Buttato a terra, a fianco della sedia, con il muso a ridosso dell’inferriata, ad annusare gli odori che salivano fin lassù, dal porto. Chissà se anche lui era fatto da due Cappuccio che prima o poi si sarebbero riuniti; chissà se non era l’unica, in fondo, a vivere in quel modo.
Forse era stato questo il pensiero che le aveva dato forza, quello che l’aveva spinta a prendere un foglio di carta e la penna, e a scrivere due semplici parole: “Ci sarò”.
Poi, l’aveva piegato con la solita scrupolosità e l’aveva infilato in una busta bianca, chiudendola senza aggiungere altro. Lo stesso aveva fatto con la lettera che lui le aveva scritto, e con entrambe le buste in mano si era diretta al suo armadio, aveva aperto prima la scatola di destra infilando la lettera con l’invito a vedersi e poi quella contenente la sua risposta nella scatola a sinistra. In quel mentre, l’emozione le aveva giocato un brutto scherzo: si era fermata, sospendendo i pensieri a metà, temendo per un attimo di aver invertito i due luoghi, riponendo le buste nella scatola sbagliata. Poi però, qualcosa in fondo alla sua anima aveva alzato la voce; aveva ritrovato sicurezza, dicendosi che, d’ora in poi, ogni pezzo sarebbe comunque stato nel posto giusto.
Era andata in bagno e aveva fatto una lunga doccia fredda; al termine, la pelle le doleva, come se qualcosa fosse finalmente emerso in superficie. Cappuccio l’aveva sentito, quel qualcosa, perché non le staccava il suo tartufo dal corpo, nonostante lo conoscesse praticamente a memoria. Si era gettata sul letto, ancora nuda, e lui con lei. Le si era messo adeso, quasi a ricopiarne le forme, e il suo naso umidiccio aveva disegnato il suo contorno, portandosi dentro il suo nuovo odore. Poi, rinfrancata, si era vestita. I jeans strappati, la canotta bianca, il giubbotto in pelle: abiti senza sesso, che amava indossare per mescolarsi con la moltitudine di umanità che ogni giorno le viveva attorno, con i quali si sentiva più fedele a se stessa e alla sua anima. Senza guardarsi allo specchio era uscita di getto, diretta alla spiaggia, per non avere il tempo di cambiare idea.
Nella testa, le due parole che l’accompagnavano dal risveglio, il naufragio e la salvezza.
L’angolo di mondo a cui era diretta era un luogo temporaneamente interrotto, quel pomeriggio, come un dispositivo sprovvisto di corrente elettrica. La lunga spiaggia disabitata da qualunque forma di vita umana, accorsa in folla alla processione del patrono: quale incredibile coincidenza, nel giorno del santo lei avrebbe infine trovato la sua redenzione. Quanto spazio da riempire, attorno a lei. Quanto orizzonte. Che palcoscenico perfetto, per la sua trasformazione. Sabbia mescolata all’erba. Alberi cresciuti sull’arsura. Cespugli che diventavano nicchie in cui trovare nascondiglio. E il mare sterminato, silenzioso e prezioso testimone.
Aveva inspirato a fondo quel momento, che era la somma di tutto ciò che aveva davanti agli occhi e tutto ciò che teneva dentro al cuore. Si era tolta il giubbotto, lasciando che il sole prendesse la sua pelle, senza darle respiro; aveva camminato in avanti e in indietro, misurando i passi in quella che stava divenendo la sua nuova essenza e confortata dal fatto che iniziava a sentirsi, finalmente, diversa e, soprattutto, a casa come non mai, accolta dal mondo e dalla natura che le stava intorno. Si era fusa con i tronchi abbandonati, palpando la consistenza del legno usurato dal vento, e si era stesa a terra, fondendosi anche con il suolo, tenendo gli occhi chiusi aspettando il suo arrivo. E attimi prima, le era mancato lo spazio dentro, e allora si era tolta la canotta ma si era sentita la pelle stretta, troppo stretta per contenerli entrambi, e ancora i dubbi e la paura avevano avuto il sopravvento sulle sue sensazioni: si era rivestita in fretta, quasi con vergogna, e aveva ripreso a camminare nervosa, in avanti e in indietro, con le mani nelle tasche. Con stupore, vi aveva trovato un sigaro, dentro, senza sapere chi ce l’avesse messo. Poi, aveva compreso, nuovamente, che lui l’aveva preceduta, anche in quello: l’aveva fumato con la felice e instancabile voluttà che contraddistingue le prime volte ma sentendosi dentro la padronanza dei gesti di chi, da sempre, usa farlo; l’aveva ringraziato, come se in fondo a quei respiri di tabacco ci fosse la sua rinnovata anima, più completa.
Pronta, alla fine, aveva ripreso la via verso il mare, quasi in una sfrenata corsa. Disordinata. Esagerata. Lasciando cadere il giubbotto sulla sabbia ma senza darsi il tempo di spogliarsi, entrando vestita, impaziente, perché non poteva più permettersi di perdersi, alla muta ricerca di una definitiva liberazione. Eccola, l’acqua, ecco il freddo sulla pelle. Ecco che respirava più a fondo, per un breve intervallo, come nei suoi momenti preferiti: le cose cessavano momentaneamente di prenderla con la loro furia, e lei rifiatava. E le assaporava.
Dio, che meraviglia quel sentirsi nude e leggere, anche così, anche con i jeans appesantiti dal mare, appiccicati alle gambe. Che meraviglia immergere la testa tra le onde, uscirne con gli occhi sbarrati, brucianti, aperti a nuove prospettive; far gocciolare i capelli lungo il collo incuranti dei brividi, togliersi del tutto i vestiti per offrirsi al mondo, a tutti, a lui, al suo naso che avrebbe potuto annusarla, guardarla, cogliere i suoi nuovi contorni, delineare la sua nuova figura. E a lei, che avrebbe infine potuto accettarsi. E smettere di combattersi.
E poi, immergersi a fondo e tornare a galla, rimanendo sospese. Naufragare insieme, per avere uno scafo più sicuro sul quale compiere il viaggio.
Dio, che meraviglia sentirsi così.
Una volta tornata a casa, gli avrebbe scritto una lettera, l’ultima. Ringraziandolo di essere venuto, di essersi unito a lei, di aver finalmente formato un’unica essenza. Di averla resa compiuta e non più spezzata. Poi, sarebbe andata all’armadio, avrebbe preso la scatola di destra e quella di sinistra, e ne avrebbe riversato il contenuto una dentro all’altra. Mescolandolo con foga, ricreando la confusione dalla quale era nata e che tanto, negli anni, aveva odiato e temuto.
Eccola la pace tanto anelata.
Dio, che meraviglia.


(il progetto fotografico completo a questo link: Boys don't cry

32.jpgph. Ivano Mercanzin tratta da Boys don't cry

RACCONTO: Guanti di velluto di Tania Piazza

date » 15-07-2018 23:30

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Me ne venivo spesso, da adolescente, a camminare lungo questo argine. Ciò che mi attirava qui era il modo in cui la terra, d’un tratto, scende brusca, fino a tramutarsi in fiume. D’inverno – quei lontani inverni erano incredibilmente ricchi di pioggia e l’acqua vi scorreva vociando con grande fragore – era la musica che usciva dal suo letto a tenermi legata a questo luogo. I miei pensieri tristi divenivano improvvisamente troppo timidi e il loro rumore – ciò che di solito, nelle lunghe ore dei pomeriggi dopo la scuola, mi pareva insormontabile da qualunque altra voce – veniva azzerato. L’acqua li ricopriva tutti e io ne gioivo. Ero attorniata da uno spazio sconfinato e potevo starmene con la mente libera, finalmente svuotata.
Ogni volta che ne sentivo il bisogno, ci facevo ritorno: correvo a casa svelta dopo le lezioni, e non parlavo con nessuno lungo la strada, perché non volevo perdere tempo. Mangiavo in silenzio; mamma mi guardava pensierosa e io lo so – ora lo so – quali fossero le sue paure. Non aveva modo di capirmi e credo si sia lentamente consumata negli anni in questa maniera. Ripensando al suo viso costernato, mentre di sottecchi cercava di cogliere un cenno nei miei occhi che le parlasse di quello che avevo dentro, so di averle inflitto la pena più grave: quella di essere assolutamente certa della incurabile tristezza della propria figlia e di essere contemporaneamente consapevole di stare fuori – fuori – dal suo mondo. Senza poter lanciare una corda per provare a salvarla. Credo di averla convinta, nel tempo, di non averne diritto. Da dove mi arrivasse questa certezza, ancora non lo so.
La neve, qui, oggi mi fa pensare alla purezza che ho perduto, a quella che forse non ho mai davvero conosciuto. Quella stessa che rivedo nei giovani volti dei miei figli, ora, quando mi guardano con la speranza negli occhi e l’assurdo, immotivato istinto che li porta a fidarsi di me. Mi pare di essere diventata migliore, nel tempo, ma non so dire perché i loro cuori debbano affidarsi a me in questo modo. Io so di non averlo mai fatto, con mamma, e so per certo di averla uccisa per questo, negli anni. Quando penso a una preghiera, non ci sono parole nella mia testa, né cantici. Solo un’intenzione: quella impressa negli occhi di mamma, quando mi fissava implorandomi di capire. Di lasciare che mi amasse. Di lasciarmi amare, non di amarla: le sarebbe bastato questo, che io mi affidassi a lei. Eccola, l’unica preghiera che conosco, ma che non ho mai praticato.
A volte, di sera, quando ora mi siedo per un attimo in camera a fianco dei loro lettini prima che si addormentino, cerco di riportare lì dentro gli occhi di mia madre. Chiudo i miei, e li stringo forte, perché il ricordo è troppo doloroso, e quando passa porta con sé una grande pena. Qualcosa, non so da dove, esce dalle mie labbra. Parole che parlano di un amore che non so spiegare bene, quello che insegna della vita senza chiedere nulla in cambio, come mia madre. Così, faceva lei. E infatti, non le ho mai dato nulla, in cambio. Nulla. Solo parole insulse, vuote come stanze disabitate. Scarne e senza anima. Oggi, ci provo, lo giuro; voglio, con tutto il cuore di cui sono capace, che i miei figli non diventino come me. Cerco di riportare a memoria quello che mi narrava mamma: io non la ascoltavo, ma qualcosa, da qualche parte nel mio cervello, metteva tutto in un angolo e registrava. Forse capiva la mia inadeguatezza.
E’ il ghiaccio sul terreno, più della neve, a ferirmi dentro stamattina, mentre cammino. Le scarpe fanno rumore e in questo silenzio – lo stesso che ritrovavo qui negli anni della mia adolescenza – prendono un tono grave che assomiglia a delle urla. Mi fermo per un attimo per ritrovare il mio respiro e mi guardo intorno: non c’è anima viva. Nessuno. Il sentiero è delimitato da grandi alberi con lunghi artigli affilati. So che quelli di destra costeggiano il fiume, ne riconosco la voce. Ancora, come allora, il suo canto sovrasta la mia inquietudine: in questo breve, salvifico armistizio temporale, lascio andare la mia mente e pregusto il momento, tra poco o tanto, non so, in cui i miei figli inizieranno a fare tesoro di tutti i piccoli insegnamenti che, ascoltando la voce registrata nella mia mente, sto provando a dar loro. Cerco di visualizzare l’espressione stupita che avrebbe mamma, e la sua incredula felicità nel rendersi conto che qualcuno, finalmente, ha imparato da ciò che aveva seminato. Anche se indirettamente.
Un tramite, ecco cosa sono. Una via da percorrere, per gli altri. Come questo sentiero, che costeggia il fiume. E questi alberi, secchi e svuotati, mani piantate al suolo e artigli rivolti al cielo. Il vento li ha piegati e la loro pelle si è segnata, inaridendosi, ma la terra madre li ha protetti, crescendoli, nonostante tutto. Una terra Madre. In cui far germogliare i propri sogni e le proprie visioni. In cui soffocare la tristezza. Fare spazio – tanto spazio – alla gioia.
Mi pare di potermelo immaginare un sorriso rumoroso, di quelli che hanno una voce squillante che sfida i silenzi. Quelli, vorrei un giorno per i miei figli. Sentirli ridere anche a distanza, anche quando vivranno in altre parti di questa città o del mondo e magari non potrò vederli. Vorrei avere una certezza nel cuore, lieve ma immutabile, come l’acqua di questo fiume: saperli sempre con occhi spalancati che non sfuggono, pronti a trasferire emozioni, a parlarsi nel linguaggio di chi può comprendere a fondo il significato dell’amore. Vorrei poter essere certa che mai, negli anni a venire, avranno la visione di avermi uccisa, lentamente, con la loro insondabilità. Vorrei divenissero terre calpestabili, abitabili, colonizzabili. Avessero un luogo in cui la loro tristezza, quando arriverà, saprà essere calmata, coccolata, accudita, fatta crescere, trasformata. Sarà come questo sentiero, magari, che scorre vicino al suo fiume. E avrà una voce ben definita, che parlerà loro della vita.
(Per un attimo, mi sono fatta trasportare. Ho camminato con i loro passi, sui loro passi. Ho seguito la direzione in cui mi portano questi alberi di velluto scuro, calpestando la neve e il ghiaccio, pensando a mamma, alla mia vita, alla sua, alla loro. Mi sono sentita leggera e piena, per un attimo.)
Alla fine del boschetto, prima del dirupo, una leggera curva fa virare il sentiero verso destra. In quel punto, gli alberi si trasformano, perdendo i rami. Divengono creature preistoriche, mani monche, amputate delle loro estremità più belle. E’ come essere usciti da una galleria: i suoni non rimbombano più, disperdendosi nell’infinito. Sapessi liberare la mia voce qui, potrei ammirarla prendere il volo. La manderei da mamma. Le chiederei se è ancora triste, della mia tristezza. Se magari, nel tempo, non abbia imparato a passare sopra alla mia inquietudine di vivere. Se abbia smesso di farsi una colpa per la mia incapacità di amare. Se ha imparato a perdonarmi e a perdonarsi. Se vuole, per favore, prendersi cura dei miei due gioielli, quei nipoti che adorerebbe e ai quali insegnerebbe a lasciarsi guardare dritto negli occhi, perché attraverso gli occhi passa l’amore, tutto quello che le è rimasto dentro e che io rifiutavo. Se ha smesso di soffrire il mio mondo, al quale non aveva accesso.
Se solo avesse trovato il modo di scardinarlo, quel mondo! Saremmo in quattro ora, qui, a correre e a calpestare la neve e il ghiaccio. Sentirei le risate dei miei due bambini e il suo sorriso rumoroso, che si perdono nell’infinito. E io, chiuderei gli occhi e li terrei stretti, non per il dolore, stavolta, ma per trattenere tutto quello che stanno guardando, con il timore che possa fuggire via, dissolvendosi nel nulla.
Quel nulla che ora, riaprendoli, mi ritrovo davanti. Alberi smembrati, senza più rami, come guanti di velluto scuro a cui abbiano tagliato le dita. Ecco ciò che sono sempre stata: un’anima amputata. Mi fermo per ritrovare la voce del fiume, stavolta, che scorre invisibile ai miei occhi, e lascio che la sua canzone mi riempia le orecchie e gli occhi: voglio essere come gli alberi che lo contornano, non come questi, spezzati a metà. Voglio avere rami che sfiorano le nuvole, su cui far crescere la vita. Voglio poterli far diventare lunghi, quei rami, farli arrivare più in alto possibile, forti e rigogliosi, fino al cielo; e una volta che le mie dita lo toccheranno, l’emozione li farà riempire di foglie, dapprincipio invisibili in mezzo al velluto ma via via sempre più vistose. E forti. Trasporterò, instancabile, la linfa ogni giorno per loro, e dentro di essa ci metterò una grande dose di amore, la più grande di cui sia capace. Cresceranno belle e robuste, le mie foglie. Come i miei figli.
E loro, un giorno, quando ne sentiranno il bisogno e andranno a cercar ristoro nel luogo prediletto, si perderanno ad ammirare gli alberi; e la loro tristezza, quando arriverà, verrà calmata, coccolata, accudita, trasformata. Proprio come è successo a me.

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L' albero e il cielo

date » 17-06-2018 17:31

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Che gioia per gli occhi incontrare questo tuo scatto Ivano!
Il cielo con quei toni di grigio fantastici è di una tale profondità da comprendere come l'albero stia crescendo per raggiungerne la luce. Un fiotto di luce come di sangue emerge da quell'impalpabile atmosfera, tutto appare come fissato per sempre nel tempo e nello spazio in una fotografia dove la scrittura della luce si impossessa del fascino emesso dagli elementi che ne fanno parte. L'albero è sottile, apparentemente in balia degli elementi atmosferici eppure emana una tale forza, come diceva San Francesco "robustoso e forte" ma parlando del fuoco e non di un sottile, giovane albero. Quello stesso fuoco che trovo nella sua crescita, nei rami che ricamano le loro dita nell'aria come fanno i bambini appena nati nella culla giocando con i loro primi respiri. Il primo respiro di un albero che crescerà, resisterà, diventerà sempre più forte e conquisterà con la sua chioma il suo spazio di cielo e di luce. Stupendo bianco e nero, sai come declinare questo genere in mille modi diversi emozinando sempre.
(Paola Palmaroli)
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