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INTERVISTA: vernice.artmagazine 2019

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INTERVISTA DI VERNICE-ART MAGAZINE

COSA TI HA PORTATO A DIVENTARE UN’ARTISTA? COME E’ INIZIATO IL TUTTO?
Vi ringrazio di questa definizione che mi sembra alquanto altisonante. Mi sento un racconta-storie, cerco almeno di esserlo anche perché mi sono reso conto che è un valido strumento per conoscere meglio se stessi e le persone che ti stanno intorno. La rappresentazione in immagini, come qualsiasi altra arte, ti porta inevitabilmente a entrare nel profondo, a scandagliare i recessi della tua anima, a entrare in sintonia con i livelli più profondi del tuo sentire. Tutto ciò poi emerge nell’osservatore delle tue immagini che rimane coinvolto emozionalmente grazie alla forza evocativa della fotografia.
E’ iniziato tutto apparentemente per caso solo nel 2012, ma in maniera prepotente dato che non trascorre giorno che non faccia qualcosa che abbia a che fare con la fotografia, scattare, leggere, documentarmi, studiare, stampare libri, scrivere di fotografia e curare le collaborazioni con scrittori, poeti, performer e altri artisti.
Ritengo che la fotografia sia, di fatto, il mio linguaggio espressivo che più di altri è riuscito a far breccia in me. Sono partito, infatti, con il conoscere e approfondire la letteratura, la poesia, la pittura e la scultura e sentivo la necessità di esprimermi in maniera “artistica” e così per caso ho acquistato una macchina fotografica e ho cominciato a usarla sorprendendomi del fatto che piano piano stava diventando un nuovo linguaggio che racchiudeva in se tutte le mie passioni.

What has you taken to become an artist? How has it all started?
I thank you for this definition, which seems to me to be quite high-sounding. I feel like a story-telling, at least I try to be one because I realized that it is a valid tool to learn more about yourself and the people around you. The representation in images, like any other art, inevitably leads you to enter into the depths, to probe the recesses of your soul, to tune into the deeper levels of your feeling. All this then emerges in the viewer of your images who remains emotionally involved thanks to the evocative power of photography. It all started apparently by chance only in 2012, but in an overbearing way since it does not spend a day that does not do something that has to do with photography, take, read, document, study, print books, write about photography and take care of collaborations with writers, poets, performers and other artists. I believe that photography is, in fact, my expressive language that more than others has managed to break through in me. In fact, I started learning about literature, poetry, painting and sculpture and I felt the need to express myself in an "artistic" way, and so by chance I bought a camera and started using it surprisingly that slowly it was becoming a new language that contained all my passions”.

QUAL E’ LA TUA PIU’ GRANDE FONTE DI ISPIRAZIONE?
Mi reputo molto fortunato perché la passione per le arti in genere, come ho scritto in precedenza, mi ha sempre accompagnato e questo meraviglioso mondo influenza di continuo la mia sensibilità facendo emergere la necessità di esteriorizzare le mie emozioni attraverso la fotografia. Ecco quindi che le fonti d’ispirazione, le cerco all’esterno, tra la gente, nei paesaggi, nei dettagli anche i più insignificanti, nel poco e nel minimo. Spesso le mie fotografie hanno pochi dettagli, sono essenziali, non c’è mai caos o confusione, ci sono pochi elementi, cerco di “togliere” il più possibile in modo che sia l’osservatore a comporre l’immagine in base ai suoi ricordi, alla sua memoria. In questo caso avviene quello strano fenomeno, quasi di transfer, tra le tue emozioni e quelle dell’osservatore, anche se non lo conosci e non sa nulla di te. E qui risiede la grande importanza della fotografia, la sua forza evocativa che travalica tempo e spazio.

What is your most great source of inspiration?
I consider myself very fortunate because the passion for the arts in general, as I wrote earlier, has always accompanied me and this wonderful world continually influences my sensitivity by bringing out the need to externalize my emotions through photography. Here, then, that the sources of inspiration, I look for outside, among the people, in the landscapes, in the details even the most insignificant, in the little and the minimum. Often my photographs have few details, they are essential, there is never chaos or confusion, there are few elements, I try to "remove" as much as possible so that the viewer is able to compose the image based on his memories , to his memory. In this case the strange phenomenon, almost of transfer, takes place between your emotions and those of the observer, even if you don't know him and he knows nothing about you. And here lies the great importance of photography, its evocative power that transcends time and space”.

RACCONTACI DI PIU’ RIGUARDO IL TUO PROCESSO CREATIVO
Ansel Adams ha ben sintetizzato questo concetto con uno dei suoi più famosi aforismi: “Non fai solo una fotografia con una macchina fotografica, tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai sentito e le persone che hai amato.”
Ecco quindi che le “contaminazioni” artistiche diventano fondamentali alla realizzazione dei miei progetti fotografici. E in ogni istante, dalla visione iniziale, allo scatto, alle elaborazioni successive e all’editing finale tutto ciò viene filtrato dal mio vissuto e diventa la “mia” fotografia. Ritengo che solo attraverso questo processo interiore si riesca a realizzare immagini che contengano in sé delle emozioni.

Tell us more about your creative process
Ansel Adams has well summarized this concept with one of his most famous aphorisms: "You don't just take a photograph with a camera, you put in the photo all the images you saw, the books you read, the music you heard and the people you loved. " Thus the artistic "contaminations" become fundamental to the realization of my photographic projects. And in every moment, from the initial vision, to the shot, to the subsequent elaborations and to the final editing, all this is filtered by my experience and becomes "my" photography. I believe that it is only through this inner process that we are able to create images that contain emotions in themselves

QUAL E’ IL TUO ARTISTA PREFERITO DI TUTTI I TEMPI E PERCHE’?
Tra i miei preferiti Francesca Woodman, Helmut Newton, Robert Mapplethorpe, Daido Moryama, Todd Hido, Alex Webb e molti altri. Come vedi stili diversi tra loro e anche per qualcuno molto lontani dal mio genere fotografico. Ma per questo mi affascinano perché sento sempre la necessità e la curiosità di sperimentare nuovi linguaggi espressivi e di mettermi in discussione, partendo da zero.

What is your favorite artist of all times and why?
My favorites include Francesca Woodman, Helmut Newton, Robert Mapplethorpe, Daido Moryama, Todd Hido, Alex Webb and many others. How do you see different styles between them and also for someone very far from my photographic genre. But for this reason they fascinate me because I always feel the need and curiosity to experiment with new expressive languages and to question myself, starting from scratch”

COSA TI PIACE FARE QUANDO NON STAI FOTOGRAFANDO?
Come già detto prima la fotografia, occupa un posto importante nella mia vita e il tempo che le dedico è quasi tutto il mio tempo libero. In alternativa ascolto musica di vario genere, jazz in prevalenza, leggo poesie, qualche racconto, studio i fotografi famosi, guardo film d’autore. Tutti stimoli che poi sento che mi arricchiscono spiritualmente e mi permettono di raccontare in fotografia le “mie” storie.

What you like to do when you are not photographing?
As I said before, photography occupies an important place in my life and my time is almost all my free time. Alternatively, I listen to music of various kinds, mostly jazz, I read poems, a few stories, study famous photographers, watch author films. All stimuli that I then feel that enrich me spiritually and allow me to tell "my" stories in photography”.

QUAL E’ LA PIU’ GRANDE SFIDA IN CUI TI SEI IMBATTUTO COME ARTISTA?
Comprendere che non devi soffermarti e sposare un solo genere fotografico, ma aprire la mente e lasciare che il flusso della creatività scorra liberamente. Mi è capitato, infatti, che nella stessa settimana abbia sperimentato la lontananza e la vicinanza con le persone con due progetti completamenti diversi tra loro. Nel 2015 ero a NY per la mia prima mostra, “Venezia Visioni e Illusioni” e la galleria si trovava a Manhattan. Ogni giorno mi spostavo dal Queens, dove alloggiavo, a Manhattan e mi sono accorto in quel momento che mi affascinavano le persone nella subway e dintorni. Ho cominciato a scattare per cercare di cogliere le emozioni di quei brevi momenti di contatto tra me e loro e ne è uscito il racconto “The face (s) of NYC”, visi e corpi molto ravvicinati nella loro quotidianità (scattavo senza farmi notare tenendo la macchina appesa ma mai davanti agli occhi). Sempre lo stesso periodo, un altro racconto, “Coney Island” completamente diverso: un luna park a dicembre chiuso con pochissime persone che passeggiavano in questo luogo deserto e desolato. La spiaggia e l’oceano a fare da cornice. Quasi un paesaggio onirico completamente diverso da “The Face” eppure affascinante, poetico e come sospesa in un’atmosfera surreale, l’ho definito il Luna Park dell’anima.

What is the largest challenge in which you have been understanded as an artist?
Understand that you must not dwell and marry a single photographic genre, but open your mind and let the flow of creativity flow freely. It happened to me, in fact, that in the same week he experienced the distance and closeness with people with two completely different projects. In 2015 I was in NY for my first show, "Venezia Visioni e Illusioni" and the gallery was in Manhattan. Every day I moved from Queens, where I was staying, to Manhattan and I realized at that moment that people in the subway and surroundings fascinated me. I started shooting to try to capture the emotions of those brief moments of contact between me and them and the story “The face (s) of NYC” came out, faces and bodies very close in their everyday life (I shot without letting myself be noticed holding the car hanging but never before the eyes). Always the same period, another story, "Coney Island" completely different: a funfair in December closed with very few people walking in this deserted and desolate place. The beach and the ocean are the setting. Almost a dreamlike landscape completely different from "The Face" and yet fascinating, poetic and suspended in a surreal atmosphere, I called it the amusement park of the soul”.

CHE TIPO DI CONSIGLIO DARESTI AD UN ARTISTA EMERGENTE, NUOVO NEL MONDO DELLA SCENA ARTISTICA?
Di stimolare la creatività e la sensibilità aderendo a tutte le iniziative “artistiche” possibili lasciando aperta la mente a provare nuove esperienze culturali, interagendo con le persone con cui si viene a contatto e poi disciplina e impegno e crescere in caso di sconfitte per avere nuovi stimoli. Poi il resto viene da sé, con questo esercizio di sensibilità la fotografia arriva da sola, anzi è lei che si fa avanti, ti si presenta e tu non devi fare altro che scattare, perché il processo di creazione si era già formato dentro di te.

What kind of advice would you give to an emerging artist, new in the world of artistic scene?
To stimulate creativity and sensitivity by adhering to all the "artistic" initiatives possible, leaving the mind open to try new cultural experiences, interacting with the people you come in contact with and then discipline and commitment and grow in case of defeats to have new ones stimuli. Then the rest comes by itself, with this exercise of sensitivity, photography comes by itself, on the contrary, it is she who comes forward, presents herself to you and you don't have to do anything else but shoot, because the creation process was already formed inside you”.

QUAL E’ IL TUO SOGNO PIU’ GRANDE?
A dire il vero mi sembra già di vivere un sogno, grazie alla fotografia che mi sta dando sempre più soddisfazioni. Mi offre anche nuove opportunità e “contaminazioni” sorprendenti, per esempio una collaborazione con una scrittrice che ispirandosi alle mie foto ha scritto alcuni racconti pubblicati in un libro, un editore che mi ha chiesto delle foto inedite per una raccolta di poesie poi diventate un libro, un’artista-performer con la quale stiamo facendo un lavoro molto interessante sull’Anima Manifesta, una allegoria dell’anima selvaggia, una galleria d’arte che mi ha commissionato un lavoro molto interessante sulla reinterpretazione di oggetti comuni che attraverso la fotografia assurgono ad opere d’arte. E chissà che altro ancora…

What is your largest dream?
To tell the truth it seems to me already to live a dream, thanks to the photography that is giving me more and more satisfactions. He also offers me new opportunities and surprising "contaminations", for example a collaboration with a writer who, inspired by my photos, wrote some stories published in a book, a publisher who asked me for unpublished photos for a collection of poems and then became a book , an artist-performer with whom we are doing a very interesting work on the Soul Manifesta, an allegory of the wild soul, an art gallery that commissioned me a very interesting work on the reinterpretation of common objects that through photography rise to works of art. And who knows what else “.

Bio
Ivano Mercanzin vive a Montecchio Maggiore(VI), studia disegno e pittura con il maestro Vincenzo Ursoleo, partecipa a concorsi di poesia ricevendo premi e menzioni. La lettura di autori classici e contemporanei accompagnano il suo percorso e lo studio e le mostre di grandi pittori e scultori moderni e contemporanei completano la sua formazione. Come un'illuminazione ecco arrivare il 2011, quando esplode dentro di lui " La Fotografia" e il 31.12.11 l'acquisto della prima macchina digitale.
Osserva, filtra, cristallizza e come un alchimista le immagini fuoriescono prepotenti e invadono lo spazio librandosi negli anfratti della memoria. Venezia, Terra Madre, The Face(s)of NYC, Coney Island, Fornace Venini,21 grammi, Boys don't cry, Lio Piccolo sono alcuni dei suoi progetti.

Ivano Mercanzin lives in Montecchio Maggiore (VI), studies drawing and painting with the maestro Vincenzo Ursoleo, participates in poetry competitions receiving prizes and mentions. The reading of classical and contemporary authors accompany his journey and the study and exhibitions of great modern and contemporary painters and sculptors complete his training. As an illumination, 2011 arrives, when "La Fotografia" explodes inside him and on 31.12.11 the purchase of the first digital camera. Observe, filter, crystallize and as an alchemist the images come out overbearing and invade the space hovering in the recesses of memory. Venice, Terra Madre, The Face (s) of NYC, Coney Island, Fornace Venini, 21 grams, Boys don't cry, Lio Piccolo are some of his projects.

http://picdeer.com/vernice.artmagazine




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date: 04-08-2019 12:03

tags: ivano.mercanzin@gmail.com, vernice art magazine, intervista,

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INTERVISTA: WITNESS JOURNAL - settembre 2017

Raccontare il silenzio: intervista a Ivano Mercanzin
settembre 27, 2017
di Cristiano Capuano

Ciao Ivano. Cominciamo con qualche battuta su “Coney Island”, affascinante progetto che ha indubbiamente segnato gli ultimi due anni della tua carriera. Ciò che risalta maggiormente dalle foto di questa serie è la ricerca di una sorta di “segno opposto”, un capovolgimento dei motivi tradizionali che hanno costruito l’iconografia di uno dei luoghi simbolo di New York. Siamo a Brooklyn, dunque al cospetto di una geografia sociale assolutamente pop, in quanto trasversalmente e ampiamente rappresentata dall’arte, dal cinema e dalla letteratura. Da dove nasce l’impulso alla sovversione di quest’ordine semantico che risulta in un ritratto più intimo, nebbioso e malinconico di Coney Island?

E’ stato un caso, come sempre finora accade ai progetti che ho realizzato: parto con nulla in mente e poi m’immergo nella realtà del luogo dove sono, cerco di sentirne i profumi, gli odori, i colori, i silenzi, i suoni; cerco di fiutare l’aria, lasciando libere le mie emozioni. Il corpo e la mente si predispongono ad assorbire, fino a sentire a volte una scarica di adrenalina che mi fa prendere in mano la macchina fotografica. Allora inizio a scattare, a fissare, a fermare gli attimi, a congelarli, o meglio a riscaldarli, diventando tutt’uno con l’apparecchio, quasi fosse un naturale prolungamento della mia anima, del mio cuore, delle mie emozioni.
Ero per caso a Coney Island senza alcuna programmazione o preparazione e mi sono ritrovato in un mondo surreale, come all’interno di una favola o in un quadro di Chagall in bianco e nero con mille sfumature di grigio. Sono proprio le sfumature, a volte, a raccontare di più dei troppo pieni, quei delicati sbuffi di non colore che sembrano poesia. E’ per questo che amo narrare del poco, del quasi nulla, quello che non si coglie a prima vista, ciò che non è urlato ma impercettibilmente sottotono; quello che solo se si ha il tempo e la lentezza di aspettare si riesce a cogliere e quando lo si vede diventa un tutt’uno con noi stessi, osservatori sconosciuti, e per un attimo senza tempo si sta insieme, provando la stessa emozione, entrando in empatia. E’ lì che il mio racconto si compie, la mia storia assume un senso, e la gioia non ha limiti .

Parlando di questa serie, hai espresso il desiderio di “raccontare il silenzio”. Trovo sia un’espressione abbastanza calzante dal momento che le tue foto trattano con delicatezza la complessità dei vuoti e delle assenze. Non si tratta, però di una vacuità orrorifica, bensì di una catarsi invernale che libera dei luoghi ricreativi dall’asfissia dell’elemento umano. Quale ruolo giocano i soggetti anonimi ritratti in lontananza su spiagge e pontili, caffè luna park della tua Coney Island?

Raccontare il silenzio, è una definizione di un sensibile osservatore a una mia mostra; ascoltandola allora mi ha fatto pensare e mi ha spinto a osservare con più attenzione le mie foto. Era proprio vero. Le prospettive che allontanano lo sguardo, le strutture metalliche verticali che si perdono nella nebbia, le figure solitarie che passeggiano nella battigia con lo sguardo a terra, mentre il mare e la sabbia le incorniciano: tutto ciò richiama il silenzio, quell’assenza di rumore se non quello del mare che sciaborda, naturale suono che culla la mente e accompagna i pensieri , lasciandoli fluire senza interruzione, finalmente liberi di ondivagare liberamente. Ecco quindi che i vuoti o le assenze non sono dolorose, ma benefiche: è cercare di ritrovarsi e parlarsi e soprattutto ascoltarsi, entrando in perfetta sintonia con se stessi. Le figure solitarie sono elementi indispensabili nel mio racconto: perse nei loro pensieri, perfettamente amalgamate con l’ambiente intorno, in pace con loro stessi, attori ignari delle mie storie; persone che si allontanano, e che non voglio avvicinare, per rispetto, per discrezione, per riservatezza, per non disturbarli nel loro pensare. Divengo spettatore della loro esistenza, e siamo accomunati dall’attimo, dal breve spazio-tempo. Quello è l’istante che viene fissato dallo scatto, divenendo eterno, e da lì inizia la storia.

Se la memoria non mi inganna, questo progetto è nato nel dicembre del 2015 mentre ti trovavi a New York per esporre alcuni tuoi precedenti lavori aventi la città di Venezia come soggetto principale. I tuoi notturni veneziani sono parimenti evocativi di un’atmosfera metafisica e spettrale, e nascono in un contesto segnato – proprio come Coney Island – da una forte presenza umana (in questo caso di natura turistica), disinnescata, però, dalla solitudine della notte. Credi che esista una corrispondenza diretta tra le due serie?

Su invito di un amico ho esposto nel suo negozio che si trova in Madison Avenue vicino al Central Park. Provavo una strana sensazione nel vedere le mie foto in bianco e nero di Venezia che contrastavano con il caos della Grande Mela. Le foto erano affreschi notturni scattati in alcune notti invernali. La città era magica, con i lampioni tenui, il vapore del mare, l’odore di salmastro, i campi, le calli, i ponti e le persone che sembravano perdersi nella notte, assorbite dal buio come in un’atmosfera metafisica e spettrale, il ticchettio delle scarpe a fare da colonna sonora. Pensavo alla frenesia del giorno, così contrastante con il silenzio della notte e l’assenza pressoché totale di persone se non qualche coraggioso abitante notturno. Così come Coney Island, nell’estate un turbinio di colori che si trasforma in inverno in un villaggio solitario, come a reimpossessarsi del suo stato primigenio in cui la natura sembra prendere il sopravvento sull’intervento dell’uomo.

Nell’esporre le foto di Coney Island, hai idealmente separato quelle più “frontali” dei boardwalk (che ritraggono il luna park e gli esercizi commerciali) da quelle in cui a dominare è una profondità di campo che proietta lo spettatore nelle nebbie che avvolgono gli sfondi e guardano all’oceano. Credi che questo discrimine prettamente formale nasca dalla tua formazione pittorica, o il tuo modo di concepire gli spazi ha una diversa origine?

Mi sono posto molte volte questa domanda e ritengo sia effettivamente così. Infatti una frase famosa di Ansel Adams dice: “Tu non fai una fotografia solo con la macchina fotografica. Tu metti nella fotografia tutte le immagini che hai visto, i libri che hai letto, la musica che hai ascoltato e le persone che hai amato”. Ecco, racchiusa in questa frase, l’essenza anche del mio pensiero, e quindi è inevitabile che quando inquadri e decidi di fissare proprio quella parte di mondo che in quel momento ti ha colpito e senti tuo, tutto ciò vada ad attingere dal tuo mondo inconscio e conscio che negli anni ha accumulato le tue visioni. Ritengo poi che la composizione sia l’elemento principe nella fotografia, quello che ti permette di creare in un piccolo frammento del tuo sguardo un mondo intero, un racconto, una storia. Per me, la fotografia non deve rappresentare ogni cosa, anzi: si deve togliere il più possibile, lasciando solo pochi elementi sparsi che possano essere carpiti e interpretati dall’osservatore, in modo che egli possa costruire il “suo” racconto e completarlo con il proprio vissuto, filtrandolo con le sue emozioni e con il suo sguardo interiore.

Tu hai studiato disegno e pittura, ti sei interessato molto alla poesia, hai montato delle clip dei tuoi lavori sulle note di Chet Baker e altri standard jazz, e le tue foto di Coney Island sono edite accompagnate dai racconti della scrittrice Tania Piazza. Contaminazione e ibridazione tra le forme d’arte rappresentano motivi imprescindibili della tua ricerca?

Assolutamente sì: ritengo che questa miscellanea di generi sia indispensabile. Non amo gli steccati, gli orticelli, come non apprezzo questo ormai imperante obbligo di definire per forza il genere fotografico a cui si appartiene. Ecco quindi che la musica, l’arte, la poesia e la letteratura sono componenti imprescindibili al mio modo di operare: è da lì che io traggo le mie ispirazioni per le fotografie, è in quell’insieme di stimoli che arrivano poi i miei progetti, naturalmente contaminati dall’ambiente in cui mi trovo in quel momento e dalla persone che vi abitano. La mia ispirazione si alimenta grazie a queste arti, senza le quali ritengo saremmo tutti più aridi e infelici. Il jazz accompagna spesso i miei racconti fotografici, credo sia il genere che meglio li sposi; tuttavia, non disdegno tutti gli altri, compreso il rap, che mi piace molto in questo momento, in particolare quello italiano e di bravissimi rapper soprattutto immigrati (Ghali, Maruego, Amir, Kuti, per esempio). Mi piace ascoltare la musicalità e in particolare analizzare la semantica del loro linguaggio di stranieri italiani, che racconta storie e, attraverso le parole, ci permette di conoscere i loro pensieri. Ho in mente un progetto fotografico molto ambizioso a riguardo e spero di realizzarlo.
Inoltre, inizierò a breve il Masterclass Pro-Photographer di Paolo Marchetti, pluripremiato fotografo internazionale, per apprendere i metodi del reportage e applicarli anche in progetti fotografici con alcune O.N.G. Internazionali con le quali sto già programmando alcune iniziative.
Con Tania invece è nata per caso una collaborazione e un’amicizia, a lei sono piaciute le mie foto e a me la sua scrittura; senza alcuna programmazione, quando vedeva qualche mio scatto che le raccontava una storia, iniziava a scriverla: ecco quindi “Just smile”, ispirato ad alcune foto di The Face o “Infinità” ispirata a una foto di Coney Island, e molte altre fino ad arrivare a un libro con 28 racconti e altrettante scatti in corso di pubblicazione (con una casa editrice di Bergamo); il titolo sarà “L’anima fotografata” e a breve inizieremo a presentarlo.

Soffermiamoci su un’altra nota stilistica della tua opera. Tu hai lavorato molto in bianco e nero, ma in “Coney Island” non sono ragioni prettamente cromatiche a determinare il senso di sospensione delle tue atmosfere; basti pensare alla Coney Island di Bruce Gilden degli anni ’70/’80, interamente rappresentata in bianco e nero, ma ben più estiva, caotica e antropocentrica. Nella tua personale idea di fotografia, il bianco e nero è causa o conseguenza?

Bruce Gilden ha fotografato in bianco e nero e negli anni 70 quello che di fatto sta ancor facendo oggi a colori: visi grotteschi in primo piano, corpi sformati, scene di vita esasperate dal suo taglio personalissimo e unico. Il suo bianco nero non aggiunge né toglie nulla alle sue immagini già “cariche” e “piene”.
Il mio racconto è del tutto diverso: non ci sono primi piani, ma panoramiche, visioni che si allontanano rispetto a inquadrature “strette”. Il mio è un racconto lieve, leggero, quasi impalpabile: il bianco e nero è il naturale “colore” a descrivere tutto ciò, con delicatezza, in maniera poetica e, in questo caso, quasi privo di contrasti. Mi piace l’idea che la sensazione, osservando i miei scatti, sia quella di foto d’antan, un raccontare la contemporaneità con uno stile retrò. Riprendendo una raccolta di poesie di Ferlinghetti, mi piace definire la “mia” Coney Island “il luna park dell’anima”.

“Il bianco e nero racconta il mio mondo interiore, le emozioni e i sentimenti più profondi […] ricco di contrasti, aspro, riflette a pieno il mio carattere solitario”. So che queste parole di Daidō Moriyama ti hanno molto colpito e ispirato, e credo che quest’idea di solitudine sia un’assoluta protagonista di un’altra tua serie newyorkese: “The Face(s) of NYC”. Qui ti sei direttamente misurato con la street photography in bianco e nero – di cui Moriyama stesso è maestro – ed hai efficacemente ritratto il senso di incomunicabilità. Di quella folla cosmopolita e solitaria che popola New York. Quale è stato il tuo approccio ai soggetti? Hai eliso o ricercato l’interazione con loro?

Mi piace molto questa definizione di Moriyama, ma non posso definire il mio carattere solitario; al contrario, mi sento molto socievole, anche se a volte amo fuggire dalla folla e in quel momento ciò che preferisco per eccellenza è fotografare. Non amo infatti condividere il tempo dedicato alla fotografia con altre persone; quando sono solo, quando sento quell’armonia che mi pone in equilibrio con quanto mi sta intorno, la creatività si manifesta in maniera prepotente e percepisco una sensazione che mi avvolge completamente. Il progetto The Face è nato per caso: mi spostavo dal Queens, dove alloggiavo, a Manhattan, e tutti i giorni facevo il pendolare mescolandomi alle persone. Ho cominciato a scattare perché le immagini mi sono venute incontro, mi catturavano e non potevo non fissarle e ciò è molto diverse dall’allontanamento che caratterizza Coney Island. Qui abbiamo un avvicinamento, un faccia a faccia: la macchina appoggiata al petto per non farmi notare e scattavo, passando inosservato, potendo cogliere così le persone nella loro naturalezza, senza forzature o travisamenti che ne avrebbero modificato le espressioni. Ecco forse il perché di questo senso d’incomunicabilità che tu hai captato, uno spontaneo distacco di chi quotidianamente si trova a ripetere gli stessi riti e le stesse abitudini.
Mi sono sentito parte di loro, ho cercato di capire, ho tentato di mettermi in sintonia con le loro abitudini, ho scrutato espressioni cercando di fissarle, riportando a casa quel momentaneo “vissuto” insieme.

Come ultima battuta cercherei una liaison tra queste tue due serie newyorkesi. Vorrei chiederti quale credi sia il rapporto tra loro, e se l’alienazione e il senso di isolamento siano comuni denominatori che obliterano le differenze tra la prossimità fisica, nel caso di “The Face(s) of NYC”, e la distanza dai soggetti, nel caso invece di Coney Island.


Le due serie sembrano essere state prodotte in tempi diversi, invece sono state scattate la stessa settimana di dicembre del 2015 ma con stili differenti: Coney Island con panoramiche e lontananze, figure appena abbozzate, a volte perse tra la nebbia, mai ravvicinate, come sospese in un paesaggio surreale, onirico. The Face, all’opposto, con figure ravvicinate, quasi in primo piano, a volte appena contestualizzate. Sono linguaggi diversi, ma accomunati dallo stesso senso di smarrimento, anche se la solitudine di Coney Island sembra benefica, ricercata come un toccasana, per armonizzarsi con se stessi e la natura d’intorno.
The Face presenta invece una solitudine più profonda, di smarrimento, una solitudine urbana , fatta di indifferenza, di distacco emotivo, pur nella vicinanza con gli altri, come abitanti di microcosmi autonomi e indipendenti. Uno stare con gli altri ed essere altrove. Una vicinanza fisica e una lontananza mentale.
Ecco allora che il fotografo decide in quel momento cosa rappresentare, sono sue le interpretazioni, sue le personalissime scelte di raccontare proprio quello: tutto è funzionale alla sua narrazione e al taglio che vuole dare alle immagini.
Le foto quindi raccontano storie e mondi altrui, ma nel profondo è la tua storia che stai raccontando e il tuo svelarsi che si compie.

WITNESS JOURNAL : L'INTERVISTA

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date: 01-10-2017 00:12

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