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Omaggio a Carlo Carrà

date » 07-06-2021 21:01

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tags » mare, cielo, pellestrina, venezia, omaggio a carlo carrà,

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Autore: Ivano Mercanzin
Sezione: Prospettive
Selezione: Paola Palmaro
Motivazione:
Uno scorcio elegantemente composto dove il mare si fonde con lo spazio di una quotidianità che tenta di riappropriarsi della sua armonia ordinaria ed avvolgente proprio per la sua ripetitività. La panchina pronta ad accogliere i viaggiatori della sera o del mattino, il lampione che pare voler imitare un faro attirando non le navi verso i porti ma le nostre anime verso quel che resta delle stagioni e del tempo presente. L'assenza in questo scatto è ancora più impregnata della presenza di coloro che attendono di far parte della quotidianità così come il tempo vorrebbe riprendere a scandire i loro gesti, le loro abitudini di vita. L'orizzonte non è mai stato così vicino allo sguardo del fotografo, il cielo attinge il respiro del mondo da quella sospensione del tempo che ha reso ancora più intenso il bisogno di riprendere il cammino dei giorni e delle notti. Bellissima visione Ivano, riesci sempre a raccontare gli umori del presente con un'eleganza ed una grazia narrativa che ti sono proprie.
Paola Palmaro

Il pescatore

date » 07-06-2021 20:58

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tags » pellestrina, venezia, mare, cielo, nuvole, pescatore, pesca, rete,

Ivano_Mercanzin_Pellestrina_2021_44.jpg

Autore: Ivano Mercanzin
Sezione: Sound of Silence
Selezione: Paola Palmaro
Motivazione:
La scena è pervasa da una forza e da una calma cui le onde del mare, i gesti dell'uomo, i resti di una mareggiata adagiati come se fossero sfiniti dal viaggio compiuto, riescono a comunicare quelle vibrazioni che consentono all'anima di godersi un silenzio innaturale ed affascinante.
Quella voce che ti fa rimanere in religioso silenzio di fronte al ritmo naturale dei giorni, ai gesti scolpiti dalle abitudini, ai resti di un viaggio che ha portato degli alberi a cercare le loro ultime radici sulla riva mai smarrita dalle correnti dei mari.
Una serenità che si sente a fior di pelle, un'armonia quasi surreale eppure ancor più tangibile per quel flusso ininterrotto di emozioni che tutti gli elementi della scena riescono a far confluire nello scatto.
Non ci sono solo i resti di un pasto che il tempo ha reso digeribile e la natura ha consumato voracemente, la spiaggia è un concentrato di caos calmo e di una consapevolezza verso il succedersi della vita e della morte da far risuonare la voce di un silenzio arcaico e carico di valenze simboliche.

Solo Amore

1_COPERTINA__IM___.jpeg3_SIRENA__IM__.jpg5.NOSTALGIA__IM_.jpeg4.EURIDICE__IM_.jpeg7_INSIEME__IM_.jpeg8.VENERE_MEDITERRANEA__IM_.jpg9.DUBBIO_E_MISTERO__IM__.jpg12.FUOCO__IM__.jpeg10._IL_SENSO_DEL_TEMPO__IM__.jpeg13..CUORE_DI_NEBBIA__IM__.jpg14..ELOGIO_DI_PALINURO__IM__.jpgIvano_Mercanzin.jpg

Solo Amore
poesie di Raffaele Luise
fotografie di Ivano Mercanzin
editore:Intermedia Edizioni

per acquistare il libro


Prologo

“Solo Amore” è un titolo polisemico, evocativo di intuizioni che da una parte toccano l’intraducibile e più profonda esperienza personale di ciascuno di noi, ma dall’altra ne dilatano enormemente lo spazio, fino ad abbracciare il mare (che è figura del Cosmo), la donna (che è la quintessenza dell’Amore), e Dio (che è la fonte e l’approdo dell’Amore).
Che l’Amore sia polisemico lo dicono i diversi nomi che lo designano nelle varie lingue, e che i greci chiamarono: eros o l’amore sensuale, filia o l’amore di amicizia, e agape o l’amore fraterno, caritatevole. Sono forme strettamente interrelate fra di loro, ma è eros che dà il sapore ad ogni forma di amore!
Come corpo, mente e anima sono plasmati della stessa argilla, così il mondo, l’uomo e Dio sono legati da infiniti legami invisibili d’Amore. Al punto, che possiamo dire che questi tre amori, alla donna, al mare e a Dio, vivono misteriosamente nello stesso respiro.
Chi è innamorato di una donna, e per lui lei è la “donna del mare”, la sua Musa, sente immediatamente dilatarsi lo sguardo del cuore e della mente al mondo, e percepisce che le finestre dell’anima si aprono a quella luce miseriosa, più pura e diafana, che chiamiamo Dio. L’esperienza autentica dell’amore – quella che dice: “per sempre”- è insomma esperienza divina, che ci eterna.
Ma l’Amore è polisemico, in primo luogo, perchè la sua sostanza è quella del fuoco, della passione, della follia. E in quanto tale, rappresenta fedelmente la nostra natura, perché noi siamo portatori del fuoco, siamo sentimento, amicizia, e passione fino alla follia.
Gli innamorati conoscono bene questa follia, che ha le sue radici nella natura “ambivalente”, “bifronte” dell’Amore, che Ovidio ha espresso perfettamente nel verso immortale: “Nec tecum nec sine te vivere possum”: il calore che fonde, e, allo stesso tempo, la distanza che separa!
“Io t’ho amato sempre, non t’ ho amato mai”, canta Fabrizio de André.
È questo l’irriducibile “tormento” dell’Amore (sempre presente anche se in forme diverse, sia nella fase dell’innamoramento che in quello dell’amore ormai istituzionalizzato) che esprime il dinamismo costitutivo di Eros, quel misterioso impasto di luce e di ombra che l’attraversa, e che svela nelle sue profondità la polarità ineludibile di Amore e Morte. E qui vorrei ricordare che, non a caso, Afrodite, la dea dell’Amore, era venerata nei tempi arcaici anche come dea della Morte.
Il titolo, “anch’esso bifronte”, vuole attingere proprio questo conturbante mistero. Esso si può leggere, come è scritto, “Solo Amore”, oppure, specularmente, “Amore Solo”.
“Solo Amore” vuol dire che soltanto l’Amore conta, l’amore personale e cosmico allo stesso tempo, perché esso è il ritmo e il respiro stesso della vita.
“Amore Solo” significa, invece, che anche l’Amore è solo, e questo va inteso in un’accezione vastissima, che va dal desiderio umanissimo degli amanti di stare da soli, all’estrema frontiera dove, nonostante l’Amore in sè sia purissima relazione, anche l’umanità, lo stesso Cosmo e addirittura Dio possono fare l’esperienza di una solitudine vertiginosa e priva di parole per essere detta.
La stessa fonte dell’Amore, Dio, è solo senza gli uomini, e senza la Creazione!
Per non parlare, poi, guardando al perimetro del nostro mondo, ai tanti amori avversati e negati, per i più fantasiosi motivi, vuoi che siano omosessuali o che leghino persone di censo, religione, cultura e pelle differente.
Ma, il titolo, letto nella sua interezza, vuole in realtà affermare proprio questo: che nessun amore è sbagliato. Sbagliate sono le leggi, i costumi, lo stato della nostra civiltà.
Ma questa affermazione decisiva, ancora una volta, può essere fatta solo dalla poesia, questa più sapiente ermeneutica della Realtà.

Donna del mare

Torna, torna amore

a donarmi quel frutto

nell’azzurro cielo di Creta,
lungo coste che portano la felicità.
Torna a ballare con me il sirtaki,
seduti al tavolo di quella taverna
sul mare di Triopetra.

La luna quasi si immergeva nell’acqua
e il vento tra le tamerici

ci ubriacava di profumi.

Portavi un abito lungo
comprato su una bancarella

ma eri una dea

luminosa e bella

Come la vita sognata.

Mi manchi donna del mare.

Sirena

Come luna che sorge

nel cuore del sole,

mi venisti incontro

in un mare di cobalto,
una mattina d’estate.
Sospesi tra cielo e terra
in un abbraccio equoreo.
Com’era leggero allora il mondo
e sorridente la vita.

Tu eri quel sorriso.

Ero andato lontano
a perdermi nell’immensità marina,
pulsante di risonanze cosmiche.

Il sale e il sole
mi colavano dai capelli sugli occhi.
Mi ero fermato,

per riprendere fiato

e trattenere quel momento perfetto.
E d’un tratto
ti vidi,
nuotare incontro a me.

Soli nel mare

come astri persi nel firmamento.
La crocchia dei tuoi capelli

Il tuo timone.

Mi guardavi felice,
e il tuo sorriso

di sole impastato di luna
esplose nella mia carne

con il fragore
di una nuova nascita.

Anche il mio cuore

allora

divenne mare.

Postfazione

di Isabella Gambini, editore

“Solo amore” intensa e profonda raccolta poetica di Raffaele Luise ricama una delicata tessitura fra mare, terra e cielo. Nella prima parte è l’acqua a condurre le danze del sentire poetico, accompagnandone l’immersione emozionale. Il poeta accoglie dentro di sé l’immensità marina; il cuore diventa acqua, la vita una trama d’onde. E come i flutti nella risacca, il sentimento avanza, si infrange e ritorna, perché sempre si torna/per ripartire. Il Mediterraneo resta una presenza dilatata, continua e sconfinata, famigliare e impenetrabile; guida la forza arcana di una navigazione dell’anima, espletando la funzione maieutica che spinge la passione a farsi parola. In questo sentire fluido, l’amore non può che avere le fattezze e lo sguardo acquoreo di una donna del mare, una musa che conduce gli approdi e i naufragi del cuore. Se la distesa del Mediterraneo ha il potere di richiamare l’arcana evocazione del mito, l’immersione nel profondo può però anche manifestarsi come una discesa infera, nella quale il poeta, come Orfeo, vaga alla disperata ricerca di una Euridice smarrita in un regno oscuro. E sempre il naufragio si fa metafora dell’erranza dell’anima, che nella lenta deriva trova la
consolazione del perdersi nel mistero di Dio.
Nella seconda parte della raccolta ha luogo l’approdo, ed è la terra a reclamare il canto. Anche le parole si fanno più solide, corporee, per trasformarsi in narrazione e dare voce alla materia, allargando lo sguardo fra cielo, terra e acqua. Ma anche questo mondo più definito è sempre esplorato con sguardo diafano, attraverso un alfabeto di stimoli e suggestioni. Come in un cantico che rivela che ogni cosa è sacra, e può confidare il suo intimo segreto a chi sappia mettersi in ascolto. È in questa percezione di parole segrete che diventa possibile sentire Dio, come una vibrazione a cui abbandonarsi, una rivelazione del Creatore attraverso la sua creatura, nel respiro condiviso di spirito e materia.
E così, anche la poesia rimane impigliata, come il cuore, nella magica fusione di tempo ed eternità.

L’Autore

Raffaele Luise è il Decano dei Vaticanisti della Rai, dove ha lavorato come Inviato Speciale per più di trent’anni, seguendo in Italia e nel mondo i pontificati di Giovanni Paolo II, di Benedetto XVI e i primi anni di quello di Francesco. Ha, in diverse occasioni, intervistato i tre Pontefici.
È stato Inviato di guerra, sui fronti più drammatici del mondo, nel trapasso tra fine del Novecento e primi anni del Duemila: in Somalia, in Iraq e a Sarajevo. Tra i massimi esperti del Dialogo interreligioso e interculturale, ha promosso numerosi Convegni sul tema e svolto docenze in diverse Università italiane.
Ha insegnato Giornalismo televisivo presso l’ Università Lumsa di Roma.
È autore di: L’ecumenismo da Basilea a Seul, in Quaderni del Circolo Rosselli (1991); I tre Monoteismi in dialogo, in Quaderni del Circolo Rosselli (1992), editi da Franco Angeli.
La visione di un monaco. Il futuro della fede e della chiesa nel colloquio con Benedetto Calati (2000), bestseller dell’editoria cattolica; Cenacoli di resistenza. Quando i contemplativi delle diverse religioni del mondo pregano per la pace (2004); Dubbio
e Mistero: a colloquio con Norberto Bobbio, (2006), l’ultima intervista rilasciata dal grande Intellettuale; Chiedi alla sabbia. Sulle tracce di Charles de Foucauld (2007), editi da Cittadella Editrice.
Raimon Panikkar. Profeta del dopodomani (2011); Con le periferie nel cuore (2014), editi da Edizioni San Paolo. Testimone della misericordia. Il mio viaggio con Francesco. Conversazioni con Raffaele Luise, Walter Kasper e Raffaele Luise (2015), Garzanti, tradotto in quattro lingue. Diversi altri Scritti sono apparsi in volumi collettanei.
Solo Amore è il suo approdo poetico.
È autore del blog VaticanoMondo, www.vaticanomondo. co

Fotografie di Ivano Mercanzin

Ivano Mercanzin studia disegno e pittura, partecipa a concorsi di poesia ricevendo premi e menzioni.
La lettura di autori classici e contemporanei accompagna il suo percorso mentre lo studio dei pittori e scultori moderni e contemporanei completa la sua formazione. Come un’illuminazione ecco arrivare nel 2012, “La Fotografia”.
Venezia, Terra Madre, The Face (s) of NYC, Coney Island, Fornace Venini, 21 grammi, Boys don’t cry, Lio Piccolo sono alcuni dei suoi progetti esposti in numerose città: Vicenza, Verona, Venezia, Bologna, Padova, Bruxelles, Dublino, Tirana, Costa Azzurra, Marsiglia, New York.

Calligrafie di Coney Island di Petra Casotto

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Un incontro di Ivano Mercanzin

Passeggiavo in un storica stamperia di Vicenza (Stamperia d’Arte Busato) per alcuni scatti di questo luogo magico e sospeso nel tempo, con ancora un’artigianalità artistica e una cura del dettaglio come nel passato, ma con uno sguardo a molti artisti contemporanei, quando mi sono imbattuto in Petra Casotto che stava spiegando l’arte della “calligrafia” alle persone presenti.

Mi sono incantato ad osservare alcune sue opere e ne sono rimasto affascinato. Libri, libriccini, agende, diari , segnalibro, cartoline per tutte le occasioni e rigorosamente fatti a mano ed esclusivi.

In particolare mi ha colpito il libro di un un suo viaggio in Islanda in cui alcune foto erano stampate su carta pregiata, orientale, mi sembra, con la copertina decorata con alcuni suoi disegni ma soprattutto vi erano i testi scritti con una calligrafia originalissima che diventava essa stessa un’opera d’arte.

In quel momento non l’ho disturbata ma poi a casa ci ho pensato e l’ho contatta proponendole un progetto insieme con le mie foto di Coney Island a cui ha aderito fin da subito.

Qui un’ anteprima di alcuni libri da lei realizzati con le mie foto e con i miei testi di Coney Island reinterpretati da Petra che con i suoi disegni e le sue personalissime calligrafie ha creato delle vere e proprie opere d’arte uniche ed esclusive e del tutto personalissime.

I libri, le tavole, i diari, le agende e altro saranno esposte in varie fiere dell’arte (appena sarà possibile) insieme alle mie foto e l’organizzazione è stata affidata in esclusiva alla galleria internazionale

CONTEXT ART GALLERY che trovate a questo link

Mentre il progetto fotografico completo lo trovate qui: (Ivano Mercanzin – Coney Island)

mentre altri lavori di Petra Casotto sono qui.

Qualcosa di lei:

“Carta ed Inchiostro sono i protagonisti della mia ricerca espressiva. Adoro la carta e la sua estrema versatilità: ciò che si può creare con questa materia e ciò che si può scrivere e disegnare su di essa. Il mio percorso artistico inizia nel 2006 alla Bottega del Tintoretto a Venezia, dove seguo nel tempo i Corsi di Disegno, Incisione e Stampa d’arte con i maestri Roberto Mazzetto, Sara Flores Vio e Florence Faval. Da qualche anno mi sono appassionata allo studio approfondito della Calligrafia formale ed espressiva. Ciò che creo nasce dal desiderio autentico di dare spazio a quello che ho imparato e alle mie emozioni più profonde, riscoprendo il valore e l’unicità di ciò che viene scritto e realizzato rigorosamente a mano.

TESTI di Ivano Mercanzin tratti dall'intervista a Witness Journal che trovate completa qui

“A Coney Island mi sono ritrovato in un mondo surreale, come all’interno di una favola in bianco e nero. Il non colore che sembra poesia con mille sfumature nei toni del grigio. E’ silenzio, assenza di rumore se non quello del mare, un naturale suono che culla la mente e accompagna i pensieri lasciandoli fluire senza interruzione, finalmente liberi di vagare.”

“E’ silenzio, assenza di rumore se non quello del mare, un naturale suono che culla la mente e accompagna i pensieri lasciandoli fluire senza interruzione, finalmente liberi di vagare.”

“Le foto raccontano storie e mondi altrui ma nel profondo, è la tua anima che si svela.

“Sento i profumi, i colori, i silenzi. Cerco di fiutare l’aria lasciando libere le mie emozioni. La macchina fotografica come un prolungamento delle mia anima.

“Sento i profumi, i colori, i silenzi. Cerco di fiutare l’aria lasciando libere le mie emozioni. La macchina fotografica come un prolungamento delle mia anima.”

“Le foto raccontano storie e mondi altrui ma nel profondo, è la tua anima che si svela.”

“La fotografia non deve rappresentare ogni cosa anzi deve togliere il più possibile, lasciando solo pochi elementi sparsi che possano essere carpiti ed interpretati dall’osservatore. Egli costruirà un racconto personale e lo completerà con il proprio vissuto, con le emozioni e con il proprio sguardo interiore.”

“Sento i profumi, i colori, i silenzi. Cerco di fiutare l’aria lasciando libere le mie emozioni. La macchina fotografica come un prolungamento delle mia anima.”

“Il mio è un racconto lieve, leggero, quasi impalpabile. Il bianco ed il nero descrivono tutto questo con delicatezza, in modo poetico, senza contrasti.

Lontananze, figure appena abbozzate, a volte perse tra la nebbia, mai vicine, come sospese in un paesaggio surreale. Osservando i miei scatti mi piace definire la mia Coney Island il luna park dell’anima”.

“A Coney Island mi sono ritrovato in un mondo surreale, come all’interno di una favola in bianco e nero. Il non colore che sembra poesia con mille sfumature nei toni del grigio. E’ silenzio, assenza di rumore se non quello del mare, un naturale suono che culla la mente e accompagna i pensieri lasciandoli fluire senza interruzione, finalmente liberi di vagare.”

Un incontro di Petra Casotto

Un incontro casuale e una sensazione che prometteva… così nasce questa speciale collaborazione. L’idea è quella di unire immagini e parole: fotografie e racconti di viaggio.

Per il lavoro ho utilizzato della carta pregiata orientale sulla quale ho trasferito le fotografie utilizzando un semplice medium acrilico. Sulle fotografie così trasferite ho poi scritto liberamente i testi. Ad ogni fotografia è stato abbinato un testo diverso ed una scrittura diversa. Il punto di partenza è la Scrittura Italica corsiva, diffusasi in Italia nel 1400, nella sua versione più formale. Ho creato poi alcune variazioni personali più espressive, modificando la qualità del segno, la forma delle lettere ed il ritmo della scrittura.

Tavole

Formato 45x60cm

Inchiostro Sumi su carta artigianale orientale Hokosawa

Libri

Formato – libro chiuso – 20×20 cm

Inchiostro Sumi su carta Arches e su carta artigianale orientale Hokosawa

INTERVISTA: vernice.artmagazine 2019

date » 04-08-2019 12:03

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tags » ivano.mercanzin@gmail.com, vernice art magazine, intervista,

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INTERVISTA DI VERNICE-ART MAGAZINE

COSA TI HA PORTATO A DIVENTARE UN’ARTISTA? COME E’ INIZIATO IL TUTTO?
Vi ringrazio di questa definizione che mi sembra alquanto altisonante. Mi sento un racconta-storie, cerco almeno di esserlo anche perché mi sono reso conto che è un valido strumento per conoscere meglio se stessi e le persone che ti stanno intorno. La rappresentazione in immagini, come qualsiasi altra arte, ti porta inevitabilmente a entrare nel profondo, a scandagliare i recessi della tua anima, a entrare in sintonia con i livelli più profondi del tuo sentire. Tutto ciò poi emerge nell’osservatore delle tue immagini che rimane coinvolto emozionalmente grazie alla forza evocativa della fotografia.
E’ iniziato tutto apparentemente per caso solo nel 2012, ma in maniera prepotente dato che non trascorre giorno che non faccia qualcosa che abbia a che fare con la fotografia, scattare, leggere, documentarmi, studiare, stampare libri, scrivere di fotografia e curare le collaborazioni con scrittori, poeti, performer e altri artisti.
Ritengo che la fotografia sia, di fatto, il mio linguaggio espressivo che più di altri è riuscito a far breccia in me. Sono partito, infatti, con il conoscere e approfondire la letteratura, la poesia, la pittura e la scultura e sentivo la necessità di esprimermi in maniera “artistica” e così per caso ho acquistato una macchina fotografica e ho cominciato a usarla sorprendendomi del fatto che piano piano stava diventando un nuovo linguaggio che racchiudeva in se tutte le mie passioni.

What has you taken to become an artist? How has it all started?
I thank you for this definition, which seems to me to be quite high-sounding. I feel like a story-telling, at least I try to be one because I realized that it is a valid tool to learn more about yourself and the people around you. The representation in images, like any other art, inevitably leads you to enter into the depths, to probe the recesses of your soul, to tune into the deeper levels of your feeling. All this then emerges in the viewer of your images who remains emotionally involved thanks to the evocative power of photography. It all started apparently by chance only in 2012, but in an overbearing way since it does not spend a day that does not do something that has to do with photography, take, read, document, study, print books, write about photography and take care of collaborations with writers, poets, performers and other artists. I believe that photography is, in fact, my expressive language that more than others has managed to break through in me. In fact, I started learning about literature, poetry, painting and sculpture and I felt the need to express myself in an "artistic" way, and so by chance I bought a camera and started using it surprisingly that slowly it was becoming a new language that contained all my passions”.

QUAL E’ LA TUA PIU’ GRANDE FONTE DI ISPIRAZIONE?
Mi reputo molto fortunato perché la passione per le arti in genere, come ho scritto in precedenza, mi ha sempre accompagnato e questo meraviglioso mondo influenza di continuo la mia sensibilità facendo emergere la necessità di esteriorizzare le mie emozioni attraverso la fotografia. Ecco quindi che le fonti d’ispirazione, le cerco all’esterno, tra la gente, nei paesaggi, nei dettagli anche i più insignificanti, nel poco e nel minimo. Spesso le mie fotografie hanno pochi dettagli, sono essenziali, non c’è mai caos o confusione, ci sono pochi elementi, cerco di “togliere” il più possibile in modo che sia l’osservatore a comporre l’immagine in base ai suoi ricordi, alla sua memoria. In questo caso avviene quello strano fenomeno, quasi di transfer, tra le tue emozioni e quelle dell’osservatore, anche se non lo conosci e non sa nulla di te. E qui risiede la grande importanza della fotografia, la sua forza evocativa che travalica tempo e spazio.

What is your most great source of inspiration?
I consider myself very fortunate because the passion for the arts in general, as I wrote earlier, has always accompanied me and this wonderful world continually influences my sensitivity by bringing out the need to externalize my emotions through photography. Here, then, that the sources of inspiration, I look for outside, among the people, in the landscapes, in the details even the most insignificant, in the little and the minimum. Often my photographs have few details, they are essential, there is never chaos or confusion, there are few elements, I try to "remove" as much as possible so that the viewer is able to compose the image based on his memories , to his memory. In this case the strange phenomenon, almost of transfer, takes place between your emotions and those of the observer, even if you don't know him and he knows nothing about you. And here lies the great importance of photography, its evocative power that transcends time and space”.

RACCONTACI DI PIU’ RIGUARDO IL TUO PROCESSO CREATIVO
Ansel Adams ha ben sintetizzato questo concetto con uno dei suoi più famosi aforismi: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica, tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato.”
Ecco quindi che le “contaminazioni” artistiche diventano fondamentali alla realizzazione dei miei progetti fotografici. E in ogni istante, dalla visione iniziale, allo scatto, alle elaborazioni successive e all’editing finale tutto ciò viene filtrato dal mio vissuto e diventa la “mia” fotografia. Ritengo che solo attraverso questo processo interiore si riesca a realizzare immagini che contengano in sé delle emozioni.

Tell us more about your creative process
Ansel Adams has well summarized this concept with one of his most famous aphorisms: "You don't just take a photograph with a camera, you put in the photo all the images you saw, the books you read, the music you heard and the people you loved. " Thus the artistic "contaminations" become fundamental to the realization of my photographic projects. And in every moment, from the initial vision, to the shot, to the subsequent elaborations and to the final editing, all this is filtered by my experience and becomes "my" photography. I believe that it is only through this inner process that we are able to create images that contain emotions in themselves

QUAL E’ IL TUO ARTISTA PREFERITO DI TUTTI I TEMPI E PERCHE’?
Tra i miei preferiti Francesca Woodman, Helmut Newton, Robert Mapplethorpe, Daido Moryama, Todd Hido, Alex Webb e molti altri. Come vedi stili diversi tra loro e anche per qualcuno molto lontani dal mio genere fotografico. Ma per questo mi affascinano perché sento sempre la necessità e la curiosità di sperimentare nuovi linguaggi espressivi e di mettermi in discussione, partendo da zero.

What is your favorite artist of all times and why?
My favorites include Francesca Woodman, Helmut Newton, Robert Mapplethorpe, Daido Moryama, Todd Hido, Alex Webb and many others. How do you see different styles between them and also for someone very far from my photographic genre. But for this reason they fascinate me because I always feel the need and curiosity to experiment with new expressive languages and to question myself, starting from scratch”

COSA TI PIACE FARE QUANDO NON STAI FOTOGRAFANDO?
Come già detto prima la fotografia, occupa un posto importante nella mia vita e il tempo che le dedico è quasi tutto il mio tempo libero. In alternativa ascolto musica di vario genere, jazz in prevalenza, leggo poesie, qualche racconto, studio i fotografi famosi, guardo film d’autore. Tutti stimoli che poi sento che mi arricchiscono spiritualmente e mi permettono di raccontare in fotografia le “mie” storie.

What you like to do when you are not photographing?
As I said before, photography occupies an important place in my life and my time is almost all my free time. Alternatively, I listen to music of various kinds, mostly jazz, I read poems, a few stories, study famous photographers, watch author films. All stimuli that I then feel that enrich me spiritually and allow me to tell "my" stories in photography”.

QUAL E’ LA PIU’ GRANDE SFIDA IN CUI TI SEI IMBATTUTO COME ARTISTA?
Comprendere che non devi soffermarti e sposare un solo genere fotografico, ma aprire la mente e lasciare che il flusso della creatività scorra liberamente. Mi è capitato, infatti, che nella stessa settimana abbia sperimentato la lontananza e la vicinanza con le persone con due progetti completamenti diversi tra loro. Nel 2015 ero a NY per la mia prima mostra, “Venezia Visioni e Illusioni” e la galleria si trovava a Manhattan. Ogni giorno mi spostavo dal Queens, dove alloggiavo, a Manhattan e mi sono accorto in quel momento che mi affascinavano le persone nella subway e dintorni. Ho cominciato a scattare per cercare di cogliere le emozioni di quei brevi momenti di contatto tra me e loro e ne è uscito il racconto “The face (s) of NYC”, visi e corpi molto ravvicinati nella loro quotidianità (scattavo senza farmi notare tenendo la macchina appesa ma mai davanti agli occhi). Sempre lo stesso periodo, un altro racconto, “Coney Island” completamente diverso: un luna park a dicembre chiuso con pochissime persone che passeggiavano in questo luogo deserto e desolato. La spiaggia e l’oceano a fare da cornice. Quasi un paesaggio onirico completamente diverso da “The Face” eppure affascinante, poetico e come sospesa in un’atmosfera surreale, l’ho definito il Luna Park dell’anima.

What is the largest challenge in which you have been understanded as an artist?
Understand that you must not dwell and marry a single photographic genre, but open your mind and let the flow of creativity flow freely. It happened to me, in fact, that in the same week he experienced the distance and closeness with people with two completely different projects. In 2015 I was in NY for my first show, "Venezia Visioni e Illusioni" and the gallery was in Manhattan. Every day I moved from Queens, where I was staying, to Manhattan and I realized at that moment that people in the subway and surroundings fascinated me. I started shooting to try to capture the emotions of those brief moments of contact between me and them and the story “The face (s) of NYC” came out, faces and bodies very close in their everyday life (I shot without letting myself be noticed holding the car hanging but never before the eyes). Always the same period, another story, "Coney Island" completely different: a funfair in December closed with very few people walking in this deserted and desolate place. The beach and the ocean are the setting. Almost a dreamlike landscape completely different from "The Face" and yet fascinating, poetic and suspended in a surreal atmosphere, I called it the amusement park of the soul”.

CHE TIPO DI CONSIGLIO DARESTI AD UN ARTISTA EMERGENTE, NUOVO NEL MONDO DELLA SCENA ARTISTICA?
Di stimolare la creatività e la sensibilità aderendo a tutte le iniziative “artistiche” possibili lasciando aperta la mente a provare nuove esperienze culturali, interagendo con le persone con cui si viene a contatto e poi disciplina e impegno e crescere in caso di sconfitte per avere nuovi stimoli. Poi il resto viene da sé, con questo esercizio di sensibilità la fotografia arriva da sola, anzi è lei che si fa avanti, ti si presenta e tu non devi fare altro che scattare, perché il processo di creazione si era già formato dentro di te.

What kind of advice would you give to an emerging artist, new in the world of artistic scene?
To stimulate creativity and sensitivity by adhering to all the "artistic" initiatives possible, leaving the mind open to try new cultural experiences, interacting with the people you come in contact with and then discipline and commitment and grow in case of defeats to have new ones stimuli. Then the rest comes by itself, with this exercise of sensitivity, photography comes by itself, on the contrary, it is she who comes forward, presents herself to you and you don't have to do anything else but shoot, because the creation process was already formed inside you”.

QUAL E’ IL TUO SOGNO PIU’ GRANDE?
A dire il vero mi sembra già di vivere un sogno, grazie alla fotografia che mi sta dando sempre più soddisfazioni. Mi offre anche nuove opportunità e “contaminazioni” sorprendenti, per esempio una collaborazione con una scrittrice che ispirandosi alle mie foto ha scritto alcuni racconti pubblicati in un libro, un editore che mi ha chiesto delle foto inedite per una raccolta di poesie poi diventate un libro, un’artista-performer con la quale stiamo facendo un lavoro molto interessante sull’Anima Manifesta, una allegoria dell’anima selvaggia, una galleria d’arte che mi ha commissionato un lavoro molto interessante sulla reinterpretazione di oggetti comuni che attraverso la fotografia assurgono ad opere d’arte. E chissà che altro ancora…

What is your largest dream?
To tell the truth it seems to me already to live a dream, thanks to the photography that is giving me more and more satisfactions. He also offers me new opportunities and surprising "contaminations", for example a collaboration with a writer who, inspired by my photos, wrote some stories published in a book, a publisher who asked me for unpublished photos for a collection of poems and then became a book , an artist-performer with whom we are doing a very interesting work on the Soul Manifesta, an allegory of the wild soul, an art gallery that commissioned me a very interesting work on the reinterpretation of common objects that through photography rise to works of art. And who knows what else “.

Bio
Ivano Mercanzin vive a Montecchio Maggiore(VI), studia disegno e pittura con il maestro Vincenzo Ursoleo, partecipa a concorsi di poesia ricevendo premi e menzioni. La lettura di autori classici e contemporanei accompagnano il suo percorso e lo studio e le mostre di grandi pittori e scultori moderni e contemporanei completano la sua formazione. Come un'illuminazione ecco arrivare il 2011, quando esplode dentro di lui " La Fotografia" e il 31.12.11 l'acquisto della prima macchina digitale.
Osserva, filtra, cristallizza e come un alchimista le immagini fuoriescono prepotenti e invadono lo spazio librandosi negli anfratti della memoria. Venezia, Terra Madre, The Face(s)of NYC, Coney Island, Fornace Venini,21 grammi, Boys don't cry, Lio Piccolo sono alcuni dei suoi progetti.

Ivano Mercanzin lives in Montecchio Maggiore (VI), studies drawing and painting with the maestro Vincenzo Ursoleo, participates in poetry competitions receiving prizes and mentions. The reading of classical and contemporary authors accompany his journey and the study and exhibitions of great modern and contemporary painters and sculptors complete his training. As an illumination, 2011 arrives, when "La Fotografia" explodes inside him and on 31.12.11 the purchase of the first digital camera. Observe, filter, crystallize and as an alchemist the images come out overbearing and invade the space hovering in the recesses of memory. Venice, Terra Madre, The Face (s) of NYC, Coney Island, Fornace Venini, 21 grams, Boys don't cry, Lio Piccolo are some of his projects.

http://picdeer.com/vernice.artmagazine




Lio Piccolo

date » 16-06-2019 07:46

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tags » poesia, poesie, lieto colle, lio piccolo, lino roncali, fotografie,

0e76464a_055f_432e_b7f7_0f42cd4bf4c1.jpg7dba0303_148a_4b77_952e_41a4e0182c90.jpg68f53eb2_98ac_40fc_8c0c_ec22106bc463.jpg4b508e3b_f51e_4dbc_8334_9cd5334d2a7e.jpg4de26aac_b421_4367_8149_a88ade59525d.jpga2ccc4a1_91c4_4cf3_bc67_65e8d4e6c241.jpg92ba4427_77f0_407d_b0b3_db51a2fe1558.jpgd4533423_a30a_4ad0_b09f_107c875056d2.jpga5b5113a_1a10_45c0_a85a_7651439794b2.JPGb84d138e_5985_4105_993b_eee2e77f501a.jpg

Lio Piccolo
poesie di Lino Roncali
immagini di Ivano Mercanzin
collana soloventi
editore LietoColle

A questo link il progetto fotografico completo

per acquistare il libro


INTRODUZIONE DI GIAN MARIO VILLALTA

Un lido dell'io

Lino Roncali ha scritto, serbato, riscritto queste poesie per un tempo lungo abbastanza per far sì che diventino parte della memoria, e non soltanto resoconto dell'esperienza. Per questo hanno il sapore di un vissuto che non è solo incontro con un luogo e sorpresa per la sua unicità.
Nella nostra esistenza attuale, che ci invita al turismo (sotto ogni suo aspetto), spesso è fastidiosa la presunzione che un altrove sia sufficiente a parlare di sé in quella forma dell'interrogazione, che è propria della poesia, dove l'io è chiamato a restituire all'esperienza una voce non effimera, radicata nel tempo.
Una voce ferma e disarmata, ironica senza darlo troppo a vedere, nostalgica ma di una nostalgia epurata di ogni sentimentalismo è quella che incontriamo in questi componimenti. E ben corrisponde alle immagini che la accompagnano, di Ivano Mercanzin, che fruttano un gioco di parole esplicito con il toponimo di riferimento: Lio piccolo e L'io piccolo, parola e immagine, si contendono evocazione e conoscenza, piacere della forma e margini di riflessione.
Lio piccolo è un'isola della laguna veneta, anzi un insieme di isolotti separati da canali molto stretti, collegati da ponti. È vicino a Cavallino, a Treporti; vale a dire che a pochi minuti di barca o di traghetto c'è Venezia. È quasi necessario immaginare Venezia, appena dietro lo sguardo. Venezia di souvenir e B&B, Venezia spopolata e invasa ogni giorno, Venezia con la sua eterna magnificenza dell'arte e il suo eterno carnevale del turismo. Roncali e Mercanzin non ne fanno menzione, puntano tutto sulla possibilità di questo luogo altro di essere soltanto se stesso. Una marginalità che è persistenza, non si vanta della sua singolarità, non si lamenta dell'isolamento.
Lio è una contrazione locale della parola lido. L'io è una funzione grammaticale che mette in evidenza il soggetto della parola. Un piccolo lido incontra un soggetto che restringe i propri confini, li fa aderire al tempo, alle cose, agli accadimenti che lo coinvolgono. Nessuna polemica con il presente, che vuole per ogni cosa, per ogni esperienza e per ogni soggetto un superlativo. Nessuna polemica ma il fermo raccoglimento intorno a quanto dell'esperienza può diventare vita propria, unica, senso che si fa della vita vivendo.
Spesso abbiamo letto, abbiamo sentito dire che tale o tal altro libro di poesia è un “diario”. Il senso è intuitivo. Ma ci siamo mai chiesti che rapporto c'è tra un vero diario (come vuole la definizione, un susseguirsi di note legate a una data) e il lavoro della poesia, che richiede meditazione, ritorni nel tempo, riscritture? Allora possiamo dire che quello di Roncali è un diario delle sue gite a Lio piccolo, un posto che è una singolarità, il contrario di un non-luogo, nonostante la sua distanza da pochi raggiunta, la sua vita che ha ritmi e forme non allineate a un presente che uniforma ogni comportamento. Un super-luogo, in un certo senso. La lievità, la sincerità che ci convince in questi componimenti, è però proprio la mancanza della prevedibile retorica del super luogo. Roncali trasforma il diario delle sue gite (lo dico così, con un voluto abbassamento, con l'espresso fastidio che una tale proposta mi arrecherebbe) in un abbandono al richiamo che queste sue visite (con questa parola, le gite si trasformano in relazione personale) rivolgono alla sua vita, che è altrove da qui, ma qui trova confronto e pensiero, una parola che sente propria. Visitando Lio piccolo, Roncali accetta di venirne a sua volta visitato. Senza enfasi. Senza proclami. Ma il suo sguardo si affina, il suo stare diventa esigente per il suo comprendere, prima di tutto se stesso, senza mai parlare di se stesso con enfasi.
Ecco che allora anche noi, percorrendo le pagine di questo piccolo libro, sentiamo di visitare e di essere visitati (mai invasi, mai urtati) un altrove che - in fondo - riconosciamo ancora parte della nostra coscienza e della vita quotidiana. Un altrove che ritroviamo nella nostra vita quotidiana anche dove e quando è troppo piena, assediata da troppo altro.
C'è dell'intelligenza, certo. C'è dell'artigianato. C'era il rischio di riproporre in termini attuali ciò che un tempo si chiamava “bozzettismo”. Ma i pregiudizi si formano e si sciolgono: resta un piccolo libro che torneremo a sfogliare e che sapremo dove si trova a casa nostra. Dove potremo ritrovarlo.




















INTERVISTA: WITNESS JOURNAL - settembre 2017

date » 01-10-2017 00:12

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Raccontare il silenzio: intervista a Ivano Mercanzin
settembre 27, 2017
di Cristiano Capuano

Ciao Ivano. Cominciamo con qualche battuta su “Coney Island”, affascinante progetto che ha indubbiamente segnato gli ultimi due anni della tua carriera. Ciò che risalta maggiormente dalle foto di questa serie è la ricerca di una sorta di “segno opposto”, un capovolgimento dei motivi tradizionali che hanno costruito l’iconografia di uno dei luoghi simbolo di New York. Siamo a Brooklyn, dunque al cospetto di una geografia sociale assolutamente pop, in quanto trasversalmente e ampiamente rappresentata dall’arte, dal cinema e dalla letteratura. Da dove nasce l’impulso alla sovversione di quest’ordine semantico che risulta in un ritratto più intimo, nebbioso e malinconico di Coney Island?

E’ stato un caso, come sempre finora accade ai progetti che ho realizzato: parto con nulla in mente e poi m’immergo nella realtà del luogo dove sono, cerco di sentirne i profumi, gli odori, i colori, i silenzi, i suoni; cerco di fiutare l’aria, lasciando libere le mie emozioni. Il corpo e la mente si predispongono ad assorbire, fino a sentire a volte una scarica di adrenalina che mi fa prendere in mano la macchina fotografica. Allora inizio a scattare, a fissare, a fermare gli attimi, a congelarli, o meglio a riscaldarli, diventando tutt’uno con l’apparecchio, quasi fosse un naturale prolungamento della mia anima, del mio cuore, delle mie emozioni.
Ero per caso a Coney Island senza alcuna programmazione o preparazione e mi sono ritrovato in un mondo surreale, come all’interno di una favola o in un quadro di Chagall in bianco e nero con mille sfumature di grigio. Sono proprio le sfumature, a volte, a raccontare di più dei troppo pieni, quei delicati sbuffi di non colore che sembrano poesia. E’ per questo che amo narrare del poco, del quasi nulla, quello che non si coglie a prima vista, ciò che non è urlato ma impercettibilmente sottotono; quello che solo se si ha il tempo e la lentezza di aspettare si riesce a cogliere e quando lo si vede diventa un tutt’uno con noi stessi, osservatori sconosciuti, e per un attimo senza tempo si sta insieme, provando la stessa emozione, entrando in empatia. E’ lì che il mio racconto si compie, la mia storia assume un senso, e la gioia non ha limiti .

Parlando di questa serie, hai espresso il desiderio di “raccontare il silenzio”. Trovo sia un’espressione abbastanza calzante dal momento che le tue foto trattano con delicatezza la complessità dei vuoti e delle assenze. Non si tratta, però di una vacuità orrorifica, bensì di una catarsi invernale che libera dei luoghi ricreativi dall’asfissia dell’elemento umano. Quale ruolo giocano i soggetti anonimi ritratti in lontananza su spiagge e pontili, caffè luna park della tua Coney Island?

Raccontare il silenzio, è una definizione di un sensibile osservatore a una mia mostra; ascoltandola allora mi ha fatto pensare e mi ha spinto a osservare con più attenzione le mie foto. Era proprio vero. Le prospettive che allontanano lo sguardo, le strutture metalliche verticali che si perdono nella nebbia, le figure solitarie che passeggiano nella battigia con lo sguardo a terra, mentre il mare e la sabbia le incorniciano: tutto ciò richiama il silenzio, quell’assenza di rumore se non quello del mare che sciaborda, naturale suono che culla la mente e accompagna i pensieri , lasciandoli fluire senza interruzione, finalmente liberi di ondivagare liberamente. Ecco quindi che i vuoti o le assenze non sono dolorose, ma benefiche: è cercare di ritrovarsi e parlarsi e soprattutto ascoltarsi, entrando in perfetta sintonia con se stessi. Le figure solitarie sono elementi indispensabili nel mio racconto: perse nei loro pensieri, perfettamente amalgamate con l’ambiente intorno, in pace con loro stessi, attori ignari delle mie storie; persone che si allontanano, e che non voglio avvicinare, per rispetto, per discrezione, per riservatezza, per non disturbarli nel loro pensare. Divengo spettatore della loro esistenza, e siamo accomunati dall’attimo, dal breve spazio-tempo. Quello è l’istante che viene fissato dallo scatto, divenendo eterno, e da lì inizia la storia.

Se la memoria non mi inganna, questo progetto è nato nel dicembre del 2015 mentre ti trovavi a New York per esporre alcuni tuoi precedenti lavori aventi la città di Venezia come soggetto principale. I tuoi notturni veneziani sono parimenti evocativi di un’atmosfera metafisica e spettrale, e nascono in un contesto segnato – proprio come Coney Island – da una forte presenza umana (in questo caso di natura turistica), disinnescata, però, dalla solitudine della notte. Credi che esista una corrispondenza diretta tra le due serie?

Su invito di un amico ho esposto nel suo negozio che si trova in Madison Avenue vicino al Central Park. Provavo una strana sensazione nel vedere le mie foto in bianco e nero di Venezia che contrastavano con il caos della Grande Mela. Le foto erano affreschi notturni scattati in alcune notti invernali. La città era magica, con i lampioni tenui, il vapore del mare, l’odore di salmastro, i campi, le calli, i ponti e le persone che sembravano perdersi nella notte, assorbite dal buio come in un’atmosfera metafisica e spettrale, il ticchettio delle scarpe a fare da colonna sonora. Pensavo alla frenesia del giorno, così contrastante con il silenzio della notte e l’assenza pressoché totale di persone se non qualche coraggioso abitante notturno. Così come Coney Island, nell’estate un turbinio di colori che si trasforma in inverno in un villaggio solitario, come a reimpossessarsi del suo stato primigenio in cui la natura sembra prendere il sopravvento sull’intervento dell’uomo.

Nell’esporre le foto di Coney Island, hai idealmente separato quelle più “frontali” dei boardwalk (che ritraggono il luna park e gli esercizi commerciali) da quelle in cui a dominare è una profondità di campo che proietta lo spettatore nelle nebbie che avvolgono gli sfondi e guardano all’oceano. Credi che questo discrimine prettamente formale nasca dalla tua formazione pittorica, o il tuo modo di concepire gli spazi ha una diversa origine?

Mi sono posto molte volte questa domanda e ritengo sia effettivamente così. Infatti una frase famosa di Ansel Adams dice: “Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato”. Ecco, racchiusa in questa frase, l’essenza anche del mio pensiero, e quindi è inevitabile che quando inquadri e decidi di fissare proprio quella parte di mondo che in quel momento ti ha colpito e senti tuo, tutto ciò vada ad attingere dal tuo mondo inconscio e conscio che negli anni ha accumulato le tue visioni. Ritengo poi che la composizione sia l’elemento principe nella fotografia, quello che ti permette di creare in un piccolo frammento del tuo sguardo un mondo intero, un racconto, una storia. Per me, la fotografia non deve rappresentare ogni cosa, anzi: si deve togliere il più possibile, lasciando solo pochi elementi sparsi che possano essere carpiti e interpretati dall’osservatore, in modo che egli possa costruire il “suo” racconto e completarlo con il proprio vissuto, filtrandolo con le sue emozioni e con il suo sguardo interiore.

Tu hai studiato disegno e pittura, ti sei interessato molto alla poesia, hai montato delle clip dei tuoi lavori sulle note di Chet Baker e altri standard jazz, e le tue foto di Coney Island sono edite accompagnate dai racconti della scrittrice Tania Piazza. Contaminazione e ibridazione tra le forme d’arte rappresentano motivi imprescindibili della tua ricerca?

Assolutamente sì: ritengo che questa miscellanea di generi sia indispensabile. Non amo gli steccati, gli orticelli, come non apprezzo questo ormai imperante obbligo di definire per forza il genere fotografico a cui si appartiene. Ecco quindi che la musica, l’arte, la poesia e la letteratura sono componenti imprescindibili al mio modo di operare: è da lì che io traggo le mie ispirazioni per le fotografie, è in quell’insieme di stimoli che arrivano poi i miei progetti, naturalmente contaminati dall’ambiente in cui mi trovo in quel momento e dalla persone che vi abitano. La mia ispirazione si alimenta grazie a queste arti, senza le quali ritengo saremmo tutti più aridi e infelici. Il jazz accompagna spesso i miei racconti fotografici, credo sia il genere che meglio li sposi; tuttavia, non disdegno tutti gli altri, compreso il rap, che mi piace molto in questo momento, in particolare quello italiano e di bravissimi rapper soprattutto immigrati (Ghali, Maruego, Amir, Kuti, per esempio). Mi piace ascoltare la musicalità e in particolare analizzare la semantica del loro linguaggio di stranieri italiani, che racconta storie e, attraverso le parole, ci permette di conoscere i loro pensieri. Ho in mente un progetto fotografico molto ambizioso a riguardo e spero di realizzarlo.
Inoltre, inizierò a breve il Masterclass Pro-Photographer di Paolo Marchetti, pluripremiato fotografo internazionale, per apprendere i metodi del reportage e applicarli anche in progetti fotografici con alcune O.N.G. Internazionali con le quali sto già programmando alcune iniziative.
Con Tania invece è nata per caso una collaborazione e un’amicizia, a lei sono piaciute le mie foto e a me la sua scrittura; senza alcuna programmazione, quando vedeva qualche mio scatto che le raccontava una storia, iniziava a scriverla: ecco quindi “Just smile”, ispirato ad alcune foto di The Face o “Infinità” ispirata a una foto di Coney Island, e molte altre fino ad arrivare a un libro con 28 racconti e altrettante scatti in corso di pubblicazione (con una casa editrice di Bergamo); il titolo sarà “L’anima fotografata” e a breve inizieremo a presentarlo.

Soffermiamoci su un’altra nota stilistica della tua opera. Tu hai lavorato molto in bianco e nero, ma in “Coney Island” non sono ragioni prettamente cromatiche a determinare il senso di sospensione delle tue atmosfere; basti pensare alla Coney Island di Bruce Gilden degli anni ’70/’80, interamente rappresentata in bianco e nero, ma ben più estiva, caotica e antropocentrica. Nella tua personale idea di fotografia, il bianco e nero è causa o conseguenza?

Bruce Gilden ha fotografato in bianco e nero e negli anni 70 quello che di fatto sta ancor facendo oggi a colori: visi grotteschi in primo piano, corpi sformati, scene di vita esasperate dal suo taglio personalissimo e unico. Il suo bianco nero non aggiunge né toglie nulla alle sue immagini già “cariche” e “piene”.
Il mio racconto è del tutto diverso: non ci sono primi piani, ma panoramiche, visioni che si allontanano rispetto a inquadrature “strette”. Il mio è un racconto lieve, leggero, quasi impalpabile: il bianco e nero è il naturale “colore” a descrivere tutto ciò, con delicatezza, in maniera poetica e, in questo caso, quasi privo di contrasti. Mi piace l’idea che la sensazione, osservando i miei scatti, sia quella di foto d’antan, un raccontare la contemporaneità con uno stile retrò. Riprendendo una raccolta di poesie di Ferlinghetti, mi piace definire la “mia” Coney Island “il luna park dell’anima”.

“Il bianco e nero racconta il mio mondo interiore, le emozioni e i sentimenti più profondi […] ricco di contrasti, aspro, riflette a pieno il mio carattere solitario”. So che queste parole di Daidō Moriyama ti hanno molto colpito e ispirato, e credo che quest’idea di solitudine sia un’assoluta protagonista di un’altra tua serie newyorkese: “The Face(s) of NYC”. Qui ti sei direttamente misurato con la street photography in bianco e nero – di cui Moriyama stesso è maestro – ed hai efficacemente ritratto il senso di incomunicabilità. Di quella folla cosmopolita e solitaria che popola New York. Quale è stato il tuo approccio ai soggetti? Hai eliso o ricercato l’interazione con loro?

Mi piace molto questa definizione di Moriyama, ma non posso definire il mio carattere solitario; al contrario, mi sento molto socievole, anche se a volte amo fuggire dalla folla e in quel momento ciò che preferisco per eccellenza è fotografare. Non amo infatti condividere il tempo dedicato alla fotografia con altre persone; quando sono solo, quando sento quell’armonia che mi pone in equilibrio con quanto mi sta intorno, la creatività si manifesta in maniera prepotente e percepisco una sensazione che mi avvolge completamente. Il progetto The Face è nato per caso: mi spostavo dal Queens, dove alloggiavo, a Manhattan, e tutti i giorni facevo il pendolare mescolandomi alle persone. Ho cominciato a scattare perché le immagini mi sono venute incontro, mi catturavano e non potevo non fissarle e ciò è molto diverse dall’allontanamento che caratterizza Coney Island. Qui abbiamo un avvicinamento, un faccia a faccia: la macchina appoggiata al petto per non farmi notare e scattavo, passando inosservato, potendo cogliere così le persone nella loro naturalezza, senza forzature o travisamenti che ne avrebbero modificato le espressioni. Ecco forse il perché di questo senso d’incomunicabilità che tu hai captato, uno spontaneo distacco di chi quotidianamente si trova a ripetere gli stessi riti e le stesse abitudini.
Mi sono sentito parte di loro, ho cercato di capire, ho tentato di mettermi in sintonia con le loro abitudini, ho scrutato espressioni cercando di fissarle, riportando a casa quel momentaneo “vissuto” insieme.

Come ultima battuta cercherei una liaison tra queste tue due serie newyorkesi. Vorrei chiederti quale credi sia il rapporto tra loro, e se l’alienazione e il senso di isolamento siano comuni denominatori che obliterano le differenze tra la prossimità fisica, nel caso di “The Face(s) of NYC”, e la distanza dai soggetti, nel caso invece di Coney Island.


Le due serie sembrano essere state prodotte in tempi diversi, invece sono state scattate la stessa settimana di dicembre del 2015 ma con stili differenti: Coney Island con panoramiche e lontananze, figure appena abbozzate, a volte perse tra la nebbia, mai ravvicinate, come sospese in un paesaggio surreale, onirico. The Face, all’opposto, con figure ravvicinate, quasi in primo piano, a volte appena contestualizzate. Sono linguaggi diversi, ma accomunati dallo stesso senso di smarrimento, anche se la solitudine di Coney Island sembra benefica, ricercata come un toccasana, per armonizzarsi con se stessi e la natura d’intorno.
The Face presenta invece una solitudine più profonda, di smarrimento, una solitudine urbana , fatta di indifferenza, di distacco emotivo, pur nella vicinanza con gli altri, come abitanti di microcosmi autonomi e indipendenti. Uno stare con gli altri ed essere altrove. Una vicinanza fisica e una lontananza mentale.
Ecco allora che il fotografo decide in quel momento cosa rappresentare, sono sue le interpretazioni, sue le personalissime scelte di raccontare proprio quello: tutto è funzionale alla sua narrazione e al taglio che vuole dare alle immagini.
Le foto quindi raccontano storie e mondi altrui, ma nel profondo è la tua storia che stai raccontando e il tuo svelarsi che si compie.

WITNESS JOURNAL : L'INTERVISTA

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RACCONTO: Al riparo

date » 16-10-2016 11:26

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Non mi volto a guardarti, so già quello che vedrebbero i miei occhi. Mi nascondo, invece, affondando lo sguardo tra le righe sottili e fitte di questo quotidiano che fatico a leggere, sforzandomi ogni volta di esserne interessato. Quando arrivi, è la prima cosa che mi dai, ancor prima del bacio e dell'abbraccio che mi sogno da ore. Attimi effimeri, quelli, che sembrano solo un contorno dovuto alla consegna del giornale. "Eccolo, papà, so che lo aspettavi", e poi ti avvicini fugace, le tue braccia che ricordo ancora piccole e sottili, i tuoi capelli che mi solleticano il volto quando ti chini per sfiorarmi con le labbra le guance vuote, scavate dal tempo. Scorgo, a volte, un lampo che brilla di bianco, sulla tua testa. Allontano sempre il pensiero che sia un altro segnale degli anni che avanzano; preferisco vederlo come un difetto dei miei occhi, quelli sì che son vecchi ormai. Sai, mi incaponisco alcuni pomeriggi, quando mi metto davanti alla tv a guardare i programmi sportivi. Lo faccio proprio per farlo passare, questo tempo da solo, quello senza i rumori e i suoni della vita, le risate e i racconti che immagino tu porterai con te quando mi verrai a trovare col giornale. Mi incaponisco a pensare che quello che c'è di vecchio dentro a me non mi appartenga. Non li voglio, questi occhi che vedono fili bianchi tra i tuoi capelli d'oro. Non voglio queste braccia, che vanno a rilento quando vorrei trattenere le tue attorno al mio collo, e invece rimangono indietro, come spossate, mentre le tue, dopo appena due secondi, se ne tornano giù, vicino al tuo corpo, lasciando spazio e vuoto attorno al mio. Non voglio nemmeno queste gambe, che faticano a camminare al tuo passo, e ti fanno spazientire di nascosto, per non farmi stare male. E poi, lo sai, non voglio nemmeno questo cuore anziano e testardo, perchè è da lui che parte il rifiuto a guardarti e a parlarti, ora che sei seduta accanto a me su questa panchina. E' un cuore usato, che non funziona più come una volta; mi mette in imbarazzo ma non so come fartelo sapere. Perde acqua, che poi esce dagli occhi, ma io lo ignoro, e allora fingo di leggere queste righe sottili del quotidiano, mentre tu, stanca, ti assopisci al mio fianco. Poi, quando sento il tuo respiro farsi regolare, alzo lo sguardo in alto. L'albero che ci fa ombra ha gli stessi anni tuoi: ho fatto una sorpresa alla mamma, il giorno in cui sei nata, e l'ho piantato, dandogli il tuo nome. Giusto vicino all'altro, che invece porta il suo. Le mie due gioie, le mie due rose. Ciò che rimarrà.
Verrà un giorno, in cui arriverai e troverai solo loro ad accoglierti: sarà come essere allo specchio, per te, la tua anima e quella della mamma riunite ad accoglierti, e a vegliare. Non ho mai voluto piantarne un terzo, ho sempre pensato che la forza del mio spirito sarebbe stata in più, qui. Talmente belle e grandi le vostre auree, non avrai bisogno di me. Sei tu, invece, a darmi modo di andare avanti, ora. Ogni pomeriggio, quando sento avvicinarsi il momento, passo prima per il bagno. Mi affaccio sopra il lavandino, a osservare la mia immagine: mi sistemo un po' l'argento che ho in testa, e poi faccio le prove: alzo un po' gli angoli della bocca e gli occhi mi si socchiudono. E' allora che sussurro: "Ciao amore mio, sono felice che tu sia qui. Non faccio che aspettarti, a tutte le ore. Mi sembra sempre di sentirti ancora in giro per la casa, i tuoi piedini leggeri che corrono di stanza in stanza, le tue risa grate e meravigliate davanti alla grandezza della vita. Poi, però, mi rimbomba nelle orecchie un enorme silenzio, e mi rendo conto che non sei qui, e non sei più la mia piccina. Mi manchi sai. Mi manca la mamma. Mi manca la vita. Ecco perchè ti aspetto a tutte le ore. E adesso che sei qui, sono finalmente felice". Le dico tutte d'un fiato queste parole, perchè vanno da sole ormai, le ho forgiate nel tempo e mi sembrano le più oneste. Me le preparo davanti allo specchio perchè fanno un po' fatica a salire per la gola; le devo allenare, allenare, allenare tutti i giorni. Fino ad ora non ci sono riuscito ancora, ma non perdo le speranze. Anche adesso, finchè ascolto il tuo respiro regolare, penso che mi piacerebbe svegliarti e dirtele. Vorrei liberarmi, perchè non vale davvero la pena tenersi dentro tanta verità. Ma poi, lo sai cosa mi blocca? E' il pensiero che tu sia così stanca. Che tu, ogni giorno, poco dopo il tuo arrivo, dopo avermi dato veloce il giornale, un leggero abbraccio e un bacio che mi pare sempre troppo corto e sempre più breve, ti sieda su questa panchina, sotto il tuo albero, appoggi il gomito al legno e il tuo viso alla mano, guardandomi leggere. E poi, subito dopo, io senta il tuo respiro regolare. Sei tanto stanca, tesoro mio, e non voglio svegliarti. Mi pare che tu stia bene, qui, che tu venga per trovare un po' di pace, al riparo, sotto l'ombra delle nostre anime: quella della mamma, che fa muovere dolcemente le foglie del suo albero per mandarti una carezza, e quella mia, che arranca qui vicino senza saper proferire parola. Ma se sapesse farlo, ti direbbe "Ciao amore mio, sono felice che tu sia qui".
Dormi serena. Io, anche oggi, aspetterò che ti svegli.
(racconto di Tania Piazza)

foto di Ivano Mercanzin - Venezia 2016

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RACCONTO: Troviamoci davanti al mare

date » 16-10-2016 21:45

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Eppure non doveva essere così difficile incontrarti. “Troviamoci davanti a un mare, uno qualunque”, mi avevi detto, salutandomi con un bacio. “L’immensità della sua vista ci troverà uniti, e che meraviglia sarà, allora, stringerci le mani assaporando le onde in arrivo!” Belle, le tue parole. Ci avevo creduto, portavano con loro il tuo sapore ingenuo per la vita, la tua meraviglia davanti a ogni nuovo sentimento. “Non riesco a non pensare a te”, continuavi a scrivermi. In qualunque momento del giorno e della notte, mi appariva sul cellulare sempre un nuovo messaggio con la stessa identica frase. Una volta ti ho chiesto se la copiassi e incollassi per risparmiare tempo. I tuoi occhi, in quel momento, traboccavano così tanto dolore che mi sono sentito piccolo e colpevole. Il piacere che provavi a scrivermi quelle parole, giorno per giorno, mi hai risposto, era una delle sensazioni nuove per le quali ti meravigliavi a ogni ora, e ringraziavi il mondo. E continuavi a riscriverle come in un mantra, per non perdere il dono di quella gioia. “Non riesco a non pensare a te”. E perché dovresti farlo?, ti chiedevo. Pensami, sognami, amami, tienimi con te.

Eppure non doveva essere così difficile incontrarti. Avevi detto che bastava avere un mare davanti, e noi ci saremmo trovati. Non ho smesso di crederci mai, nemmeno quando ti ho fatto promettere che non saresti sparita, perchè iniziavo a percepire la tua trasparenza nelle mie giornate. Come un ologramma, che si scolora al sole. E lo ritrovi vuoto, disabitato, seccato dal calore e dall’aria. Nemmeno allora. Ho camminato e mangiato, vissuto e aspettato. Ho ascoltato la musica di questo mare e di mille altri, pervaso dalla tua dolorosa assenza, sicuro che prima o poi avrei trovato quello che ti avrebbe riportato a me.

Fisso quest’acqua chiara e i gabbiani che portano in giro il loro pallore, oggi, e alla fine di questa nuova giornata mi ritrovo ancora a pensare che non doveva essere così difficile incontrarti. Le istruzioni erano semplici e io ci avevo creduto: mi bastava trovare una distesa azzurra, e lì davanti avrei riavuto te. I tuoi occhi, quando mi hai salutato, me lo hanno giurato. E loro, almeno loro, erano incapaci di mentire. Io non smetto di crederci. Devo solo trovare un nuovo mare, uno solo, sarà l’ultimo, lo so: cambiare nuovamente città, gente, regioni, paesaggi. E stare a guardare. Prima o poi ci incontreremo, davanti a un mare, uno qualunque. Io e te.
(racconto di Tania Piazza)

foto di Ivano Mercanzin - Venezia 2016

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RACCONTO: A spasso per Venezia

date » 16-10-2016 21:59

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Si chiama Giacomo, come mio nonno, che non ho mai conosciuto. Mi chiedo spesso come si possa definire – mia – una persona con la quale non si è mai parlato. Nessuno scambio di opinioni, nessuna condivisione di tratti di vita. Niente che faccia sì che circoli nel mio mondo. Eppure, Giacomo era Mio nonno. Così mi hanno detto. E questo signore che mi guarda con l’anima in mano si chiama come lui, me lo sento. Ci stiamo scambiando uno sguardo, in effetti, anche se io sto al di qua di una cornice e lui ci vive dentro… quindi la condivisione c’è. E forse, a volte, è molto di più di quello che succede tra compagni di vita. Le mie coinquiline, per esempio. Viviamo un sacco di cose, insieme. Il lavarsi i denti alla mattina. Lo spazio ristretto del cucinino. Il divano raffazzonato. I programmi alla tivù. Ma chi, chi di loro mi ha mai guardato in questo modo? Eh sì, caro Giacomo, il tuo sguardo mi è penetrato a fondo, mentre davo un’occhiata veloce a tutte le opere di questa esposizione. Temo che da questo momento tu sia la persona con la quale ho condiviso più cose. Anche le tue dita non se ne stanno zitte. E forse le sentono anche i due tipi seduti poco più avanti. Lui ti guarda da sotto i suoi occhiali scuri, lei invece non ne ha il coraggio, forse. Oppure, semplicemente, non sente ciò che sento io. Non è musica, ciò che esce dalla tua fisarmonica. Anche perchè hai smesso di suonare, da quando ti sto a guardare. E’ vita, la tua. Immagino i campi che ti hanno segnato quelle dita, e l’alzarsi presto alla mattina, quando il resto del mondo ancora dormiva. Il prendersi addosso il freddo, quello che tagliava. E la pioggia, quella che ti faceva affogare dentro. E alla fine delle ore di ogni giorno, quando la schiena non pareva più appartenerti, il sedersi, finalmente, su quella seggiolina di plastica bianca, proprio come questa. Nell’angolo della cucina che guardava fuori, perché almeno le tue note potessero andarsene. Tu e la tua fisarmonica. Una purga. Un rendere grazie a quel Dio che ti faceva bestemmiare, di giorno, ma che ti ricompensava, la sera. Grazie, mio Signore, per la gioia che mi danno tutti i nuovi giorni. Sono io, che non capisco, povero contadino. Mi sento stanco dentro, quando abbasso la schiena sui piselli che devo curare, quando lego le viti per farle crescere meglio, quando zappo la mia terra scura per creare nuovi spazi. Ma so che poi, a sera, ogni sera, riesco a renderti grazie, perché tutti i gesti che compio ogni giorno guardano a domani. E così, so che tu mi vuoi tenere qui ancora, per questo.
Ora, osservandoti, sono io che ringrazio te, contadino Giacomo. I tuoi occhi mi hanno fatto pensare a ciò che costruiamo, a ogni ora. Rivedo il cucinotto con le ante sbiadite, il divano raffazzonato, lavato e rilavato inutilmente. Penso che anche loro, a modo loro, parlino la tua stessa lingua. Quella del domani che verrà, dell’esserci oggi, per costruire un giorno nuovo. Il mio sguardo molla per un attimo il tuo, e cade a terra, dove la tua ombra enorme si è stesa comoda, sugli scalini. Sembri così piccino, al suo confronto. Ma lei, lei ha capito tutto. La tua proiezione a terra parla, come i tuoi occhi e le tue mani. Sei grande, Giacomo. Vorrei, un giorno, poter avere un’ombra come la tua.
(racconto di Tania Piazza)

foto a colori: mostra di Ivano Mercanzin - Venezia visioni e illusioni - Villa Cordellina - Montecchio Maggiore (VI)
foto in bianco e nero: Venezia - Il suonatore di fisarmonica - di Ivano Mercanzin

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